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- IL RUOLO DELLA DONNA NELLA MAFIA (Dr.ssa POLLONI ERICA)
L’analisi condotta in questo paper è volta a far conoscere gli aspetti più nascosti dell’universo femminile mafioso, a far risaltare i ruoli partecipativi che le donne hanno all’interno delle organizzazioni mafiose e in ultima analisi a mostrare il ruolo chiave di donne che sono protagoniste della lotta contro la mafia. In particolare, partendo dallo stereotipo del tradizionale ruolo passivo attribuito alla donne dalle organizzazioni criminali, mi soffermerò a constatare l’esistenza delle attività criminose svolte dalle stesse, sia come pratiche di sfruttamento nei loro confronti da parte della mafia che come loro reale potere di comando. Oltre alle donne immerse nelle rete mafiosa tratterò di donne che si pentono e che si ribellano a questo status quo, per battersi contro il mondo mafioso che le ha imprigionate. INTRODUZIONE Nel passato gli studi effettuati sull’analisi della donna nelle organizzazioni criminali hanno mostrato l’immagine di donne completamente estranee alle attività criminose degli uomini d’onore, siano essi i loro mariti, padri o figli. La donna veniva semplicemente vista come un’ individuo irrazionale e inaffidabile, con il compito esclusivo di badare alla casa e ai figli. A partire dalla seconda metà degli anni settanta invece, gli studiosi della criminalità organizzata iniziano a rendersi conto, grazie alle statistiche criminali e a svariate testimonianze, che anche il mondo femminile è un’entità esistente all’interno della mafia e che svolge delle proprie attività, pedagogiche e criminose. L’attività svolta dalle donne all’interno delle famiglie mafiose viene così indagata da sociologi e criminologi, smettendo di essere un fenomeno che per molti decenni è rimasto nascosto alla società. L’analisi parte dunque dal ruolo passivo e tradizionale delle donne, quali custodi del codice culturale mafioso e giunge a collocarle attivamente nella sfera criminale come corrieri e/o organizzatrici di traffici di droga; figure principali nelle attività economico-finanziarie; e aventi il potere mafioso e le funzioni direttive all’interno della mafia. Non tutte le donne però sono diventate delle figure chiave nella criminalità organizzata, per questo motivo l’analisi si concluderà nella trattazione del ruolo di donne che si sono ribellate alla mafia e che oggi cercano di promuovere la cultura dell’illegalità, andando contro i valori mafiosi con i quali sono cresciute. 1 IL RUOLO TRADIZIONALE E STEREOTIPATO DELLA DONNA NELLA MAFIA -La passività della donna nell’ambiente mafioso Chi è la donna in una società tradizionale mafiosa? Storicamente, le donne hanno sempre avuto un ruolo passivo all’interno delle famiglie delle organizzazioni criminali, in quanto garanti della reputazione maschile. Essendo la mafia strutturata in un mondo maschilista di soli uomini, l’ideologia mafiosa vede le donne come individui da dominare, come coloro che devono rimanere all’oscuro di ogni segreto dell’associazione mafiosa in una scomoda posizione di inferiorità (quasi naturale) rispetto all’uomo. Per questo motivo nel passato l’universo femminile è sempre stato percepito come sovversivo dell’ordinamento mafioso e dai riti di iniziazione la donna è sempre rimasta esclusa. Ancora oggi, così come in passato, in alcune aree della Sicilia rimane viva la trasmissione del codice tradizionale mafioso in cui le donne sono coloro che devono garantire l’integrità dell’onore di una famiglia mafiosa, conferendole una valida reputazione, questo compito si esplicita nella loro condizione di rimanere vergini prima delle nozze. Indirettamente la donna, quale moglie retta e fedele, rappresentante della reputazione maschile, viene coinvolta nell’”onorata società” e consente al marito l’affiliazione alla mafia. Anche se oggigiorno il comportamento della donna viene ancora controllato per via dell’onore da reputare al marito, essa può comunque avere un grado maggiore di libertà. La parentela mafiosa viene garantita da matrimoni combinati nei quali le donne, future mogli, vengono scambiate come merce di scambio; questa pratica contribuisce ad allargare la rete di fiducia delle famiglie condividenti gli stessi valori e a ridurre probabili faide tra i clan rivali. Per quanto riguarda le vedove, esse sono donne che in seguito al matrimonio precedentemente contratto, devono rimanere fedeli ai mariti o ai fidanzati defunti secondo le regole dell’organizzazione criminale, in quanto devono dimostrare la loro fedeltà alla famiglia mafiosa evitando un eventuale disonore. L’ attività della donna nell’ambiente familiare-domestico L’aspetto attivo e dinamico del ruolo della donna nella famiglia ha a che vedere con il proprio ruolo di madre: alla donna spetta la formazione dell’identità individuale dei propri figli attraverso il processo della socializzazione primaria, che è «la prima socializzazione che l’individuo intraprende nell’infanzia e che gli permetterà di diventare membro della società». Nelle famiglie mafiose tradizionali il ruolo della donna è dunque quello di educare i propri figli attraverso la trasmissione del codice culturale mafioso, un modello di valori, di regole e principi da seguire nell’arco della vita, definiti dalla famiglia stessa come “giusti”, anche se essi sono in netto contrasto con i valori della restante società civile. L’educazione inculcata ai bambini dalle donne avviene esclusivamente all’interno delle mura domestiche e cozza contro il sistema di valori impartito dalle scuole. Per prima cosa i bambini imparano a rispettare i propri genitori, vedendo nel padre l’essere virile e degno di nota e nella madre colei che semplicemente svolge la funzione riproduttiva. Ai figli maschi la madre insegna così la cultura dell’illegalità mentre alle figlie femmine viene spiegato come diventare una brava donna di casa. Nella cultura mafiosa è presente una netta scissione tra i termini madre e donna: mentre il primo termine identifica un aspetto positivo di un individuo rapportato all’immagine religiosa della madonna o della santa, la seconda espressione denota un’immagine negativa, fortemente maschilista ed omofoba, che vede la donna catalogata allo stesso modo che a una puttana. La donna in quanto madre istruisce i propri figli secondo regole principali quali l’omertà, l’onore, la vergogna e la vendetta. L’omertà e l’onore garantiscono nell’associazione criminale la completa fiducia alla Famiglia, si basano su un sistema di stratificazione in cui si trovano a giocare le condotte delle donne, che garantiscono la reputazione dell’onore dell’uomo. L’onore viene riflesso in tutte le attività quotidiane del giorno e della notte. La vergogna svolge anch’essa il ruolo del corrispettivo dell’onore: difende e accresce il patrimonio della famiglia attribuendole la definizione di un gruppo coeso. Essa è custodita nei mondi interni delle persone, è un’arma potente usata per il controllo sociale. Attraverso l’onore le donne vengono coinvolte nel compito di mantenere alta la reputazione della Famiglia mentre la vergogna permette loro inconsciamente di rendersi complici dei codici tradizionali mafiosi di dominio e di sopraffazione. La vendetta invece, viene incoraggiata dalle madri verso i propri figli, (di solito verso i figli maschi), allo scopo di eliminare la vergogna che è stata originata da un’offesa disonorevole contro la vittima. Essa è una risposta culturale contro la minacciosità della persona uccisa e perdura quanto il tempo del lutto; fino a quando la vendetta non venga eseguita, il lutto non può terminare. Nel passato chiunque non intendesse vendicare il proprio onore offeso veniva considerato un debole o un vigliacco. Questa pratica è nata a causa dell’insufficienza della giustizia proveniente dallo stato, e continua a sussistere anche oggi. La donna, che possiede il compito ideale della vendetta, è anch’essa un soggetto attivo nell’organizzazione: chiede vendetta e viene ascoltata, procurando così, anche solo indirettamente la morte di qualcuno. DONNA E MAFIA – ATTIVITA’ CRIMINOSE L’universo femminile mafioso non si limita ad un ruolo tradizionale, proprio principalmente della mafia siciliana, ma vede un ruolo di spicco in attività criminose soprattutto all’interno di associazioni mafiose quali la camorra e l’ndrangheta. Nella camorra napoletana le donne hanno una voce del tutto indipendente dai loro uomini e li proteggono dalle accuse mosse dell’antimafia. Esse contrabbandano sigarette, petrolio e droga, dedicandosi anche al furto di pistole e di altri beni illegali. Nell’ndrangheta si riscontra un ampio contesto di criminalità al femminile, particolarmente riguardo ai crimini violenti, contro la proprietà e i furti. Le cause da attribuire a questa criminalità sono quelle relative all’ipotesi dell’emancipazione femminile e di genere, oltre che ad un ennesimo sfruttamento femminile da parte delle associazioni mafiose, che conducono ad una diminuzione del gap esistente tra la criminalità attuata dall’uomo e dalla donna. NARCOTRAFFICO Negli anni ’70 l’aumento del consumo degli stupefacenti conduce la mafia ad interessarsi all’attività di narcotraffico. Questo passaggio segna un ruolo decisivo nella storia delle organizzazioni criminali: porta all’utilizzo delle donne nel traffico di droga. Esse svolgono varie attività, dal livello più semplice di trasporto della droga a quello più articolato di gestione e direzione delle attività. Le donne vengono assoldate dall’associazione mafiosa per trasportare la droga in quanto questo compito appare adatto alla loro fisicità, esse possono infatti fingere di essere gravide nascondendo in realtà delle confezioni di stupefacenti od occultando oggetti illeciti. Inoltre, esse preparano le dosi, si dedicano al taglio della droga svolgendo attività di corrieri e di spacciatrici, soprattutto all’interno del vicinato. Numerose sono le storie di donne che si dedicano a queste attività, per esempio appare significativo citare l’esperienza mafiosa di alcune casalinghe siciliane che nei primi anni ’80 venivano ingaggiate dalla mafia per trasportare la droga; esse vestivano con delle panciere riempite di eroina col compito di imbarcarsi all’aeroporto di Punta Raisi di Palermo per poi giungere a New York dove smerciavano la droga ad affiliati dell’organizzazione, per poi fare ritorno a Palermo con i dollari guadagnati incollati col nastro adesivo al corpo. Le donne che si prestavano a questi compiti vivevano in contesti di marginalizzazione sociale, svolgevano condotte criminose perché necessitavano di risorse economiche e per soddisfare il proprio desiderio di colmare il gap della loro situazione consumistica. Nella regione siciliana il traffico di droga rimane ancora legato ad un loro ruolo di subordinazione della donna rispetto a quello maschile. Un’altra categoria di donne implicate nel narcotraffico riguarda coloro che sono delle vere e proprie organizzatrici di traffici. Un caso eclatante riguarda Angela Russo, chiamata anche col titolo di “nonna eroina”, una donna che cresciuta in un’ ambiente criminale mafioso è divenuta una reggente del traffico di eroina, esibendo atteggiamenti tipici di un boss mafioso. Essa non è rimasta all’ombra degli uomini, ma ha svolto la propria attività come un vero capo, prendendo su di sé il carico di lavoro organizzativo e gestionale. Questa donna, nonostante portasse un cognome già “rispettabile” è riuscita, insieme al proprio figlio, a farsi strada nell’ambiente criminale del narcotraffico mostrando di avere elevate capacità di comando. Angela Russo era capace di incutere rispetto e autorità, garantiva per il figlio e raccoglieva fondi per poter comprare partite di droga organizzandone delle consegne. Un’altra storia simile alla precedente riguarda il caso di una donna della ‘ndrangheta, la matriarca Maria Serraino, che ha guidato un’intera formazione criminale. La ‘ndrangheta è un’organizzazione che vede un proliferare di casi di donne che detengono un potere notevole e di prestigio nell’associazione. La mafia calabrese negli ultimi dieci anni ha rinforzato il suo ruolo nel traffico degli stupefacenti, ha esportato le sue imprese in tutto il mondo al fine del reperimento dei fondi utili per le guerre tra clan. Nel caso di Maria Serraino ella ha capeggiato una vasta rete di distribuzione di droga trafficando anche in merce rubata, mentre i propri figli erano sottoposti alla vendita delle sigarette di contrabbando. Il centro delle operazioni avveniva nella propria casa, da ogni incontro a ogni consegna di droga. ATTIVITA’ ECONOMICO-FINANZIARIE Un altro settore della criminalità organizzata che vede come protagoniste le donne è quello relativo alle attività economico-finanziarie, realtà che si dispiega intorno agli anni ’80. È possibile riscontrare grazie alle cronache giudiziarie, il coinvolgimento del ruolo della donna nelle attività di riciclaggio, di donne che prestano il nome per intestazioni alle cosiddette società fantasma e di quelle che compiono delle movimentazioni bancarie. Spesso nelle società mafiose capita che una donna debba prendere il posto del marito finito in carcere, dovendosi così occupare dei compiti finanziari della sua famiglia e anche dell’organizzazione criminale, fungendo da prestanome o da braccio destro del marito. Il coinvolgimento femminile nei crimini dei colletti bianchi è stato studiato da Rita Simon, che nei suoi studi svolti attraverso l’analisi multifattoriale ha riscontrato una correlazione positiva tra due fenomeni: quali l’avanzamento dell’istruzione femminile e la partecipazione delle donne alla sfera economico-finanziaria mafiosa. Analizzando l’ “altra mafia”, nome usato per descrivere le attività di Bernardo Provenzano, si possono vedere vari esempi di donne con ruoli di spicco nelle organizzazioni criminali, a titolo d’esempio prendo il caso della compagna di Provenzano, Saveria Palazzolo, che durante il periodo di latitanza del compagno si occupò di movimentazioni di capitali adottate per riciclare il denaro sporco di Provenzano e che era divenuta socia di una ditta di costruzioni, in quanto la sua partecipazione le permetteva di aggiudicarsi gli appalti pubblici e i prestiti bancari. Donne che si occupano di gestire il denaro e gli immobili si collocano oltre che nelle regioni meridionali d’Italia, soprattutto nelle regioni centrosettentrionali all’interno dei sodalizi mafiosi. Nel corso degli anni ’90 venne infatti compiuta una grande operazione investigativa chiamata “ Gemini”, (creta dalle iniziali delle città lombarde di Gela e Milano) che svelò l’esistenza di un’organizzazione che trasportava droga dalla Sicilia a Milano, al cui interno si trovavano alcune fidanzate e mogli dei membri della ‘famiglia’ che erano le addette alla contabilità e al reinvestimento di beni illeciti nei mercati legali. ATTIVITA’ DI POTERE Ad un livello superiore di analisi la presenza femminile aumenta il suo ruolo arrivando a raggiungere posizioni molto alte all’interno della gerarchia dirigenziale: svolgendo il compito di messaggera, il primo passo verso la delega del potere mafioso. In quanto messaggere le donne muovono le “ambasciate”, ovvero messaggi orali oppure scritti, dal carcere all’esterno. Non è difficile capire come mai siano proprio le donne ad occuparsi di questo compito: perché esse sono insospettabili per loro natura e fidate. L’estensione delle mansioni affidate al ruolo di messaggera conduce l’universo femminile alla conquista di posizioni di comando nell’organizzazione criminale. Questo avviene soprattutto nei sodalizi della ‘ndrangheta, in cui sono numerosi gli arresti o le latitanze di uomini mafiosi, per cui le donne si ritrovano a dover svolgere tutto da sole. Anche per quanto riguarda le armi sono le donne capo-clan a maneggiarle e scortano gli uomini fuori dal loro nascondiglio, insomma esse sono lo strumento utile per poter comunicare con l’esterno, in cui la leadership viene a loro affidata. La posizione migliore per accaparrarsi il potere nel ruolo di messaggera è destinato alle sorelle della famiglia, in quanto esse hanno una reputazione di fiducia che nel loro ambiente criminale viene tradotto come un vantaggio, davvero competitivo. Anche nella storia della mafia calabrese ci sono alcune storie di donne di potere da ricordare, che si sono macchiate di crimini violenti: per esempio il caso della first lady Assunta Maresca (conosciuta anche con il nome di Pupetta), che dopo la morte del marito, il boss camorrista Pasquale Simonetti, per vendicarne l’uccisione, si fece giustizia da sola sparando ad Antonio Esposito, l’assassino del marito. Ella si vendicò dell’omicidio in quanto secondo lei non ci potevano essere altre alternative per questo affronto. Così facendo una volta in carcere Pupetta ereditò l’autorità del consorte, diventando il boss delle recluse. Un’altra storia simile riguarda il caso della “vedova nera”della Camorra Anna Mazza, che dopo l’assassinio del marito e di uno dei suoi figli da parte di altri uomini mafiosi, prese in mano le redini del clan mafioso tessendo le reti dei traffici illegali, riciclando denaro sporco e riscuotendo il pizzo; ella fu una tra le prime donne imprenditrici della Camorra negli anni ’90 ma anche la prima ad essere condannata in Italia per reati di associazione mafiosa. Secondo delle ricerche, la presenza della donna nelle posizioni di comando sembra aumentare nelle attività legate ai crimini economici e di proprietà, nelle quali non viene richiesta alcuna forma specifica di violenza. Le donne hanno una maggiore possibilità di acquisire posizioni di autorità nel management nelle organizzazioni di gruppi più piccoli e flessibili. I dati ufficiali sulla criminalità al femminile dell’ISTAT mostrano che in Italia negli anni presi in considerazione (dal 1990 al 2000), il trend rilavato su “tutti i tipi di reato” appare piuttosto uniforme nelle quattro regioni italiane (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) e in Italia. La media nazionale ruota intorno al 16% e 17%; le percentuali diminuiscono invece negli ultimi anni considerati, dove nel 2000 si aggirano intorno al 13,5%. La regione italiana con la percentuale più alta di criminalità femminile per tutti i “tipi di reato” è la Calabria con un picco del 28,8% nell’anno 1998. La visibilità della presenza femminile nella criminalità organizzata nel nostro paese è nettamente inferiore rispetto a quella maschile, ma mostra ormai un certo peso del ruolo attivo che le donne hanno assunto. IL TORTUOSO PASSAGGIO DALL’IMPUNITA’ ALL’IMPUTAZIONE Lo stereotipo della donna esclusa da ogni attività criminale ha contribuito ad apportare un’ enorme vantaggio alle associazioni mafiose, ovvero all’agire indisturbato dell’universo femminile all’interno del crimine organizzato. Per anni le donne mafiose hanno goduto di una sorta di impunità connaturata al fatto stesso di essere delle donne, di essere cioè invisibili davanti al crimine. L’estraneità femminile è sempre stata sottolineata dalla struttura criminale stessa per evitare che le donne venissero indagate o alla peggio condannate, questo infatti avrebbe comportato una serie di spiacevoli e gravi implicazioni per l’amministrazione della società. La partecipazione femminile è stata per decenni sottovalutata dalla giustizia e questa dinamica ha portato ad una differenziazione di genere sia nel trattamento investigativo che giudiziario; le donne di mafia per esempio sono state per lungo tempo colpite da una sorta di indulgenza sui piani dell’arresto e della condanna. Solo attraverso nuovi studi e soprattutto grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia è emersa l’ ampia partecipazione delle donne nel crimine, questa scoperta ha condotto la giustizia a cambiare la propria prospettiva nei confronti delle donne mafiose, spostandole dalla veste di donne impunite a quella di donne imputate. I cambiamenti avvenuti a livello giudiziario sono da ricondurre in primo luogo agli sforzi della Legge Rognoni-La Torre, che ha aiutato gli inquirenti a scoprire la partecipazione femminile nei reati economico-finanziari e in seconda battuta alla giurisprudenza, che ha dimostrato di capire la novità delle associazioni mafiose, ovvero di includere al proprio interno anche persone che sino ad allora non erano state riconosciute come affiliabili alla mafia. Negli anni ’90 le donne ritenute implicate nelle attività criminali iniziano ad aumentare sempre di più, venendo così imputate e/o condannate per il reato di associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis). Esse vengono rintracciate attraverso le intercettazioni ambientali e telefoniche compiute dalle forze dell’ordine, che testimoniano la loro reale implicazione nell’associazione, fungendo da collegamento tra le attività illecite della cosca e il mondo esterno. DONNE CHE SI RIBELLANO Quando un uomo d’onore decide di collaborare con la giustizia, non sempre ha l’approvazione della propria moglie o della propria famiglia. La reazione negativa delle donne alla decisione del parente di collaborare si manifesta nel rinnegarlo, nell’azione di ripudio, generate dalla paura della ritorsione della famiglia mafiosa, o di vendette trasversali alle generazioni a venire, oppure sono ragioni di tipo economico che conducono alla scelta del distacco di colui che è ora giudicato come un traditore. Quest’ultima causa spinge le mogli dei boss a considerare più conveniente aver il proprio marito in prigione, in quanto l’associazione mafiosa provvede a stipendiarne l’intera famiglia. Significativa è l’esperienza di alcune donne che davanti a processi per mafia protestano davanti alla corte urlando che il collaboratore di giustizia non è in realtà un pentito, in quanto non vogliono in nessun modo che egli testimoni contro l’organizzazione. Molte mogli cercano di convincere il loro marito a ritrattare qualsiasi dichiarazione, ricattandolo con la subdola minaccia di non fargli più vedere il proprio figlio. Ma questa non è l’unica faccia del pentitismo, sempre più donne infatti si uniscono alla sezione “parenti dei collaboratori di giustizia” appoggiando la scelta del marito in tutte le fasi del percorso di collaborazione. Spesso sono proprio le donne, mogli o amanti dell’uomo mafioso, a spingerlo al pentimento, perché stanche della trappola mortale dell’organizzazione mafiosa. Il ruolo della donna è quindi decisivo nell’aiutare l’ex uomo d’onore a rifarsi una nuova vita lontana dalla mafia e a crearsi una nuova identità. È difficile per l’ex uomo di mafia tradire la propria fedeltà all’associazione, per questo la donna cerca di alleviare questa sofferenza, offrendogli supporto e proiettandolo davanti un’ opportunità di cambiamento. Un caso esemplare di questo supporto da ricordare è quello della moglie di Tommaso Buscetta: Maria Cristina de Almeida Guimares. Tommaso Buscetta ha fatto parte per anni di Cosa Nostra divenendo uno tra i protagonisti principali del narcotraffico e prima di sposare sua moglie Cristina si sposò altre due volte. Fu proprio lei, dopo i ripetuti arresti del marito a persuaderlo a collaborare con il giudice Giovanni Falcone e gli offrì il supporto necessario ai processi nei quali egli collaborava. Cristina è stata senza dubbio un elemento importante nella collaborazione del marito, creando per la famiglia una nuova identità, adottando i figli avuti dal precedente matrimonio del marito, supportando le scelte del proprio uomo usando per questo anche le sue capacità di avvocato. Va infine ricordata un’altra categoria di donne, quella delle collaboratrici di giustizia. Esse hanno deciso di ribellarsi alle organizzazioni mafiose, testimoniando contro le stesse per motivi di vendetta o di rifiuto della mafia. Serafina Battaglia per esempio, dopo l’omicidio del marito decise di appellarsi alla giustizia quando vide in essa un’abile alternativa alla vendetta privata. Essa venne soprannominata dei media come la vedova della mafia, in quanto si presentava a testimoniare davanti ai processi vestita di nero, proprio come una vedova, additando i responsabili dei delitti. Un’altra donna, inizialmente spinta alla collaborazione dal motivo di vendetta e successivamente dal desiderio di lasciarsi alle spalle la cultura mafiosa fu Rita Atria, che perse prima il padre e poi il fratello per colpa della mafia. La sua ribellione la portò a collaborare con Paolo Borsellino che le offrì momenti di speranza per la sua vicenda. Quando però Rita scoprì dell’uccisione di Paolo Borsellino decise di uccidersi gettandosi dalla finestra del suo appartamento; episodio che segna la perdita di una vita ma anche la vittoria di una ragazza che aveva creduto in una possibilità di cambiamento. CONCLUSIONI Se in alcuni ambiti dell’Italia permane la tradizione mafiosa che vede l’universo femminile escluso e silenzioso davanti alle attività criminose degli uomini d’onore nelle organizzazioni criminali, è indubbio che il ruolo della donna sia cambiato, anche se ancora sotto una chiave di sfruttamento e non ancora di emancipazione piena della donna stessa. Molte donne infatti sono complici dell’azione criminale mafiosa, hanno poteri maggiori di autonomia, anche se continuano a restare in misura minore protagoniste indiscusse del mondo mafioso. La maggiore emancipazione deriva loro dal riscatto sociale, dal loro ruolo di intermediarie con la giustizia per creare una nuova vita, lontana dalla ferocia delle associazioni mafiose, per rendersi libere dalla loro prigione invisibile che è la mafia stessa. articolo a cura di:
- Oltre il Branco: Anatomia di un’Innocenza Interrotta tra Disagio Sociale e Vuoti Narrativi. (dr.ssa DEIANA MARIANTONIETTA)
Parlare oggi di criminalità minorile significa, innanzitutto, avere il coraggio di scostare il velo del sensazionalismo mediatico per osservare ciò che accade nelle zone d’ombra, dove il "non ancora adulto" incontra il "già deviante". Non possiamo più permetterci di guardare al reato del minore come a un evento isolato o, peggio, come a una scelta consapevole e pienamente autodeterminata nel senso adulto del termine, poiché la criminologia moderna ci insegna che il gesto antisociale del giovane è spesso l'ultimo anello di una catena di silenzi, mancanze e fallimenti educativi. In quanto criminologi ed educatori, osserviamo un fenomeno in mutamento: se un tempo la devianza era legata a contesti di marginalità economica estrema, oggi assistiamo a una democratizzazione del disagio che colpisce anche le cosiddette "buone famiglie", rivelando una povertà che non è più monetaria, ma relazionale ed emotiva. Il "branco", termine spesso abusato dai media, diventa in questa prospettiva l'unico luogo di appartenenza possibile, una sorta di utero sociale artificiale dove l'identità del singolo, ancora fragile e fluida, si scioglie in un’onnipotenza di gruppo che scherma la percezione del rischio e, soprattutto, l'empatia verso la vittima. La mediazione familiare, in questo contesto, ci offre una chiave di lettura privilegiata: spesso dietro un minore che delinque c'è un conflitto non risolto, una separazione vissuta come abbandono o una comunicazione genitoriale interrotta che ha lasciato il ragazzo privo di una bussola morale e di un limite simbolico. Il limite, infatti, non deve essere inteso solo come restrizione, ma come confine identitario: senza un "no" autorevole, il giovane si sente perduto in uno spazio senza gravità dove ogni azione, anche la più violenta, sembra priva di conseguenze reali. La riflessione deve quindi spostarsi dalla punizione alla responsabilità; se il sistema penale minorile italiano è giustamente orientato alla rieducazione e alla fuoriuscita dal circuito giudiziario il prima possibile, dobbiamo chiederci quanto siamo pronti, come società, a riaccogliere questi ragazzi senza marchiarli per sempre. Il rischio concreto è che l'etichettamento diventi una profezia che si autoavvera: un ragazzo che viene visto solo come un "criminale" finirà per aderire a quel ruolo per mancanza di alternative credibili. È qui che il ruolo dell'educatore diventa cruciale, trasformando l'esperienza del reato in un'occasione di crescita e di consapevolezza, passando attraverso il riconoscimento del danno inflitto alla vittima. Non esiste vera riabilitazione senza l'incontro con l'altro, senza quella riparazione simbolica che la giustizia riparativa cerca faticosamente di promuovere. Dobbiamo interrogarci sulle nuove forme di devianza legate al mondo digitale, dove il confine tra reale e virtuale sfuma e la violenza viene mediata da uno schermo, perdendo la sua consistenza fisica e rendendo i ragazzi ancora più isolati nel loro agito. In conclusione, affrontare la criminalità minorile non significa solo gestire l'emergenza, ma operare una manutenzione costante dei legami sociali, investendo su una prevenzione che sappia leggere i segnali di disagio prima che si trasformino in fascicoli processuali. Solo attraverso uno sguardo integrato, che sappia unire la severità della norma alla dolcezza dell'ascolto educativo, potremo sperare di restituire alla società non dei rei espiati, ma dei cittadini consapevoli, capaci di scrivere una storia diversa da quella che il loro passato sembrava aver già tracciato per loro. articolo a cura:
- Maxiblitz della polizia, sventato assalto a un portavalori: 12 fermati, ferito un poliziotto. «Presi nella base operativa»
Una vasta operazione di polizia è scattata nel pomeriggio di oggi, mercoledì 18 marzo, a Vignola nel Modenese, nella zona industriale. La polizia ha sventato un assalto a un portavalori sull'Autostrada del Sole fra Bologna e Modena. Con una vasta operazione di polizia nella zona industriale di Vignola (Modena), alla quale hanno partecipato anche i Nocs e un elicottero, è rimasto lievemente ferito un poliziotto. Sono state fermate 12 persone che stavano progettando l'assalto, individuati nella loro base operativa.
- Bisceglie, assalto notturno alla stazione: la vigilanza privata sventa maxi furto in tabaccheria
Poteva essere un colpo da migliaia di euro, ma la prontezza della vigilanza privata ha trasformato un furto pianificato in una fuga disperata. La notte scorsa, a Bisceglie, una banda di malviventi ha preso di mira il bar tabaccheria situato all’interno della stazione ferroviaria di Bisceglie. I ladri sono entrati in azione pochi minuti dopo la mezzanotte forzando la robusta porta in ferro dell’ingresso che si affaccia su piazza Diaz e infrangendo la vetrata della porta adiacente. Una volta all’interno, i malviventi hanno iniziato a fare razzia di sigarette, valori e monete presente in cassa. Tuttavia, l’effrazione non è passata inosservata: il sistema di sicurezza ha immediatamente inviato il segnale alla centrale operativa di Metronotte Italia. Le pattuglie di vigilanza, giunte subito sul posto, hanno sorpreso tre persone con il volto travisato ancora all’interno dell’attività. Alla vista delle guardie giurate, i tre si sono dati alla fuga a piedi, imboccando non senza rischi la passerella dei binari in direzione Molfetta. Durante la concitata corsa nel buio, i ladri sono stati costretti ad abbandonare l’intera refurtiva, dileguandosi nelle campagne circostanti. Il coordinamento tra la centrale e le pattuglie di Metronotte Italia sul territorio ha permesso di recuperare integralmente il bottino, composto da numerosi pacchetti di tabacchi e denaro contante, già pronti per essere portati via. Sull’accaduto indagano i Carabinieri della Tenenza di Bisceglie. Bisceglie, assalto notturno alla stazione: la vigilanza privata sventa maxi furto in tabaccheria – Telesveva Notizie
- Ucciso il ministro dell'intelligence, l'incubo dei dissidenti
Su Khatib taglia Usa da 10 milioni. Khamenei promette vendetta per gli omicidi eccellenti Cade un altro pezzo grosso della Repubblica Islamica. L'ennesima operazione riuscita dell'Idf, che con un attacco mirato a Teheran ha ucciso Ismail Khatib, ministro dell'intelligence e comandante della milizia 'Imam Hussein'. Politico e religioso di alto rango, 65 anni, era considerato uno dei più stretti alleati dell'ex guida suprema Ali Khamenei e da venerdì era finito nella lista nera messa a punto dagli Usa con i leader iraniani più ricercati, con una taglia da 10 milioni di dollari. La sua morte è stata accolta dalla Casa Bianca, che ha parlato di "una buona cosa per gli Stati Uniti". Le autorità di Teheran invece hanno promesso vendetta. "Khatib era stato nominato ministro dell'Intelligence dalla Guida Suprema Ali Khamenei nel 2021. Svolgeva un ruolo chiave nel sostenere la repressione interna e le attività terroristiche del regime attraverso la sorveglianza, lo spionaggio e l'esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo, in particolare contro lo Stato di Israele e contro gli stessi cittadini iraniani", ha riferito l'Idf dando conto dell'operazione per eliminarlo, condotta con un raid dell'aviazione. Natoa Qaen nella provincia orientale del Sud Khorasan, Khatib era stato nominato ministro degli 007 iraniani nel 2021, sotto il governo di Ebrahim Raisi e poi confermato da Masoud Pezeshkian. Secondo fonti israeliane riportate dai media nazionali, era vicino alla nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei. Nel suo incarico aveva svolto un ruolo chiave nel sostenere la repressione delle proteste interne, tra cui quelle scoppiate nel 2022-2023 in seguito alla morte della 22enne Mahsa Amini. Laureato nella città santa di Qom, aveva avuto tra i suoi insegnanti anche il defunto ayatollah Khamenei. Deteneva il titolo di Hujjat al-Islam (prova dell'Islam o autorità sull'Irlam), uno dei più alti titoli religiosi del Paese. Era considerato dagli israeliani e non solo un intransigente. Uno dei suoi obiettivi era quello di stroncare la corruzione all'interno delle istituzioni governative. Khatib era già finito nel mirino di Washington, con sanzioni del Dipartimento del Tesoro nel 2022 per presunte operazioni informatiche contro Washington e i suoi alleati. L'accusa, aver"guidato reti di cyber criminali coinvolte nello spionaggio informatico e negli attacchi a sostegno degli obiettivi politici dell'Iran". Il presidente Masoud Pezeshkian, confermando la morte del ministro dell'intelligence, ha ricordato anche il "vile assassinio" di Larijani e dei comandanti dei Basij. Per il capo del consiglio di sicurezza si è speso anche la Guida Suprema. "Ogni sangue ha un prezzo che i criminali assassini dei martiri dovranno presto pagare", ha avvertito Mojtaba Khamenei in un messaggio di cordoglio diffuso dai media di regime. Mentre il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha assicurato che tutti questi omicidi non intaccheranno la saldezza della Repubblica Islamica: "Il sistema è solido, non dipende da un singolo individuo". fonte: Ucciso il ministro dell'intelligence, l'incubo dei dissidenti - Notizie - Ansa.it
- LA DONNA DELINQUENTE (dr.ssa LIDIA DE GIACOMO)
Secondo Cesare Lombroso, precursore italiano della criminologia positivista, le donne difficilmente commettevano reati in quanto portatrici di un istinto di protezione connaturato alla funzione materna. Per Lombroso la donna è empatica, paziente e amorevole; pertanto risulta altamente improbabile che possa fare del male a un proprio simile. Bisogna tuttavia precisare che le teorie di Lombroso si collocano in un’epoca storica in cui la donna era svalutata e considerata culturalmente inferiore all’uomo. Nel periodo in cui visse Lombroso, infatti, era fortemente marcata la sottomissione della donna alla figura maschile e vi era una netta separazione dei ruoli tra uomini e donne. Alle donne avvocato, ai tempi di Lombroso, era inoltre inibita la possibilità di svolgere la professione forense. La prima donna avvocato in Italia fu Lidia Poët, che si iscrisse al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino nel 1883. Le teorie lombrosiane sulla criminalità femminile sono oggi oggetto di numerose critiche da parte della criminologia contemporanea. In particolare, Edwin Sutherland, con la teoria dell’associazione differenziale, ha sostenuto che il comportamento criminale non sia determinato da caratteristiche biologiche innate, ma appreso attraverso l’interazione sociale. Secondo Sutherland (1939), infatti, «il comportamento criminale viene appreso attraverso il contatto con altre persone». Anche Robert K. Merton, attraverso la teoria dell’anomia, ha evidenziato come il crimine possa derivare dalla tensione tra gli obiettivi socialmente condivisi e i mezzi legittimi disponibili per raggiungerli. In questa prospettiva, la devianza non dipende da fattori biologici o da una presunta inferiorità naturale, ma da condizioni sociali, economiche e culturali. Un contributo importante alla critica delle teorie lombrosiane proviene anche dalla criminologia femminista. Studiose come Carol Smart e Meda Chesney-Lind hanno evidenziato come la criminologia tradizionale abbia spesso interpretato la criminalità femminile attraverso stereotipi di genere, trascurando il ruolo delle disuguaglianze sociali e delle dinamiche di potere. Come sottolinea Carol Smart (1976), «la criminologia ha storicamente studiato la donna più come deviazione dalla norma maschile che come soggetto sociale autonomo». Anche la criminologia italiana contemporanea ha messo in discussione l’impostazione biologica lombrosiana. Autori come Guglielmo Gulotta, Adolfo Ceretti e Franco Ferracuti hanno evidenziato come il comportamento deviante sia il risultato di una complessa interazione tra fattori psicologici, sociali e culturali. Allo stesso modo, studiosi come Marzio Barbagli hanno dimostrato, attraverso analisi sociologiche e statistiche, come la criminalità sia fortemente influenzata dal contesto sociale e dalle opportunità presenti nella società. La domanda, dunque, è: cosa accade se una donna, pur di affermarsi a livello lavorativo e nella società, adotta comportamenti aggressivi o modelli tradizionalmente associati al potere maschile? Analizzando i dati degli ultimi anni in Italia emerge che vi sono ancora più delinquenti di sesso maschile che di sesso femminile. Secondo i dati del Ministero della Giustizia e dell’ISTAT, la percentuale di donne detenute nelle carceri italiane rimane significativamente inferiore rispetto a quella maschile, attestandosi generalmente intorno al 4–5% della popolazione carceraria totale. Inoltre, tra i reati più frequentemente contestati alle donne figura il furto, mentre i reati violenti risultano statisticamente meno frequenti. Tuttavia, osservando più attentamente i dati relativi alla criminalità organizzata, alcuni studi evidenziano un progressivo rafforzamento del ruolo femminile all’interno delle organizzazioni mafiose, dove le donne possono assumere funzioni di gestione, collegamento o mantenimento delle reti familiari criminali. Questo dato rappresenta un fenomeno particolarmente significativo e meritevole di attenzione da parte degli studiosi. Il dubbio, quindi, è se Lombroso avesse ragione quando scriveva: «Ora, se nonostante tanti ostacoli una donna commette delitti, è segno che la sua malvagità è enorme, perché è riuscita a rovesciare tutti quegli impedimenti (senso di protezione, empatia, pietà, ecc.) che incidono sulla sua capacità di delinquere». La criminologia contemporanea, tuttavia, tende a interpretare la criminalità non come il risultato di una predisposizione naturale, ma come il prodotto di fattori sociali, culturali e relazionali complessi che riguardano tanto gli uomini quanto le donne. Riferimenti bibliografici essenziali Sutherland E. (1939), Principles of Criminology. Merton R. K. (1938), Social Structure and Anomie. Smart C. (1976), Women, Crime and Criminology. Chesney-Lind M. (1989), Girls’ Crime and Woman’s Place. Ceretti A., Natali L. (2009), Cosmologie violente. Barbagli M. (2000), Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia. Ponti G., Merzagora Betsos I. (2008), Compendio di criminologia. Articolo dott.ssa:
- Più colpisci l'Iran, più pagano tutti (dr. DE PASCALE ANGELO)
L'Iran non può vincere sul campo. Ma ogni missile che cade su Teheran fa salire il Brent, paralizza le assicurazioni marittime e colpisce economie che non hanno nulla a che fare con questa guerra. Quando una petroliera non può partire perché il Lloyd's di Londra rifiuta di assicurarla, la guerra ha già fatto il suo lavoro. Non c'è esplosione, non c'è bilancio di vittime, non c'è immagine da trasmettere. C'è solo un numero: il premio di rischio che nessun armatore è disposto a pagare. All'inizio di marzo 2026, quella cifra ha fermato buona parte del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio di 33 chilometri attraverso cui passa circa il 20 per cento del petrolio che consuma il pianeta ogni giorno. Le mine iraniane nello Stretto non sono un'arma convenzionale. Sono un argomento. E l'argomento non è rivolto solo a Washington o a Gerusalemme. È rivolto a chiunque dipenda dal petrolio, dal gas, dalle rotte commerciali stabili. Cioè quasi tutti. Dopo sedici giorni di guerra, il conflitto rischia di assumere i connotati di una trappola, con la prospettiva concreta di un'escalation incontrollabile. Non è l'esito che Washington aveva in mente. Una dottrina costruita sull'esperienza della sconfitta Sun Tzu lo teorizzava nel V secolo avanti Cristo: il vertice dell'arte della guerra è sconfiggere il nemico senza combatterlo. Non evitando il fuoco, ma spostando il conflitto su un terreno dove il fuoco dell'avversario conta meno. I vietnamiti del Viet Cong la praticarono contro l'esercito americano negli anni Sessanta e Settanta, non per sconfiggerlo sul campo ma per renderne insostenibile il costo politico fino al ritiro. Gli afghani fecero lo stesso prima contro l'Unione Sovietica, poi contro gli Stati Uniti per vent'anni. Per l'Iran la svolta ha una data precisa: aprile 1988. La marina americana affondò circa metà della flotta convenzionale iraniana in un pomeriggio. Teheran ne trasse una conclusione semplice e duratura: in uno scontro simmetrico con una superpotenza navale non c'è scelta. Da quel momento non ha più provato a costruire una marina comparabile. Ha costruito qualcos'altro: imbarcazioni veloci d'attacco, missili anti nave con postazioni a terra, mine, sottomarini tascabili, droni e, negli ultimi anni, missili ipersonici con traiettorie manovrabili che li rendono molto difficili da intercettare. Non è una marina. È un sistema progettato per rendere l'uso dello stretto abbastanza pericoloso da non valere il rischio. Questa è la guerra asimmetrica: un conflitto tra soggetti che non dispongono dello stesso tipo di potere militare, dove chi è inferiore non attacca frontalmente ma colpisce le infrastrutture critiche, dilata i tempi, destabilizza le rotte commerciali, esaurisce i sistemi difensivi. Non è una guerra minore. È una guerra progettata per durare, e per allargare il danno ben oltre i confini del campo di battaglia. Una guerra mal pianificata che rischia di sfuggire di mano Qui entra la variabile che gli analisti occidentali hanno sottovalutato. L'impressione che emerge nei centri militari occidentali è che l'offensiva americana sia partita con una pianificazione insufficiente e obiettivi ancora poco chiari. Il Pentagono continua a colpire con intensità crescente, ma il regime non è crollato e mantiene una sorprendente capacità di risposta. I bombardamenti aerei non sono riusciti a spezzare la rete di comando iraniana né a fermare il lancio di missili e droni verso Israele e le basi statunitensi nella regione. Secondo l'Atlantic Council, le prime 100 ore della sola Operazione Epic Fury sono costate agli Stati Uniti circa 3,7 miliardi di dollari, in gran parte non previsti nel bilancio. Nel frattempo, l'IRGC ha implementato con successo una strategia di contagio regionale: qualsiasi attacco contro il suolo iraniano viene contrastato con offensive contro le infrastrutture economiche delle nazioni che ospitano forze statunitensi. Il risultato è una guerra che si allarga geograficamente mentre i suoi obiettivi dichiarati restano irraggiungibili sul piano aereo. C'è un dettaglio che aggrava il quadro: secondo Axios, Stati Uniti e Israele avevano inizialmente pianificato di colpire tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, ma Netanyahu ha accelerato i tempi, avvertendo che i leader dell'opposizione iraniana rischiavano di essere uccisi dal regime prima del previsto. Una guerra anticipata di settimane, senza che il consenso interno americano fosse ancora costruito. L'arsenale che si conserva Nelle prime settimane di conflitto, l'Iran ha usato principalmente missili prodotti tra il 2012 e il 2015, quelli più vecchi. I sistemi più avanzati, i missili ipersonici Fattah-1 e Fattah-2, sono rimasti nei silos. Intatti. Non è una svista logistica. È un messaggio: abbiamo ancora qualcosa di peggio, e potremmo usarlo. Gli strateghi iraniani hanno studiato con attenzione il conflitto ucraino e le operazioni israeliane, traendone una convinzione precisa: la difesa antimissile non è infinita. Sistemi come Arrow, THAAD e SM-3 sono efficaci, ma possiedono un limite fondamentale nel numero di intercettori disponibili. Su questo punto si è concentrata la strategia di saturazione iraniana. Al 5 marzo, l'Iran aveva già lanciato oltre 500 missili balistici e quasi 2.000 droni dal 28 febbraio. La marina americana ha risposto con forza, affondando oltre 60 imbarcazioni iraniane entro il 12 marzo. Eppure, lo stretto era ancora chiuso. Non serve tenere aperta tutta la flotta. Serve tenere aperto il dubbio. Il prezzo al barile come arma Le conseguenze economiche sono già pesanti. Il Brent ha raggiunto picchi intorno ai 119 dollari al barile, stabilizzandosi poi attorno ai 99 in sedute molto volatili. Se le interruzioni si prolungano, il prezzo potrebbe avvicinarsi o superare i 135 dollari. C'è un beneficiario inatteso: secondo il Financial Times, il governo russo potrebbe ricevere tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari di entrate aggiuntive entro la fine di marzo, grazie al rialzo del greggio. Un ribaltamento netto per Mosca, che prima della guerra stava affrontando prezzi in calo. Le monarchie del Golfo pagano un prezzo diverso. Gli attacchi iraniani del 3 marzo hanno preso di mira impianti di desalinizzazione e depositi petroliferi sauditi: una scelta precisa, perché la dipendenza dalla desalinizzazione dell'acqua di mare è la vulnerabilità strutturale dell'intera regione. Il punto non è l'esplosione. Il punto è l'assicurazione che nessuno è disposto a stipulare. Chi decide, dall'altra parte Il presidente Pezeshkian ha ordinato di fermare gli attacchi contro i paesi vicini. La Guardia della Rivoluzione ha continuato comunque. Non è un incidente di comunicazione. È una frattura reale tra il polo presidenziale e quello militare rivoluzionario. Il ministero degli esteri iraniano ha ammesso che le forze armate hanno perso il controllo su alcune unità, che operano secondo vecchie istruzioni generali. Con la morte di Khamenei e la nomina del figlio Mojtaba come nuovo Supremo Leader, quello che siede dall'altra parte del tavolo non è un interlocutore unico. È un sistema con più leve, alcune delle quali non sono collegate tra loro. Il regime percepisce questo come un conflitto esistenziale. Dal suo punto di vista, una cessazione delle ostilità sarebbe solo una pausa temporanea, prima che Stati Uniti o Israele riprendano il conflitto dopo aver ricostituito le proprie scorte. Trump ha detto che l'Iran vuole un accordo, ma che le condizioni non sono ancora abbastanza favorevoli. Larijani ha risposto che l'Iran non cederà finché gli Stati Uniti non si pentiranno del loro errore di calcolo. Entrambe le posizioni possono essere sincere. Il problema è che non si parlano. Il dettaglio che resta La petroliera ferma in porto non aspetta la fine della guerra. Aspetta che il mercato assicurativo decida che il rischio è tornato accettabile. Può aspettare a lungo. Dato che la Repubblica islamica ha più probabilità di continuare a combattere che di cedere, la traiettoria della guerra potrebbe rivelarsi più prolungata e imprevedibile di quanto i decisori a Washington avessero previsto. L'Iran non sta vincendo la guerra militare. La sta spostando su un terreno dove la superiorità aerea e navale americana conta meno, e dove il danno si distribuisce su chiunque dipenda da quelle rotte. Le mine nello Stretto non aspettano di esplodere. Aspettano che qualcuno faccia i conti. 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- Rapinano supermercato e minacciano vigilante con un fucile a canne mozze
Rapina al supermercato a Napoli, fucile puntato alla testa del vigilante, poi scontro con la polizia Tentativo di rapina fallito al supermercato di via delle Repubbliche Marinare a Napoli, nella zona orientale della città, avvenuto sabato 14 marzo. I banditi arrestati dalla polizia.
- Ragazzo aggredito e picchiato dal branco su un treno regionale
Un giovane di 24 anni è stato aggredito e picchiato da un branco di ragazzi mentre viaggiava su un treno regionale diretto nel capoluogo pugliese . L’episodio risale al 28 febbraio , ma è emerso solo nei giorni successivi dopo il racconto pubblicato sui social dal padre della vittima , ex esponente politico locale. La dinamica dell’aggressione sul treno Secondo quanto ricostruito, il ragazzo era partito in serata per raggiungere la fidanzata quando, durante una fermata intermedia, è salito a bordo un gruppo numeroso di giovanissimi che avrebbe iniziato a creare confusione e schiamazzi tra i passeggeri . Il giovane sarebbe stato prima circondato, poi minacciato e colpito con violenza . Una volta sceso dal convoglio in una stazione successiva, avrebbe tentato di mettersi in salvo, ma il branco lo avrebbe inseguito fino alla banchina continuando il pestaggio . Solo grazie all’ intervento di un altro viaggiatore , la vittima è riuscita a tornare sul treno e a chiedere aiuto . Cellulare rubato e richiesta di soccorso Nel corso dell’aggressione il 24enne sarebbe stato derubato del cellulare , circostanza che ha reso più difficile contattare immediatamente le forze dell’ordine . Un passeggero gli avrebbe poi prestato il telefono , consentendogli di chiamare la polizia e segnalare quanto accaduto . Indagini della Polfer e gruppo identificato Il giovane è stato medicato in ospedale dopo essere stato raggiunto dai familiari. Intanto la Polfer ha avviato le indagini , riuscendo a identificare un gruppo di circa 15 ragazzi , di cui la maggior parte minorenni . Gli investigatori stanno analizzando le immagini delle telecamere di sicurezza e anche alcuni video pubblicati online , che potrebbero fornire elementi utili per chiarire responsabilità e dinamica dell’accaduto. L'articolo Ragazzo aggredito e picchiato dal branco su un treno regionale proviene da Full Swing .
- Cosa c’è dietro gli aerei militari a bassa quota su Roma: il motivo del sorvolo
Il rombo improvviso di aerei militari nei cieli di Roma che si sta sentendo in questi giorni può facilmente generare timore, soprattutto in un periodo segnato da tensioni internazionali e notizie che non fanno che alimentare l’incertezza. Quando i velivoli sorvolano la città a bassa quota , l’istinto è quello di collegare il fenomeno a possibili emergenze o operazioni straordinarie. Ma dietro questo scenario, apparentemente inquietante, si nasconde una realtà ben diversa. Ma qual è il vero motivo dei sorvoli a bassa quota visti in questi giorni nei cieli della Capitale? Aerei militari a bassa quota su Roma: perché i cittadini sono preoccupati Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Nel primo pomeriggio di ieri, il passaggio a bassa quota di aerei militari sopra la Capitale ha attirato l’attenzione di molti cittadini, generando segnalazioni e discussioni sui social . Il rumore intenso e la quota ridotta dei velivoli hanno fatto pensare a esercitazioni o situazioni critiche , alimentando un clima di apprensione diffusa. LEGGI ANCHE: Roma e la bomba atomica: il trattato internazionale che l’Italia non ha mai sottoscritto A contribuire alla tensione anche alcune lievi scosse di terremoto registrate nei giorni precedenti, che hanno portato alcuni a ipotizzare collegamenti tra i due eventi, in realtà inesistenti. In realtà, il sorvolo degli aerei militari è legato alle celebrazioni del 17 marzo , giornata dedicata all’Unità Nazionale, alla Costituzione, all’Inno e alla Bandiera. Il passaggio dei velivoli, autorizzato dal Ministero della Difesa, rientra nel programma delle cerimonie istituzionali all’Altare della Patria , con la partecipazione del Presidente della Repubblica. Una formazione ridotta delle Frecce Tricolori sorvolerà oggi la città come omaggio simbolico alla storia e all’identità del Paese, trasformando quello che sembrava un segnale d’allarme in un momento di celebrazione nazionale. Cosa c’è dietro gli aerei militari a bassa quota su Roma: il motivo del sorvolo
- Polizia penitenziaria: ecco i dati sull’operatività nel 2025
Da oggi al 18 marzo, la Polizia penitenziaria incontra i cittadini alla “ Città della Legalità ” allestita in Piazza del Plebiscito a Napoli, nell’ambito delle celebrazioni per il 209° Annuale della fondazione del Corpo. Undici stand, dimostrazioni, esibizioni e attività interattive: la Città sarà inaugurata oggi alle ore 13 e rimarrà aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18 per offrire ai visitatori un’esperienza diretta e coinvolgente delle molteplici attività svolte quotidianamente dalle donne e dagli uomini della Polizia penitenziaria. Attività di prevenzione e di contrasto che sono frutto di un impiego imponente di risorse, ma anche di capacità professionali e competenze specialistiche uniche, come testimoniano i numeri dell’operatività nel 2025. Organico del Corpo di polizia penitenziaria al 31 dicembre 2025 Uomini: 30.696 Donne: 6.447 Totale: 37.143 Attività del Nucleo Investigativo Centrale (NIC) 1 Nucleo Centrale e 12 Nuclei Regionali 2.286 deleghe d’indagine (155 conferite dalle Direzioni Distrettuali Antimafia); 171 operazioni antidroga; 182 operazioni anticrimine organizzato; 49 misure cautelari e arresti; 213 sequestri; 2.349 rinvenimenti di stupefacenti, di cui 1.337 all’interno delle sezioni detentive; 46 kg circa di sostanze stupefacenti sequestrate; 119 episodi di utilizzo fraudolento dei social network con il coinvolgimento accertato di 174 detenuti; 99 dispositivi sequestrati; 367 sorvoli di droni analizzati; 798 Attività tecniche. Attività della Sala Situazioni Ha monitorato 170.714 eventi, tra cui si segnalano: 4.484 comunicazioni per rinvenimento dispositivi per comunicare con l’esterno; 7.566 dispositivi rinvenuti; 2.430 comunicazioni per rinvenimento di sostanze stupefacenti; 454 droni avvistati in attività di sorveglianza perimetrale. Servizio cinofili 11 distaccamenti 2.066 interventi operativi; 227 interventi con sequestro; 11,118 kg di stupefacenti sequestrati; 23.230 euro sequestrati; 7 arresti; 271 denunce ex art. 73 d.P.R. 309/90; 3 segnalazioni ex art. 75 d.P.R. 309/90; 11 operazioni svolte in sinergia tra le Forze dell’Ordine per massimizzare l’efficacia del contrasto alla criminalità. Divisione Traduzioni e Piantonamenti 102 Nuclei Locali, 11 Nuclei Cittadini, 18 Provinciali e 6 Interprovinciali 164.470 traduzioni effettuate, comprese quelle svolte dal Servizio navale; 4.189 piantonamenti. Servizio Navale 2 basi navali e 1 distaccamento (Livorno, Venezia e Marina di Campo) Più di 400 ore di pattugliamento. Servizio Ordine pubblico 1 Reparto Centrale. Ha partecipato a diversi servizi di ordine pubblico: esequie Santo Padre Papa Francesco; conclave; celebrazioni di insediamento del Santo Padre eletto, Papa Leone XIV; tutti i grandi eventi giubilari dell’anno 2025 e in particolare Giubileo dei giovani, con oltre un milione di ragazze e ragazzi provenienti da 146 Paesi; sicurezza nelle grandi manifestazioni nazionali nella Città di Roma; Olimpiadi di Milano Cortina; 76° Festival Nazionale della Canzone Italiana. Reparti Territoriali 189 Reparti di Polizia penitenziaria presso strutture penitenziarie per adulti; 19 Reparti di Polizia penitenziaria presso strutture penitenziarie per minori; 11 Reparti di Polizia penitenziaria presso uffici interdistrettuali esecuzione penale esterna; 18 Reparti di Polizia penitenziaria presso uffici distrettuali esecuzione penale esterna; oltre 340.000 attività ordinarie di verifica e controllo svolte dai Reparti in forza alle strutture penitenziarie per adulti. Servizio a cavallo Il Corpo si avvale di cavalli appartenenti alle razze Anglo-Arabo Sardo, Murgese e Maremmano (linee migliorate), selezionati in base alle loro caratteristiche morfologiche e comportamentali, in particolare per l’indole docile, l’affidabilità e la capacità di operare efficacemente anche in contesti operativi caratterizzati da elevata tensione. Attualmente il servizio è articolato in due distaccamenti operativi, ubicati presso C.R. Is Arenas e C.R. Mamone, mentre un terzo distaccamento è di prossima istituzione presso la C.R. Isili. Il personale a cavallo è impiegato principalmente nelle attività di vigilanza e pattugliamento delle strutture penitenziarie, con particolare riferimento alle colonie penali agricole, nonché nelle operazioni di ricerca di soggetti evasi: l’impiego di tali unità consente infatti di assicurare una maggiore rapidità negli spostamenti rispetto alla progressione a piedi. Sezione UAS 5 unità piloti/istruttori UAS contribuisce a verifiche antidrone svolte presso istituti penitenziari; collabora nelle attività investigativa e di ordine pubblico; assicura attività formative su scala nazionale. Banda musicale del Corpo Partecipa regolarmente a eventi istituzionali, celebrazioni nazionali e manifestazioni culturali in rappresentanza del Corpo. Solo nel 2025 ha preso parte a 120 impegni istituzionali, tra questi: Festa della Repubblica (2 Giugno): partecipazione alla tradizionale parata militare lungo via dei Fori Imperiali, Roma Giubileo 2025: in occasione del “Giubileo delle Bande” in Piazza Navona, Roma Festival della Legalità: partecipazione alla “Settimana della Musica per la Legalità e la Speranza”, Roma Viva l’Italia 2025: protagonista all’evento presso Cinecittà World, Roma. Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre 158 atleti di alto livello, oltre alla squadra dell’Astrea Calcio. Articolate in 26 sezioni, le Fiamme Azzurre nel corso degli anni hanno conquistato: 62 medaglie olimpiche e paralimpiche 304 medaglie ai campionati mondiali 488 medaglie ai campionati europei 959 titoli italiani Laboratorio centrale per la Banca Dati Nazionale del DNA recapitati oltre 274mila plichi contenenti campioni biologici. Solo nel 2025 sono stati ricevuti più di 115mila plichi, contro i 36mila dell’anno precedente. Tali risultati restituiscono la dimensione di una operatività continua, capillare e multidisciplinare, caratterizzata da volumi numerici straordinari e da un impiego sistematico e integrato di tutte le specialità del Corpo. fonte Polizia penitenziaria: ecco i dati sull'operatività nel 2025
- OBSERVIUM: la piattaforma OSINT che trasforma la cybersecurity da reattiva a predittiva (di Fabio Guerrera)
Come un'AI con ricerca web in tempo reale sta cambiando il modo in cui le aziende italiane proteggono la propria infrastruttura digitale Ogni 39 secondi un attacco informatico colpisce un'organizzazione nel mondo. Le aziende italiane, in particolare PMI e studi professionali, si trovano a fronteggiare minacce sempre piu sofisticate con risorse limitate e competenze tecniche spesso insufficienti. OBSERVIUM nasce per colmare questo divario: una piattaforma di Open Source Intelligence che mette a disposizione di qualsiasi organizzazione gli stessi strumenti che fino a ieri erano riservati ai SOC delle grandi enterprise. Cos'e OBSERVIUM e a chi si rivolge OBSERVIUM e una piattaforma OSINT (Open Source Intelligence) con intelligenza artificiale integrata. In termini semplici: scrivi una domanda in italiano, e il sistema cerca in tempo reale su decine di fonti di intelligence — database di vulnerabilita, feed di minacce, dark web, motori di ricerca specializzati — e ti restituisce un report strutturato con gravita, dettagli tecnici e azioni raccomandate. Non serve essere un esperto di sicurezza. Non servono competenze di programmazione. Basta scrivere: "Controlla se le email della mia azienda sono finite in un data breach" oppure "Analizza le vulnerabilita del server web di portale-aziendale.it " . OBSERVIUM fa il resto. I 26 moduli: cosa fa concretamente OBSERVIUM La piattaforma si articola in quattro aree operative, ciascuna progettata per rispondere a esigenze specifiche del ciclo di sicurezza. 1. Analisi Threat Intelligence Il cuore predittivo di OBSERVIUM. Nove moduli che permettono di passare dalla reazione alla prevenzione. Il CVE Search interroga in tempo reale NVD, MITRE e CISA KEV, restituendo non solo la gravita (CVSS) ma anche se la vulnerabilita viene attivamente sfruttata. Il Threat Prediction assegna uno score 0-100 con la probabilita che un IP, dominio o CVE venga usato in un attacco nei prossimi 7, 30 o 90 giorni. Il Dark Web Monitor sorveglia forum underground, canali Telegram e paste site per rilevare menzioni della tua organizzazione prima che un attacco si materializzi. 2. Digital Forensics & OSINT Otto moduli per l'investigazione e la raccolta di evidenze. Da WHOIS/DNS e analisi certificati SSL fino al Knowledge Graph, che costruisce un grafo relazionale tra entita apparentemente scollegate: IP, domini, wallet crypto, account social, infrastruttura CDN condivisa. Il modulo Due Diligence / AML effettua screening automatico contro liste sanzioni EU, OFAC e ONU, identifica PEP (Politically Exposed Persons) e ricostruisce reti societarie fino all'UBO (Ultimate Beneficial Owner). 3. Attack Surface Mapping La novita che distingue OBSERVIUM dalla concorrenza: la Surface Map. Inserisci il dominio principale della tua organizzazione e OBSERVIUM scopre automaticamente tutto cio che e esposto su internet: sottodomini, server dimenticati, API senza autenticazione, bucket cloud pubblici, repository con credenziali leakate, certificati in scadenza. Ogni asset viene visualizzato in un grafo interattivo, classificato per rischio (CRITICAL, HIGH, MEDIUM, LOW), e per ciascuno e disponibile un'azione di remediation con conferma umana: chiudere un bucket, revocare un token, spegnere un server, bloccare un'API. Nessuna azione viene eseguita senza il tuo click esplicito. 4. Correlation & Reporting Quattro moduli per trasformare dati grezzi in intelligence azionabile. Il Report Generator produce automaticamente documenti professionali per quattro audience: CISO (rischio business e KPI di sicurezza), SOC (IOC tecnici e playbook di risposta), Legal (compliance GDPR e chain of custody), Executive (una pagina con impatto e tre raccomandazioni). Ogni report include classificazione TLP, mappatura MITRE ATT&CK e timeline dell'incidente. La tecnologia: AI con ricerca web in tempo reale A differenza dei tool OSINT tradizionali che interrogano database statici, OBSERVIUM integra un motore AI che esegue ricerche web in tempo reale su ogni query. Quando chiedi di analizzare una CVE, l'AI non si limita a consultare un database locale: cerca attivamente su NVD, CISA, ExploitDB, blog di security research, advisory dei vendor, e sintetizza tutto in un report strutturato in pochi secondi. Questo approccio garantisce che le risposte siano sempre aggiornate al minuto, non al mese. In un contesto dove una vulnerabilità zero-day può essere weaponizzata in ore, la differenza tra dati freschi e dati vecchi di una settimana può significare la differenza tra un incidente evitato e un ransomware che cripta l'intera infrastruttura. Tre piani per ogni esigenza OBSERVIUM e disponibile in tre configurazioni, pensate per coprire dallo studio professionale alla grande azienda. Il futuro della sicurezza e accessibile OBSERVIUM non e solo un tool: e un cambio di paradigma. Rende la cybersecurity predi va, accessibile e azionabile. Le aziende che ado ano un approccio OSINT-driven non aspe ano di essere a accate per reagire — an cipano le minacce, mappano la propria esposizione, e prendono decisioni informate basate su da reali aggiorna al minuto. In un panorama dove il costo medio di un data breach in Italia ha superato i 4 milioni di euro (IBM Cost of a Data Breach Report 2025), inves re in intelligence preven va non e piu un lusso — e una necessita. OBSERVIUM lo rende possibile per qualsiasi organizzazione, indipendentemente dalle dimensioni. Un caso concreto: dalla domanda al report in 8 secondi Immagina di essere il responsabile IT di una media azienda italiana. Ricevi una segnalazione: un fornitore potrebbe essere stato compromesso. Apri OBSERVIUM e scrivi: "Analizza la superficie di attacco di fornitore-esempio.it e verifica se ci sono credenziali esposte". In 8 secondi, OBSERVIUM: 1. Scopre 14 asset esposti (3 sottodomini, 2 API senza auth, 1 bucket S3 pubblico, 1 server staging dimenticato) 2. Classifica 2 asset come CRITICAL e 3 come HIGH 3. Trova credenziali del fornitore in un data breach del 2024 4. Genera un report Executive pronto da inviare al management 5. Propone azioni di remediation con un click: chiudere il bucket, spegnere il server staging, bloccare le API Senza OBSERVIUM, questa stessa analisi avrebbe richiesto un team di 2-3 persone, accesso a 6-8 tool diversi, e almeno mezza giornata di lavoro. Con OBSERVIUM, una persona la completa in un minuto. Sicurezza della pia aforma stessa Una pia aforma di sicurezza che non e sicura sarebbe un paradosso. OBSERVIUM implementa 23 controlli di sicurezza verifica a raverso 5 cicli di audit: • Crittografia AES-256 e trasmissione TLS 1.3 • Protezione SSRF, XSS, SQL injection, CSRF, path traversal, command injection • Password hashate con SHA-256 (mai in chiaro) • Rate limiting multilivello (Nginx + Flask + IDS) • Intrusion Detection System con alert Telegram in tempo reale • Auto-blocking degli IP malevoli dopo pattern ripetuti • Bot Telegram per monitoraggio e gestione remota (CPU, RAM, DB, SSL, uptime) • Compliance GDPR con cookie banner, privacy policy e gestione consenso articolo di: REFERENTE CYBER SECURITY












