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Oltre il Branco: Anatomia di un’Innocenza Interrotta tra Disagio Sociale e Vuoti Narrativi. (dr.ssa DEIANA MARIANTONIETTA)

Parlare oggi di criminalità minorile significa, innanzitutto, avere il coraggio di scostare il velo del sensazionalismo mediatico per osservare ciò che accade nelle zone d’ombra, dove il "non ancora adulto" incontra il "già deviante". Non possiamo più permetterci di guardare al reato del minore come a un evento isolato o, peggio, come a una scelta consapevole e pienamente autodeterminata nel senso adulto del termine, poiché la criminologia moderna ci insegna che il gesto antisociale del giovane è spesso l'ultimo anello di una catena di silenzi, mancanze e fallimenti educativi. In quanto criminologi ed educatori, osserviamo un fenomeno in mutamento: se un tempo la devianza era legata a contesti di marginalità economica estrema, oggi assistiamo a una democratizzazione del disagio che colpisce anche le cosiddette "buone famiglie", rivelando una povertà che non è più monetaria, ma relazionale ed emotiva. Il "branco", termine spesso abusato dai media, diventa in questa prospettiva l'unico luogo di appartenenza possibile, una sorta di utero sociale artificiale dove l'identità del singolo, ancora fragile e fluida, si scioglie in un’onnipotenza di gruppo che scherma la percezione del rischio e, soprattutto, l'empatia verso la vittima. La mediazione familiare, in questo contesto, ci offre una chiave di lettura privilegiata: spesso dietro un minore che delinque c'è un conflitto non risolto, una separazione vissuta come abbandono o una comunicazione genitoriale interrotta che ha lasciato il ragazzo privo di una bussola morale e di un limite simbolico. Il limite, infatti, non deve essere inteso solo come restrizione, ma come confine identitario: senza un "no" autorevole, il giovane si sente perduto in uno spazio senza gravità dove ogni azione, anche la più violenta, sembra priva di conseguenze reali. La riflessione deve quindi spostarsi dalla punizione alla responsabilità; se il sistema penale minorile italiano è giustamente orientato alla rieducazione e alla fuoriuscita dal circuito giudiziario il prima possibile, dobbiamo chiederci quanto siamo pronti, come società, a riaccogliere questi ragazzi senza marchiarli per sempre. Il rischio concreto è che l'etichettamento diventi una profezia che si autoavvera: un ragazzo che viene visto solo come un "criminale" finirà per aderire a quel ruolo per mancanza di alternative credibili. È qui che il ruolo dell'educatore diventa cruciale, trasformando l'esperienza del reato in un'occasione di crescita e di consapevolezza, passando attraverso il riconoscimento del danno inflitto alla vittima. Non esiste vera riabilitazione senza l'incontro con l'altro, senza quella riparazione simbolica che la giustizia riparativa cerca faticosamente di promuovere. Dobbiamo interrogarci sulle nuove forme di devianza legate al mondo digitale, dove il confine tra reale e virtuale sfuma e la violenza viene mediata da uno schermo, perdendo la sua consistenza fisica e rendendo i ragazzi ancora più isolati nel loro agito. In conclusione, affrontare la criminalità minorile non significa solo gestire l'emergenza, ma operare una manutenzione costante dei legami sociali, investendo su una prevenzione che sappia leggere i segnali di disagio prima che si trasformino in fascicoli processuali. Solo attraverso uno sguardo integrato, che sappia unire la severità della norma alla dolcezza dell'ascolto educativo, potremo sperare di restituire alla società non dei rei espiati, ma dei cittadini consapevoli, capaci di scrivere una storia diversa da quella che il loro passato sembrava aver già tracciato per loro.

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