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Più colpisci l'Iran, più pagano tutti (dr. DE PASCALE ANGELO)

L'Iran non può vincere sul campo. Ma ogni missile che cade su Teheran fa salire il Brent, paralizza le assicurazioni marittime e colpisce economie che non hanno nulla a che fare con questa guerra.


Quando una petroliera non può partire perché il Lloyd's di Londra rifiuta di assicurarla, la guerra ha già fatto il suo lavoro. Non c'è esplosione, non c'è bilancio di vittime, non c'è immagine da trasmettere. C'è solo un numero: il premio di rischio che nessun armatore è disposto a pagare. All'inizio di marzo 2026, quella cifra ha fermato buona parte del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio di 33 chilometri attraverso cui passa circa il 20 per cento del petrolio che consuma il pianeta ogni giorno. Le mine iraniane nello Stretto non sono un'arma convenzionale. Sono un argomento. E l'argomento non è rivolto solo a Washington o a Gerusalemme. È rivolto a chiunque dipenda dal petrolio, dal gas, dalle rotte commerciali stabili. Cioè quasi tutti. Dopo sedici giorni di guerra, il conflitto rischia di assumere i connotati di una trappola, con la prospettiva concreta di un'escalation incontrollabile. Non è l'esito che Washington aveva in mente.


Una dottrina costruita sull'esperienza della sconfitta

Sun Tzu lo teorizzava nel V secolo avanti Cristo: il vertice dell'arte della guerra è sconfiggere il nemico senza combatterlo. Non evitando il fuoco, ma spostando il conflitto su un terreno dove il fuoco dell'avversario conta meno. I vietnamiti del Viet Cong la praticarono contro l'esercito americano negli anni Sessanta e Settanta, non per sconfiggerlo sul campo ma per renderne insostenibile il costo politico fino al ritiro. Gli afghani fecero lo stesso prima contro l'Unione Sovietica, poi contro gli Stati Uniti per vent'anni. Per l'Iran la svolta ha una data precisa: aprile 1988. La marina americana affondò circa metà della flotta convenzionale iraniana in un pomeriggio. Teheran ne trasse una conclusione semplice e duratura: in uno scontro simmetrico con una superpotenza navale non c'è scelta. Da quel momento non ha più provato a costruire una marina comparabile. Ha costruito qualcos'altro: imbarcazioni veloci d'attacco, missili anti nave con postazioni a terra, mine, sottomarini tascabili, droni e, negli ultimi anni, missili ipersonici con traiettorie manovrabili che li rendono molto difficili da intercettare. Non è una marina. È un sistema progettato per rendere l'uso dello stretto abbastanza pericoloso da non valere il rischio. Questa è la guerra asimmetrica: un conflitto tra soggetti che non dispongono dello stesso tipo di potere militare, dove chi è inferiore non attacca frontalmente ma colpisce le infrastrutture critiche, dilata i tempi, destabilizza le rotte commerciali, esaurisce i sistemi difensivi. Non è una guerra minore. È una guerra progettata per durare, e per allargare il danno ben oltre i confini del campo di battaglia. Una guerra mal pianificata che rischia di sfuggire di mano Qui entra la variabile che gli analisti occidentali hanno sottovalutato. L'impressione che emerge nei centri militari occidentali è che l'offensiva americana sia partita con una pianificazione insufficiente e obiettivi ancora poco chiari. Il Pentagono continua a colpire con intensità crescente, ma il regime non è crollato e mantiene una sorprendente capacità di risposta. I bombardamenti aerei non sono riusciti a spezzare la rete di comando iraniana né a fermare il lancio di missili e droni verso Israele e le basi statunitensi nella regione. Secondo l'Atlantic Council, le prime 100 ore della sola Operazione Epic Fury sono costate agli Stati Uniti circa 3,7 miliardi di dollari, in gran parte non previsti nel bilancio. Nel frattempo, l'IRGC ha implementato con successo una strategia di contagio regionale: qualsiasi attacco contro il suolo iraniano viene contrastato con offensive contro le infrastrutture economiche delle nazioni che ospitano forze statunitensi. Il risultato è una guerra che si allarga geograficamente mentre i suoi obiettivi dichiarati restano irraggiungibili sul piano aereo. C'è un dettaglio che aggrava il quadro: secondo Axios, Stati Uniti e Israele avevano inizialmente pianificato di colpire tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, ma Netanyahu ha accelerato i tempi, avvertendo che i leader dell'opposizione iraniana rischiavano di essere uccisi dal regime prima del previsto. Una guerra anticipata di settimane, senza che il consenso interno americano fosse ancora costruito.


L'arsenale che si conserva

Nelle prime settimane di conflitto, l'Iran ha usato principalmente missili prodotti tra il 2012 e il 2015, quelli più vecchi. I sistemi più avanzati, i missili ipersonici Fattah-1 e Fattah-2, sono rimasti nei silos. Intatti. Non è una svista logistica. È un messaggio: abbiamo ancora qualcosa di peggio, e potremmo usarlo. Gli strateghi iraniani hanno studiato con attenzione il conflitto ucraino e le operazioni israeliane, traendone una convinzione precisa: la difesa antimissile non è infinita. Sistemi come Arrow, THAAD e SM-3 sono efficaci, ma possiedono un limite fondamentale nel numero di intercettori disponibili. Su questo punto si è concentrata la strategia di saturazione iraniana. Al 5 marzo, l'Iran aveva già lanciato oltre 500 missili balistici e quasi 2.000 droni dal 28 febbraio. La marina americana ha risposto con forza, affondando oltre 60 imbarcazioni iraniane entro il 12 marzo. Eppure, lo stretto era ancora chiuso. Non serve tenere aperta tutta la flotta. Serve tenere aperto il dubbio.


Il prezzo al barile come arma

Le conseguenze economiche sono già pesanti. Il Brent ha raggiunto picchi intorno ai 119 dollari al barile, stabilizzandosi poi attorno ai 99 in sedute molto volatili. Se le interruzioni si prolungano, il prezzo potrebbe avvicinarsi o superare i 135 dollari. C'è un beneficiario inatteso: secondo il Financial Times, il governo russo potrebbe ricevere tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari di entrate aggiuntive entro la fine di marzo, grazie al rialzo del greggio. Un ribaltamento netto per Mosca, che prima della guerra stava affrontando prezzi in calo. Le monarchie del Golfo pagano un prezzo diverso. Gli attacchi iraniani del 3 marzo hanno preso di mira impianti di desalinizzazione e depositi petroliferi sauditi: una scelta precisa, perché la dipendenza dalla desalinizzazione dell'acqua di mare è la vulnerabilità strutturale dell'intera regione. Il punto non è l'esplosione. Il punto è l'assicurazione che nessuno è disposto a stipulare.


Chi decide, dall'altra parte

Il presidente Pezeshkian ha ordinato di fermare gli attacchi contro i paesi vicini. La Guardia della Rivoluzione ha continuato comunque. Non è un incidente di comunicazione. È una frattura reale tra il polo presidenziale e quello militare rivoluzionario. Il ministero degli esteri iraniano ha ammesso che le forze armate hanno perso il controllo su alcune unità, che operano secondo vecchie istruzioni generali. Con la morte di Khamenei e la nomina del figlio Mojtaba come nuovo Supremo Leader, quello che siede dall'altra parte del tavolo non è un interlocutore unico. È un sistema con più leve, alcune delle quali non sono collegate tra loro. Il regime percepisce questo come un conflitto esistenziale. Dal suo punto di vista, una cessazione delle ostilità sarebbe solo una pausa temporanea, prima che Stati Uniti o Israele riprendano il conflitto dopo aver ricostituito le proprie scorte. Trump ha detto che l'Iran vuole un accordo, ma che le condizioni non sono ancora abbastanza favorevoli. Larijani ha risposto che l'Iran non cederà finché gli Stati Uniti non si pentiranno del loro errore di calcolo. Entrambe le posizioni possono essere sincere. Il problema è che non si parlano.


Il dettaglio che resta

La petroliera ferma in porto non aspetta la fine della guerra. Aspetta che il mercato assicurativo decida che il rischio è tornato accettabile. Può aspettare a lungo. Dato che la Repubblica islamica ha più probabilità di continuare a combattere che di cedere, la traiettoria della guerra potrebbe rivelarsi più prolungata e imprevedibile di quanto i decisori a Washington avessero previsto. L'Iran non sta vincendo la guerra militare. La sta spostando su un terreno dove la superiorità aerea e navale americana conta meno, e dove il danno si distribuisce su chiunque dipenda da quelle rotte. Le mine nello Stretto non aspettano di esplodere. Aspettano che qualcuno faccia i conti.


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