IL RUOLO DELLA DONNA NELLA MAFIA (Dr.ssa POLLONI ERICA)
- Dr.ssa Polloni Erica

- 19 mar
- Tempo di lettura: 14 min
L’analisi condotta in questo paper è volta a far conoscere gli aspetti più nascosti dell’universo femminile mafioso, a far risaltare i ruoli partecipativi che le donne hanno all’interno delle organizzazioni mafiose e in ultima analisi a mostrare il ruolo chiave di donne che sono protagoniste della lotta contro la mafia. In particolare, partendo dallo stereotipo del tradizionale ruolo passivo attribuito alla donne dalle organizzazioni criminali, mi soffermerò a constatare l’esistenza delle attività criminose svolte dalle stesse, sia come pratiche di sfruttamento nei loro confronti da parte della mafia che come loro reale potere di comando. Oltre alle donne immerse nelle rete mafiosa tratterò di donne che si pentono e che si ribellano a questo status quo, per battersi contro il mondo mafioso che le ha imprigionate.

INTRODUZIONE
Nel passato gli studi effettuati sull’analisi della donna nelle organizzazioni criminali hanno
mostrato l’immagine di donne completamente estranee alle attività criminose degli uomini
d’onore, siano essi i loro mariti, padri o figli. La donna veniva semplicemente vista come un’
individuo irrazionale e inaffidabile, con il compito esclusivo di badare alla casa e ai figli.
A partire dalla seconda metà degli anni settanta invece, gli studiosi della criminalità organizzata iniziano a rendersi conto, grazie alle statistiche criminali e a svariate testimonianze, che anche il mondo femminile è un’entità esistente all’interno della mafia e che svolge delle proprie attività, pedagogiche e criminose. L’attività svolta dalle donne all’interno delle famiglie mafiose viene così indagata da sociologi e criminologi, smettendo di essere un fenomeno che per molti decenni è rimasto nascosto alla società.
L’analisi parte dunque dal ruolo passivo e tradizionale delle donne, quali custodi del codice
culturale mafioso e giunge a collocarle attivamente nella sfera criminale come corrieri e/o
organizzatrici di traffici di droga; figure principali nelle attività economico-finanziarie; e aventi il potere mafioso e le funzioni direttive all’interno della mafia.
Non tutte le donne però sono diventate delle figure chiave nella criminalità organizzata, per
questo motivo l’analisi si concluderà nella trattazione del ruolo di donne che si sono ribellate alla mafia e che oggi cercano di promuovere la cultura dell’illegalità, andando contro i valori mafiosi con i quali sono cresciute.
1 IL RUOLO TRADIZIONALE E STEREOTIPATO DELLA DONNA NELLA MAFIA
-La passività della donna nell’ambiente mafioso
Chi è la donna in una società tradizionale mafiosa?
Storicamente, le donne hanno sempre avuto un ruolo passivo all’interno delle famiglie delle
organizzazioni criminali, in quanto garanti della reputazione maschile. Essendo la mafia
strutturata in un mondo maschilista di soli uomini, l’ideologia mafiosa vede le donne come
individui da dominare, come coloro che devono rimanere all’oscuro di ogni segreto
dell’associazione mafiosa in una scomoda posizione di inferiorità (quasi naturale) rispetto
all’uomo. Per questo motivo nel passato l’universo femminile è sempre stato percepito come
sovversivo dell’ordinamento mafioso e dai riti di iniziazione la donna è sempre rimasta esclusa.
Ancora oggi, così come in passato, in alcune aree della Sicilia rimane viva la trasmissione del codice tradizionale mafioso in cui le donne sono coloro che devono garantire l’integrità dell’onore di una famiglia mafiosa, conferendole una valida reputazione, questo compito si esplicita nella loro condizione di rimanere vergini prima delle nozze.
Indirettamente la donna, quale moglie retta e fedele, rappresentante della reputazione maschile, viene coinvolta nell’”onorata società” e consente al marito l’affiliazione alla mafia.
Anche se oggigiorno il comportamento della donna viene ancora controllato per via dell’onore da reputare al marito, essa può comunque avere un grado maggiore di libertà.
La parentela mafiosa viene garantita da matrimoni combinati nei quali le donne, future mogli,
vengono scambiate come merce di scambio; questa pratica contribuisce ad allargare la rete di fiducia delle famiglie condividenti gli stessi valori e a ridurre probabili faide tra i clan rivali.
Per quanto riguarda le vedove, esse sono donne che in seguito al matrimonio precedentemente contratto, devono rimanere fedeli ai mariti o ai fidanzati defunti secondo le regole dell’organizzazione criminale, in quanto devono dimostrare la loro fedeltà alla famiglia mafiosa evitando un eventuale disonore.
L’ attività della donna nell’ambiente familiare-domestico
L’aspetto attivo e dinamico del ruolo della donna nella famiglia ha a che vedere con il proprio
ruolo di madre: alla donna spetta la formazione dell’identità individuale dei propri figli attraverso il processo della socializzazione primaria, che è «la prima socializzazione che l’individuo intraprende nell’infanzia e che gli permetterà di diventare membro della società».
Nelle famiglie mafiose tradizionali il ruolo della donna è dunque quello di educare i propri figli
attraverso la trasmissione del codice culturale mafioso, un modello di valori, di regole e principi da seguire nell’arco della vita, definiti dalla famiglia stessa come “giusti”, anche se essi sono in netto contrasto con i valori della restante società civile. L’educazione inculcata ai bambini dalle donne avviene esclusivamente all’interno delle mura domestiche e cozza contro il sistema di valori impartito dalle scuole.
Per prima cosa i bambini imparano a rispettare i propri genitori, vedendo nel padre l’essere virile e degno di nota e nella madre colei che semplicemente svolge la funzione riproduttiva. Ai figli maschi la madre insegna così la cultura dell’illegalità mentre alle figlie femmine viene spiegato come diventare una brava donna di casa.
Nella cultura mafiosa è presente una netta scissione tra i termini madre e donna: mentre il primo termine identifica un aspetto positivo di un individuo rapportato all’immagine religiosa della madonna o della santa, la seconda espressione denota un’immagine negativa, fortemente maschilista ed omofoba, che vede la donna catalogata allo stesso modo che a una puttana.
La donna in quanto madre istruisce i propri figli secondo regole principali quali l’omertà, l’onore, la vergogna e la vendetta. L’omertà e l’onore garantiscono nell’associazione criminale la completa fiducia alla Famiglia, si basano su un sistema di stratificazione in cui si trovano a giocare le condotte delle donne, che garantiscono la reputazione dell’onore dell’uomo. L’onore viene riflesso in tutte le attività quotidiane del giorno e della notte. La vergogna svolge anch’essa il ruolo del corrispettivo dell’onore: difende e accresce il patrimonio della famiglia attribuendole la definizione
di un gruppo coeso. Essa è custodita nei mondi interni delle persone, è un’arma potente usata per il controllo sociale.
Attraverso l’onore le donne vengono coinvolte nel compito di mantenere alta la reputazione della Famiglia mentre la vergogna permette loro inconsciamente di rendersi complici dei codici tradizionali mafiosi di dominio e di sopraffazione.
La vendetta invece, viene incoraggiata dalle madri verso i propri figli, (di solito verso i figli maschi), allo scopo di eliminare la vergogna che è stata originata da un’offesa disonorevole contro la vittima. Essa è una risposta culturale contro la minacciosità della persona uccisa e perdura quanto il tempo del lutto; fino a quando la vendetta non venga eseguita, il lutto non può terminare. Nel passato chiunque non intendesse vendicare il proprio onore offeso veniva considerato un debole o un vigliacco. Questa pratica è nata a causa dell’insufficienza della giustizia proveniente dallo stato, e continua a sussistere anche oggi. La donna, che possiede il compito ideale della vendetta, è anch’essa un soggetto attivo nell’organizzazione: chiede vendetta e viene ascoltata, procurando così, anche solo indirettamente la morte di qualcuno.
DONNA E MAFIA – ATTIVITA’ CRIMINOSE
L’universo femminile mafioso non si limita ad un ruolo tradizionale, proprio principalmente della mafia siciliana, ma vede un ruolo di spicco in attività criminose soprattutto all’interno di
associazioni mafiose quali la camorra e l’ndrangheta. Nella camorra napoletana le donne hanno una voce del tutto indipendente dai loro uomini e li proteggono dalle accuse mosse dell’antimafia.
Esse contrabbandano sigarette, petrolio e droga, dedicandosi anche al furto di pistole e di altri beni illegali. Nell’ndrangheta si riscontra un ampio contesto di criminalità al femminile,
particolarmente riguardo ai crimini violenti, contro la proprietà e i furti. Le cause da attribuire a questa criminalità sono quelle relative all’ipotesi dell’emancipazione femminile e di genere, oltre che ad un ennesimo sfruttamento femminile da parte delle associazioni mafiose, che conducono ad una diminuzione del gap esistente tra la criminalità attuata dall’uomo e dalla donna.
NARCOTRAFFICO
Negli anni ’70 l’aumento del consumo degli stupefacenti conduce la mafia ad interessarsi
all’attività di narcotraffico. Questo passaggio segna un ruolo decisivo nella storia delle
organizzazioni criminali: porta all’utilizzo delle donne nel traffico di droga. Esse svolgono varie attività, dal livello più semplice di trasporto della droga a quello più articolato di gestione e direzione delle attività.
Le donne vengono assoldate dall’associazione mafiosa per trasportare la droga in quanto questo compito appare adatto alla loro fisicità, esse possono infatti fingere di essere gravide nascondendo in realtà delle confezioni di stupefacenti od occultando oggetti illeciti. Inoltre, esse preparano le dosi, si dedicano al taglio della droga svolgendo attività di corrieri e di spacciatrici, soprattutto all’interno del vicinato.
Numerose sono le storie di donne che si dedicano a queste attività, per esempio appare
significativo citare l’esperienza mafiosa di alcune casalinghe siciliane che nei primi anni ’80
venivano ingaggiate dalla mafia per trasportare la droga; esse vestivano con delle panciere
riempite di eroina col compito di imbarcarsi all’aeroporto di Punta Raisi di Palermo per poi
giungere a New York dove smerciavano la droga ad affiliati dell’organizzazione, per poi fare ritorno a Palermo con i dollari guadagnati incollati col nastro adesivo al corpo.
Le donne che si prestavano a questi compiti vivevano in contesti di marginalizzazione sociale, svolgevano condotte criminose perché necessitavano di risorse economiche e per soddisfare il proprio desiderio di colmare il gap della loro situazione consumistica. Nella regione siciliana il traffico di droga rimane ancora legato ad un loro ruolo di subordinazione della donna rispetto a quello maschile.
Un’altra categoria di donne implicate nel narcotraffico riguarda coloro che sono delle vere e
proprie organizzatrici di traffici. Un caso eclatante riguarda Angela Russo, chiamata anche col titolo di “nonna eroina”, una donna che cresciuta in un’ ambiente criminale mafioso è divenuta una reggente del traffico di eroina, esibendo atteggiamenti tipici di un boss mafioso. Essa non è rimasta all’ombra degli uomini, ma ha svolto la propria attività come un vero capo, prendendo su di sé il carico di lavoro organizzativo e gestionale. Questa donna, nonostante portasse un cognome già “rispettabile” è riuscita, insieme al proprio figlio, a farsi strada nell’ambiente criminale del narcotraffico mostrando di avere elevate capacità di comando. Angela Russo era capace di incutere rispetto e autorità, garantiva per il figlio e raccoglieva fondi per poter comprare partite di droga organizzandone delle consegne.
Un’altra storia simile alla precedente riguarda il caso di una donna della ‘ndrangheta, la matriarca Maria Serraino, che ha guidato un’intera formazione criminale. La ‘ndrangheta è un’organizzazione che vede un proliferare di casi di donne che detengono un potere notevole e di prestigio nell’associazione. La mafia calabrese negli ultimi dieci anni ha rinforzato il suo ruolo nel traffico degli stupefacenti, ha esportato le sue imprese in tutto il mondo al fine del reperimento dei fondi utili per le guerre tra clan. Nel caso di Maria Serraino ella ha capeggiato una vasta rete di distribuzione di droga trafficando anche in merce rubata, mentre i propri figli erano sottoposti alla vendita delle sigarette di contrabbando. Il centro delle operazioni avveniva nella propria casa, da
ogni incontro a ogni consegna di droga.
ATTIVITA’ ECONOMICO-FINANZIARIE
Un altro settore della criminalità organizzata che vede come protagoniste le donne è quello
relativo alle attività economico-finanziarie, realtà che si dispiega intorno agli anni ’80. È possibile riscontrare grazie alle cronache giudiziarie, il coinvolgimento del ruolo della donna nelle attività di riciclaggio, di donne che prestano il nome per intestazioni alle cosiddette società fantasma e di quelle che compiono delle movimentazioni bancarie.
Spesso nelle società mafiose capita che una donna debba prendere il posto del marito finito in carcere, dovendosi così occupare dei compiti finanziari della sua famiglia e anche
dell’organizzazione criminale, fungendo da prestanome o da braccio destro del marito. Il
coinvolgimento femminile nei crimini dei colletti bianchi è stato studiato da Rita Simon, che nei suoi studi svolti attraverso l’analisi multifattoriale ha riscontrato una correlazione positiva tra due fenomeni: quali l’avanzamento dell’istruzione femminile e la partecipazione delle donne alla sfera economico-finanziaria mafiosa.
Analizzando l’ “altra mafia”, nome usato per descrivere le attività di Bernardo Provenzano, si
possono vedere vari esempi di donne con ruoli di spicco nelle organizzazioni criminali, a titolo d’esempio prendo il caso della compagna di Provenzano, Saveria Palazzolo, che durante il periodo di latitanza del compagno si occupò di movimentazioni di capitali adottate per riciclare il denaro sporco di Provenzano e che era divenuta socia di una ditta di costruzioni, in quanto la sua partecipazione le permetteva di aggiudicarsi gli appalti pubblici e i prestiti bancari.
Donne che si occupano di gestire il denaro e gli immobili si collocano oltre che nelle regioni
meridionali d’Italia, soprattutto nelle regioni centrosettentrionali all’interno dei sodalizi mafiosi. Nel corso degli anni ’90 venne infatti compiuta una grande operazione investigativa chiamata “ Gemini”, (creta dalle iniziali delle città lombarde di Gela e Milano) che svelò l’esistenza di un’organizzazione che trasportava droga dalla Sicilia a Milano, al cui interno si trovavano alcune fidanzate e mogli dei membri della ‘famiglia’ che erano le addette alla contabilità e al reinvestimento di beni illeciti nei mercati legali.
ATTIVITA’ DI POTERE
Ad un livello superiore di analisi la presenza femminile aumenta il suo ruolo arrivando a
raggiungere posizioni molto alte all’interno della gerarchia dirigenziale: svolgendo il compito di messaggera, il primo passo verso la delega del potere mafioso. In quanto messaggere le donne muovono le “ambasciate”, ovvero messaggi orali oppure scritti, dal carcere all’esterno. Non è difficile capire come mai siano proprio le donne ad occuparsi di questo compito: perché esse sono insospettabili per loro natura e fidate.
L’estensione delle mansioni affidate al ruolo di messaggera conduce l’universo femminile alla conquista di posizioni di comando nell’organizzazione criminale. Questo avviene soprattutto nei sodalizi della ‘ndrangheta, in cui sono numerosi gli arresti o le latitanze di uomini mafiosi, per cui le donne si ritrovano a dover svolgere tutto da sole. Anche per quanto riguarda le armi sono le donne capo-clan a maneggiarle e scortano gli uomini fuori dal loro nascondiglio, insomma esse sono lo strumento utile per poter comunicare con l’esterno, in cui la leadership viene a loro affidata.
La posizione migliore per accaparrarsi il potere nel ruolo di messaggera è destinato alle sorelle della famiglia, in quanto esse hanno una reputazione di fiducia che nel loro ambiente criminale viene tradotto come un vantaggio, davvero competitivo.
Anche nella storia della mafia calabrese ci sono alcune storie di donne di potere da ricordare, che si sono macchiate di crimini violenti: per esempio il caso della first lady Assunta Maresca (conosciuta anche con il nome di Pupetta), che dopo la morte del marito, il boss camorrista Pasquale Simonetti, per vendicarne l’uccisione, si fece giustizia da sola sparando ad Antonio Esposito, l’assassino del marito. Ella si vendicò dell’omicidio in quanto secondo lei non ci potevano essere altre alternative per questo affronto. Così facendo una volta in carcere Pupetta ereditò l’autorità del consorte, diventando il boss delle recluse. Un’altra storia simile riguarda il caso della “vedova nera”della Camorra Anna Mazza, che dopo l’assassinio del marito e di uno dei suoi figli da parte di altri uomini mafiosi, prese in mano le redini del clan mafioso tessendo le reti dei traffici illegali, riciclando denaro sporco e riscuotendo il pizzo; ella fu una tra le prime donne imprenditrici
della Camorra negli anni ’90 ma anche la prima ad essere condannata in Italia per reati di
associazione mafiosa.
Secondo delle ricerche, la presenza della donna nelle posizioni di comando sembra aumentare nelle attività legate ai crimini economici e di proprietà, nelle quali non
viene richiesta alcuna forma specifica di violenza. Le donne hanno una maggiore possibilità di acquisire posizioni di autorità nel management nelle organizzazioni di gruppi più piccoli e flessibili.
I dati ufficiali sulla criminalità al femminile dell’ISTAT mostrano che in Italia negli anni presi in
considerazione (dal 1990 al 2000), il trend rilavato su “tutti i tipi di reato” appare piuttosto
uniforme nelle quattro regioni italiane (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) e in Italia. La media nazionale ruota intorno al 16% e 17%; le percentuali diminuiscono invece negli ultimi anni considerati, dove nel 2000 si aggirano intorno al 13,5%. La regione italiana con la percentuale più alta di criminalità femminile per tutti i “tipi di reato” è la Calabria con un picco del 28,8% nell’anno 1998.
La visibilità della presenza femminile nella criminalità organizzata nel nostro paese è nettamente inferiore rispetto a quella maschile, ma mostra ormai un certo peso del ruolo attivo che le donne hanno assunto.
IL TORTUOSO PASSAGGIO DALL’IMPUNITA’ ALL’IMPUTAZIONE
Lo stereotipo della donna esclusa da ogni attività criminale ha contribuito ad apportare un’
enorme vantaggio alle associazioni mafiose, ovvero all’agire indisturbato dell’universo femminile all’interno del crimine organizzato.
Per anni le donne mafiose hanno goduto di una sorta di impunità connaturata al fatto stesso di essere delle donne, di essere cioè invisibili davanti al crimine. L’estraneità femminile è sempre stata sottolineata dalla struttura criminale stessa per evitare che le donne venissero indagate o alla peggio condannate, questo infatti avrebbe comportato una serie di spiacevoli e gravi implicazioni per l’amministrazione della società.
La partecipazione femminile è stata per decenni sottovalutata dalla giustizia e questa dinamica ha portato ad una differenziazione di genere sia nel trattamento investigativo che giudiziario; le donne di mafia per esempio sono state per lungo tempo colpite da una sorta di indulgenza sui piani dell’arresto e della condanna.
Solo attraverso nuovi studi e soprattutto grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia è emersa l’ ampia partecipazione delle donne nel crimine, questa scoperta ha condotto la giustizia a cambiare la propria prospettiva nei confronti delle donne mafiose, spostandole dalla veste di donne impunite a quella di donne imputate.
I cambiamenti avvenuti a livello giudiziario sono da ricondurre in primo luogo agli sforzi della
Legge Rognoni-La Torre, che ha aiutato gli inquirenti a scoprire la partecipazione femminile nei reati economico-finanziari e in seconda battuta alla giurisprudenza, che ha dimostrato di capire la novità delle associazioni mafiose, ovvero di includere al proprio interno anche persone che sino ad allora non erano state riconosciute come affiliabili alla mafia.
Negli anni ’90 le donne ritenute implicate nelle attività criminali iniziano ad aumentare sempre di più, venendo così imputate e/o condannate per il reato di associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis). Esse vengono rintracciate attraverso le intercettazioni ambientali e telefoniche compiute dalle forze dell’ordine, che testimoniano la loro reale implicazione nell’associazione, fungendo da collegamento tra le attività illecite della cosca e il mondo esterno.
DONNE CHE SI RIBELLANO
Quando un uomo d’onore decide di collaborare con la giustizia, non sempre ha l’approvazione della propria moglie o della propria famiglia. La reazione negativa delle donne alla decisione del parente di collaborare si manifesta nel rinnegarlo, nell’azione di ripudio, generate dalla paura della ritorsione della famiglia mafiosa, o di vendette trasversali alle generazioni a venire, oppure sono ragioni di tipo economico che conducono alla scelta del distacco di colui che è ora giudicato come un traditore. Quest’ultima causa spinge le mogli dei boss a considerare più conveniente aver il proprio marito in prigione, in quanto l’associazione mafiosa provvede a stipendiarne l’intera
famiglia.
Significativa è l’esperienza di alcune donne che davanti a processi per mafia protestano davanti alla corte urlando che il collaboratore di giustizia non è in realtà un pentito, in quanto non vogliono in nessun modo che egli testimoni contro l’organizzazione. Molte mogli cercano di convincere il loro marito a ritrattare qualsiasi dichiarazione, ricattandolo con la subdola minaccia di non fargli più vedere il proprio figlio.
Ma questa non è l’unica faccia del pentitismo, sempre più donne infatti si uniscono alla sezione “parenti dei collaboratori di giustizia” appoggiando la scelta del marito in tutte le fasi del percorso di collaborazione. Spesso sono proprio le donne, mogli o amanti dell’uomo mafioso, a spingerlo al pentimento, perché stanche della trappola mortale dell’organizzazione mafiosa.
Il ruolo della donna è quindi decisivo nell’aiutare l’ex uomo d’onore a rifarsi una nuova vita
lontana dalla mafia e a crearsi una nuova identità.
È difficile per l’ex uomo di mafia tradire la propria fedeltà all’associazione, per questo la donna cerca di alleviare questa sofferenza, offrendogli supporto e proiettandolo davanti un’ opportunità di cambiamento.
Un caso esemplare di questo supporto da ricordare è quello della moglie di Tommaso Buscetta: Maria Cristina de Almeida Guimares. Tommaso Buscetta ha fatto parte per anni di Cosa Nostra divenendo uno tra i protagonisti principali del narcotraffico e prima di sposare sua moglie Cristina si sposò altre due volte. Fu proprio lei, dopo i ripetuti arresti del marito a persuaderlo a collaborare con il giudice Giovanni Falcone e gli offrì il supporto necessario ai processi nei quali egli collaborava.
Cristina è stata senza dubbio un elemento importante nella collaborazione del marito, creando per la famiglia una nuova identità, adottando i figli avuti dal precedente matrimonio del marito, supportando le scelte del proprio uomo usando per questo anche le sue capacità di avvocato.
Va infine ricordata un’altra categoria di donne, quella delle collaboratrici di giustizia. Esse hanno deciso di ribellarsi alle organizzazioni mafiose, testimoniando contro le stesse per motivi di vendetta o di rifiuto della mafia. Serafina Battaglia per esempio, dopo l’omicidio del marito decise di appellarsi alla giustizia quando vide in essa un’abile alternativa alla vendetta privata. Essa venne soprannominata dei media come la vedova della mafia, in quanto si presentava a testimoniare davanti ai processi vestita di nero, proprio come una vedova, additando i responsabili dei delitti.
Un’altra donna, inizialmente spinta alla collaborazione dal motivo di vendetta e successivamente dal desiderio di lasciarsi alle spalle la cultura mafiosa fu Rita Atria, che perse prima il padre e poi il fratello per colpa della mafia. La sua ribellione la portò a collaborare con Paolo Borsellino che le offrì momenti di speranza per la sua vicenda. Quando però Rita scoprì dell’uccisione di Paolo Borsellino decise di uccidersi gettandosi dalla finestra del suo appartamento; episodio che segna la perdita di una vita ma anche la vittoria di una ragazza che aveva creduto in una possibilità di cambiamento.
CONCLUSIONI
Se in alcuni ambiti dell’Italia permane la tradizione mafiosa che vede l’universo femminile escluso e silenzioso davanti alle attività criminose degli uomini d’onore nelle organizzazioni criminali, è indubbio che il ruolo della donna sia cambiato, anche se ancora sotto una chiave di sfruttamento e non ancora di emancipazione piena della donna stessa. Molte donne infatti sono complici dell’azione criminale mafiosa, hanno poteri maggiori di autonomia, anche se continuano a restare in misura minore protagoniste indiscusse del mondo mafioso.
La maggiore emancipazione deriva loro dal riscatto sociale, dal loro ruolo di intermediarie con la giustizia per creare una nuova vita, lontana dalla ferocia delle associazioni mafiose, per rendersi libere dalla loro prigione invisibile che è la mafia stessa.
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