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LA DONNA DELINQUENTE (dr.ssa LIDIA DE GIACOMO)


Secondo Cesare Lombroso, precursore italiano della criminologia positivista, le donne difficilmente commettevano reati in quanto portatrici di un istinto di protezione connaturato alla funzione materna. Per Lombroso la donna è empatica, paziente e amorevole; pertanto risulta altamente improbabile che possa fare del male a un proprio simile.


Bisogna tuttavia precisare che le teorie di Lombroso si collocano in un’epoca storica in cui la donna era svalutata e considerata culturalmente inferiore all’uomo. Nel periodo in cui visse Lombroso, infatti, era fortemente marcata la sottomissione della donna alla figura maschile e vi era una netta separazione dei ruoli tra uomini e donne.


Alle donne avvocato, ai tempi di Lombroso, era inoltre inibita la possibilità di svolgere la professione forense. La prima donna avvocato in Italia fu Lidia Poët, che si iscrisse al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino nel 1883.


Le teorie lombrosiane sulla criminalità femminile sono oggi oggetto di numerose critiche da parte della criminologia contemporanea. In particolare, Edwin Sutherland, con la teoria dell’associazione differenziale, ha sostenuto che il comportamento criminale non sia determinato da caratteristiche biologiche innate, ma appreso attraverso l’interazione sociale. Secondo Sutherland (1939), infatti, «il comportamento criminale viene appreso attraverso il contatto con altre persone».


Anche Robert K. Merton, attraverso la teoria dell’anomia, ha evidenziato come il crimine possa derivare dalla tensione tra gli obiettivi socialmente condivisi e i mezzi legittimi disponibili per raggiungerli. In

questa prospettiva, la devianza non dipende da fattori biologici o da una presunta inferiorità naturale, ma da condizioni sociali, economiche e culturali.


Un contributo importante alla critica delle teorie lombrosiane proviene anche dalla criminologia femminista. Studiose come Carol Smart e Meda Chesney-Lind hanno evidenziato come la criminologia tradizionale abbia spesso interpretato la criminalità femminile attraverso stereotipi di genere, trascurando il ruolo delle disuguaglianze sociali e delle dinamiche di potere. Come sottolinea Carol Smart (1976), «la criminologia ha storicamente studiato la donna più come deviazione dalla norma maschile che come

soggetto sociale autonomo».


Anche la criminologia italiana contemporanea ha messo in discussione l’impostazione biologica lombrosiana. Autori come Guglielmo Gulotta, Adolfo Ceretti e Franco Ferracuti hanno evidenziato come il comportamento deviante sia il risultato di una complessa interazione tra fattori psicologici, sociali e culturali. Allo stesso modo, studiosi come Marzio Barbagli hanno dimostrato, attraverso analisi sociologiche e statistiche, come la criminalità sia fortemente influenzata dal contesto sociale e dalle opportunità presenti nella società.


La domanda, dunque, è: cosa accade se una donna, pur di affermarsi a livello lavorativo e nella società, adotta comportamenti aggressivi o modelli tradizionalmente associati al potere maschile?


Analizzando i dati degli ultimi anni in Italia emerge che vi sono ancora più delinquenti di sesso maschile che di sesso femminile. Secondo i dati del Ministero della Giustizia e dell’ISTAT, la percentuale di donne detenute nelle carceri italiane rimane significativamente inferiore rispetto a quella maschile, attestandosi generalmente intorno al 4–5% della popolazione carceraria totale. Inoltre, tra i reati più frequentemente contestati alle donne figura il furto, mentre i reati violenti risultano statisticamente meno frequenti.


Tuttavia, osservando più attentamente i dati relativi alla criminalità organizzata, alcuni studi evidenziano un progressivo rafforzamento del ruolo femminile all’interno delle organizzazioni mafiose, dove le donne possono assumere funzioni di gestione, collegamento o mantenimento delle reti familiari criminali.


Questo dato rappresenta un fenomeno particolarmente significativo e meritevole di attenzione da parte degli studiosi.


Il dubbio, quindi, è se Lombroso avesse ragione quando scriveva: «Ora, se nonostante tanti ostacoli una donna commette delitti, è segno che la sua malvagità è enorme, perché è riuscita a rovesciare tutti quegli impedimenti (senso di protezione, empatia, pietà, ecc.) che incidono sulla sua capacità di delinquere».


La criminologia contemporanea, tuttavia, tende a interpretare la criminalità non come il risultato di una predisposizione naturale, ma come il prodotto di fattori sociali, culturali e relazionali complessi che riguardano tanto gli uomini quanto le donne.


Riferimenti bibliografici essenziali

Sutherland E. (1939), Principles of Criminology.

Merton R. K. (1938), Social Structure and Anomie.

Smart C. (1976), Women, Crime and Criminology.

Chesney-Lind M. (1989), Girls’ Crime and Woman’s Place.

Ceretti A., Natali L. (2009), Cosmologie violente.

Barbagli M. (2000), Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia.

Ponti G., Merzagora Betsos I. (2008), Compendio di criminologia.

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