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549 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Le Competenze chiave della Nuova Sicurezza: perché – oggi – dobbiamo pensare “al nuovo” ! (dr.ssa Bellomi Daniela)

    Le Competenze chiave della Nuova Sicurezza: perché – oggi – dobbiamo pensare “al nuovo” ! Quando pensiamo al “nuovo” non dobbiamo più pensare alle “nuove paure” ma “al nuovo”. Ad un nuovo a tutto tondo ! E, se dobbiamo pensare, è indispensabile fare uno sforzo ! Pensare è – in termini generali – uno sforzo Culturale che le norme Europee hanno provato ad instillare da anni: consapevolezza, competenza e rendicontabilità. E questo sforzo – del pensare e della cultura – non va lasciato al perimetro degli specialisti dal momento che i rischi dell’Intelligenza Artificiale riguardano tutti ed emergono nella vita quotidiana, nelle scelte e nei flussi di lavoro. Ma non solo: oggi non è più sufficiente “non fare stupidi errori”, oggi è indispensabile “conoscere”, “comprendere”, “dubitare”. “Conoscere” non significa trasformare ogni dipendente in un esperto ma costruire un’alfabetizzazione di base che consenta a tutti, in ogni ruolo, di capire il senso dei rischi principali e non sentire termini come “prompt injection” o “model extraction” e di non percepire questi termini troppo di nicchia. “Comprendere” – invece – significa ricostruire il contesto, ovvero il sistema che stiamo usando, quali dati stiamo trattando, dove potrebbe rompersi. E’ la differenza tra sapere che il “phishing” è pericoloso e capire perché una specifica email – pur perfetta nella forma – è sospetta nel contesto della propria azienda. “Dubitare” è la competenza più critica nell’era dei “deepfake”. Non dobbiamo farci prendere dal panico o dalla paura ma avere un corretto “dubbio operativo”: chiedersi se la telefonata dal CEO che chiede un’azione urgente e fuori procedura sia reale oppure se un chatbot, che risponde in modo perfetto, stia davvero rivelando qualcosa che non dovrebbe...Molte, troppe organizzazioni stanno ancora sottovalutando questa trasformazione. E va rimarcato che anche tutti i componenti del Consiglio di Amministrazione dovrebbero essere in grado di fare domande sensate sui rischi, sui controlli, sui fornitori, sul monitoraggio e sulle responsabilità. I rischi – in particolare in questo momento storico – vanno tradotti in scelte operative: “quali dati possono entrare in un sistema”, “quali compiti possono essere automatizzati e quali no”, “come si controllano output e comportamenti anomali”, “ quali misure di continuità servono se il servizio degrada o viene abusato”, ecc. E’ anche fondamentale avere strumenti per riconoscere qualcosa che non “torna”, come una richiesta urgente e fuori procedura, una voce troppo perfetta, ecc. Quello che deve diventare la nostra certezza è che la Sicurezza non è più soltanto “non fare” ma è “capire il perché”. Ed arriviamo al punto fondamentale, dal quale potremo capire o meno – se effettivamente – stiamo seguendo la via corretta oppure no...anche perché, questa volta, sbagliarla potrebbe essere molto più pericoloso. E’ ormai evidente che la Formazione tradizionale non basta. E, anche, che le linee guida imposte dal “come condurre un’analisi” piuttosto che “il seguire schemi conosciuti” non possono più essere il cavallo di battaglia di nessuno. Compreso questo concetto dobbiamo – di necessità – costruire un programma in itinere che si differenzia per ruoli e che abbia il potenziale di lavorare ed analizzare con strumenti quali la semantica, la semiotica e la Filosofia. Un attestato che certifica non basta più. Anzi, alcune volte certifica la mancanza di capacità espansiva della mente. E’ necessario rivisitare il lavoro interdisciplinare e mettere “paletti” oltre che valutare l’attuale linguaggio comune: queste sono le chiavi per una valutazione del rischio adeguato. Le competenze distribuite e il lavoro interdisciplinare richiedono una valutazione efficace ed efficiente ma la prima domanda da porsi è “ qual’ è la capacità complessiva della mente del professionista che si erge ad effettuare questa valutazione ? E se il team tecnico deve comprendere le vulnerabilità e le dipendenze è vitale che il legale debba tradurre requisiti e responsabilità. Il business deve stimare l’impatto operativo e reputazionale; le risorse umane devono capire quali competenze servono e come allenarle; chi gestisce  procurement  e fornitori deve pretendere evidenze e garanzie coerenti con il rischio. Questo processo funziona solo se le parti parlano un linguaggio comune e hanno una comprensione minima del dominio degli altri. Ed è, di nuovo, Formazione: non quella a compartimenti stagni, ma “Quella davvero innovativa”, quella integrata che collega rischi, processi e decisioni: quella che, fino ad ora, vediamo arrancare dietro a tempi e necessità che viaggiano ad altissima competitività. Il concetto del dubbio – spesso visto nella sua accezione negativa – deve essere incoraggiato !In filosofia, il dubbio è un fondamentale strumento di ricerca, non solo incertezza, che indirizza a cercare verità o consapevolezza della sua stessa impossibilità. Si distingue in metodico e scettico. È, anche, il motore del pensiero critico che supera conformismi e dogmi.  Il dubbio non è paralizzante, come spesso si pensa. E’ una forma di riflessione anticipata utile per le decisioni. Il dubbio è interpretato come la capacità di mettere in discussione le certezze date, trasformando l'incertezza in un'opportunità di conoscenza e libertà. E come il dubbio, anche le anomalie vanno analizzate. Se chiediamo alle persone di verificare e dubitare dobbiamo però – prima – aver reso praticabile quel comportamento e, soprattutto aver abbattuto ciò che ha incentivato il “farlo poco”, se non raramente. Aver ridicolizzato i falsi allarmi e, allo stesso modo, aver punito chi – per una verifica ragionevole – abbia rallentato un processo non ha avuto poco peso, anzi. E’ compito di una sana e buona organizzazione ricreare la cultura sana del dubbio, dandole -  finalmente – la giusta dignità del dubbio informato. E si può già iniziare, con gli strumenti che già abbiamo: OWASP, NIST e ISO 42001. La differenza è che non devono più essere usati come checklist ma come – vere e proprie – risorse per strutturare le scelte. Questi strumenti possono supportare questo lavoro non perché si vanno a sostituire alla responsabilità ma perché aiutano a fare e a farsi domande migliori, a rendere le scelte documentabili e migliorabili nel tempo. Chiaramente il comportamento delle organizzazioni non sarà lo stesso e perciò, mentre alcune resteranno resilienti al cambiamento e quindi diventeranno sempre più vulnerabili, le altre creeranno – fisiologicamente – un crescente distacco. Un distacco che sarà creato dal salto trasformativo non effettuato dalle aziende che continuano con il business “us usual”. Quelle disposte all’accettazione del cambiamento avranno più resilienza nel riconoscere ed assorbire minacce nuove, avranno maggiore capacità di evitare incidenti che diventando notizia in poche ore danneggia anche la reputazione. E avranno più strumenti per rispondere a richieste di accountability. Quelle che opporranno resistenza andranno avanti un pò ma lo faranno con un debito tecnico e culturale che andrà, ovviamente, ad aumentare — finché un incidente, una scelta sbagliata su un fornitore, o un’integrazione frettolosa con un sistema AI non verificato renderà improvvisamente evidente il costo dell’inerzia. Se non passerà il messaggio che la differenza non sarà solamente la tecnologia a disposizione o il budget allocato alla Sicurezza ma il Pensiero che rappresenta e costituisce la Cultura Organizzativa non ci sarà nessun firewell, per quanto possa essere di livello e sofisticato, che potrà mai compensare un management che autorizza l’integrazione di sistemi senza comprenderne rischi e controlli. Nessuna policy password può proteggere da una richiesta urgente veicolata da un deepfake credibile se non esiste una procedura di verifica e un’abitudine al dubbio. Diversamente dalla Sicurezza del passato – oggi – non ci si può più permettere di recitare una parte, la parte di chi “è” e “si sente” al Sicuro perché ha osservato scrupolosamente tutte le regole della recitazione perfetta, nemmeno fossimo ad uno spettacolo teatrale ! E’ arrivato il Tempo di “essere davvero al sicuro”. E perché questo accada ci vuole consapevolezza, metodo e capacità di cambiare insieme al tempo e al contesto ma, anche, quando le analisi degli incidenti ci stanno indicando che c’è qualche errore nel processo in atto o, solo semplicemente, che ci stiamo sbagliando Noi ! E se tutto questo dovesse accadere – cosa che mi auguro vivamente – ci potremmo finalmente rendere conto che oltre al non pensare e al non essersi presi della cultura abbiamo commesso il più grande degli errori, fin da principio. O meglio: l’ errore è stato commesso e, per svariate ragioni, non abbiamo avuto il coraggio di “fermare” l’adozione di questo comportamento da parte di molti forse anche perché politicamente scorretto in una politica dove le relazioni e i contatti sono importanti. Ma mai quanto la Sicurezza di tutti. Abbiamo fatto o subito una scelta oligarchica e questo, come la storia ci ha insegnato, non ha portato altro che problemi. articolo di: DIVENTA REFERENTE

  • «Agente penitenziario aggredito durante il controllo di un pacco»: la denuncia dal carcere di Taranto

    Un agente della polizia penitenziaria è stato aggredito e ha riportato la frattura di una costola nel carcere di Taranto durante il controllo di un pacco al cui interno sono stati trovati carne e circa 35 grammi di droga. L’episodio è avvenuto nella mattinata di lunedì. "Durante la perquisizione di un pacco spedito dai familiari ad un detenuto di origini brindisine con problemi psichiatrici, il poliziotto addetto ha notato che il pacco conteneva della carne e della sostanza anomala, per cui ha proceduto al sequestro», racconta Federico Pilagatti, segretario del Sappe. «A questo punto - continua - il detenuto si è avventato contro il poliziotto scaraventandolo sul muro, per poi impossessarsi del pacco contenente la carne e la sostanza misteriosa cercando di allontanarsi». L’uomo è stato poi fermato dagli altri agenti intervenuti. «Dopo una mediazione - aggiunge Pilagatti - il detenuto ha consegnato il pacco ai poliziotti». Il poliziotto ferito è stato trasportato in ospedale dove "gli è stata riscontrata una frattura alla costola con una prognosi di 30 giorni». Successivi accertamenti hanno confermato "la presenza di circa 35 grammi di sostanza stupefacente». Il Sappe torna a denunciare «una gestione ormai insostenibile» della casa circondariale di Taranto, evidenziando criticità legate al sovraffollamento e alla presenza di detenuti con disturbi psichiatrici. fonte: «Agente penitenziario aggredito durante il controllo di un pacco»: la denuncia dal carcere di Taranto - Gazzetta del Mezzogiorno

  • Così la guerra ha cambiato (in peggio) il regime iraniano

    Da regime religioso a regime militare estremista. La campagna militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran avviata il 28 febbraio scorso e sospesa da un cessate il fuoco a tempo prossimo alla scadenza, sembra aver ottenuto il contrario dei suoi obiettivi: il crollo del sistema di potere a Teheran o, come alternativa, il suo ammorbidimento in favore di una leadership più moderata. Obiettivi che, per la verità, Donald Trump e Benjamin Netanyahu non hanno ben delineato, o comunicato confusamente, durante i circa 40 giorni di bombardamenti dall’alto coordinati da Pentagono e Idf. Washington e Tel Aviv speravano infatti che la decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica, a partire dall’uccisione il primo giorno del conflitto di Ali Khamenei, a cui è succeduto suo figlio Mojtaba, portasse al crollo del regime, o almeno all’emergere di elementi più disposti a piegarsi agli interessi americani e israeliani. Una soluzione “alla Delcy”, dal nome della numero due del regime venezuelano, subentrata a Nicolás Maduro dopo la sua cattura da parte dei militari statunitensi. Il vuoto creato dai raid dei due Paesi alleati, scrive in queste ore il Wall Street Journal , è stato invece colmato da nuovi leader radicali che stanno dimostrando scarso interesse per i compromessi politici. Sia in patria che all’estero. “La guerra ha cambiato il regime, e non in meglio”, ha dichiarato Danny Citrinowicz, ex responsabile della sezione Iran dell’intelligence israeliana, il quale aggiunge che “abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima del conflitto”. Una valutazione non condivisa da Donald Trump, il quale pochi giorni fa ha definito “più ragionevoli” i nuovi signori di Teheran, nonostante, come reso evidente ai colloqui in Pakistan, essi continuino a mostrare una linea oltranzista su questioni chiave come il programma nucleare e il controllo sullo Stretto di Hormuz, considerata, quest’ultima, la nuova e forse più potente arma in mano ai pasdaran.   Continua a leggere

  • “Agirono nell’adempimento del dovere”, assolte le due guardie giurate che bloccarono un uomo davanti alla sede Sky di Milano

    La decisione è stata pronunciata dalla Corte d’Assise del capoluogo lombardo, chiudendo il processo per omicidio preterintenzionale. La procura aveva chiesto 6 anni Sono state assolte perché ritenute “non punibili” per aver agito nell’adempimento del dovere le due guardie giurate imputate per la morte di Giovanni Sala, avvenuta tra il 19 e il 20 agosto 2023 davanti alla sede Sky Italia di Rogoredo, a Milano . La decisione è stata pronunciata dalla Corte d’Assise del capoluogo lombardo, chiudendo il processo per omicidio preterintenzionale . Il pubblico ministero Alessandro Gobbis aveva chiesto condanne fino a sei anni , sostenendo che la morte fosse sopraggiunta a seguito delle modalità con cui l’uomo era stato immobilizzato. Secondo l’accusa, Sala – in evidente stato di alterazione – era stato trattenuto a terra per alcuni minuti, con un ginocchio sulla schiena , e colpito con due pugni da uno dei vigilantes. La Corte ha però riconosciuto la scriminante dell’adempimento del dovere, escludendo la punibilità dei due imputati. La ricostruzione dei fatti La vicenda risale alla notte tra il 19 e il 20 agosto 2023. Sala, 25 anni, si era presentato davanti agli uffici milanesi di Sky poco prima dell’una, tentando di entrare. Secondo quanto ricostruito nelle indagini, il giovane si trovava in uno stato di forte alterazione, probabilmente dovuto all’assunzione di alcol, e mostrava un comportamento aggressivo. Respinto all’ingresso, avrebbe iniziato a inveire contro il personale di sicurezza , arrivando anche a togliersi la maglietta. Le due guardie giurate, in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine, lo avevano quindi bloccato per impedirgli di entrare nella struttura. Durante le fasi dell’immobilizzazione, l’uomo ha accusato un malore. I vigilantes hanno riferito di aver tentato di rianimarlo e di aver immediatamente allertato i soccorsi . All’arrivo del 118, Sala era già in arresto cardiaco. Trasportato all’ospedale San Raffaele, i medici non hanno potuto far altro che constatarne il decesso. Le indagini e il processo Fin dalle prime ore successive ai fatti, la Procura di Milano aveva aperto un’inchiesta, inizialmente per omicidio colposo, acquisendo anche le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti all’esterno della sede Sky. Gli accertamenti medico-legali avevano poi stabilito che la morte era sopraggiunta per arresto cardiaco. Tuttavia, nel corso del procedimento, l’attenzione si era concentrata sulle modalità dell’intervento dei vigilantes , in particolare sulla durata dell’immobilizzazione e sull’uso della forza. Elementi che avevano portato la pubblica accusa a contestare il reato di omicidio preterintenzionale. Una tesi che non è stata accolta dai giudici, i quali hanno ritenuto che i due imputati stessero svolgendo le proprie funzioni di sicurezza e contenimento, senza superare i limiti imposti dal loro ruolo. Con la sentenza di assoluzione, si chiude così una vicenda che aveva sollevato interrogativi sull’uso della forza da parte del personale di vigilanza e sulle condizioni di sicurezza nelle operazioni di contenimento. fonte: Guardie giurate assolte: "Adempimento del dovere" PARTECIPA AL CORSO:

  • OMICIDIO BONGIORNI: NESSUNA GIUSTIFICAZIONE (dr.ssa Lopez Barbara)

    Esiste un confine invisibile, ma fondamentale, che tiene insieme la convivenza civile di ogni società: è quel senso di responsabilità comune che ci spinge a non girarci dall’altra parte. È quel gesto spontaneo di un cittadino, un padre, che richiama al rispetto delle regole comuni. La notte di sabato 11 aprile, in piazza Felice Palma a Massa, quel confine non è stato solo valicato, ma è stato brutalmente calpestato. L’omicidio di Giacomo Bongiorni non è una rissa finita male. In criminologia le parole hanno un peso e le dinamiche una firma specifica. Qui siamo di fronte ad un’esplosione di violenza gratuita e asimmetrica, dove il richiamo all’ordine di un uomo di 47 anni è stato interpretato da un gruppo di giovanissimi come una sfida intollerabile al loro dominio sul territorio urbano. Giacomo non è caduto per un diverbio; è stato abbattuto perché ha osato incarnare l’autorità del buon senso davanti a chi, nel gruppo, cerca l’annullamento di ogni limite. Sotto gli occhi del figlio di undici anni, vittima di un trauma che segnerà la sua intera esistenza, si è consumato un fenomeno terribile, quello del branco che annulla l’individuo. In quel perimetro di pochi metri quadri, la responsabilità individuale è svanita per lasciare il posto alla ferocia del gruppo. Non c’è stata pietà per chi era già a terra, perché nella logica della devianza di gruppo, l’altro smette di essere una persona e diventa un bersaglio su cui proiettare un’onnipotenza distorta. Oggi, dare voce a Giacomo e alla sua famiglia non significa solo chiedere giustizia, ma analizzare le radici di questo vuoto di empatia che trasforma un sabato sera in una tragedia irreversibile. Spesso si tende a cercare un alibi nel disagio giovanile o nel degrado di un luogo, rischiando di trasformare i carnefici in vittime. Ma l’atto di infierire su un uomo a terra, sotto gli occhi di un bambino, è una scelta deliberata di crudeltà. Giacomo Bongiorni non è morto per una fatalità, ma per una sequenza di azioni volontarie e reiterate. Non può esserci giustificazione perché il richiamo non era un’offesa, ma un atto di cura per lo spazio comune. Accettare l’idea che un rimprovero civile possa scatenare una reazione omicida significherebbe rinunciare definitivamente al concetto di convivenza. La violenza del branco contro un singolo individuo è la negazione stessa di ogni codice comportamentale. Dare voce alla vittima e alla sua famiglia oggi significa pretendere una narrazione che resti ancorata alla realtà dei fatti: un uomo giusto è stato ucciso mentre esercitava il suo diritto dovere di cittadino. Qualsiasi tentativo di cercare cause psicologiche nell’aggressione per diluirne la colpa sarebbe un ulteriore sfregio alla memoria di Giacomo e al trauma indelebile di suo figlio. La responsabilità è, e deve rimanere, individuale e assoluta. Oggi assistiamo ad un profondo cambiamento della devianza giovanile. Non siamo più di fronte alla delinquenza legata alla necessità o al disagio economico estremo, siamo di fronte ad un vuoto assoluto di valori, dove la violenza diventa un fine in sé, un modo brutale per sentirsi vivi o per dominare uno spazio pubblico. Spesso si cerca di analizzare questi episodi parlando di “disagio”, “mancanza di opportunità” o “fragilità”. Ma il disagio può spiegare il contesto, ma non giustifica mai il delitto. Milioni di giovani vivono situazioni di difficoltà senza per questo trasformarsi in aguzzini. La scelta di colpire ripetutamente un uomo inerme è una decisione criminale che non può essere nascosta in nessuna analisi sociologica. Non possiamo accettare la narrazione dei “ragazzi che hanno perso la testa”. Chi partecipa ad un pestaggio collettivo compie una sequenza di scelte: la scelta di avvicinarsi, quella di colpire, quella di non fermarsi e quella di non prestare soccorso. Queste sono responsabilità individuali, non incidenti di percorso. Giustificare queste dinamiche in nome di una generica “crisi giovanile” significherebbe tradire non solo la vittima, ma tutti quei ragazzi che ogni giorno scelgono la strada della legalità e del rispetto. Il dolore della sua famiglia e, soprattutto, di quel bambino che ha dovuto assistere all’orrore, non può essere descritto da nessuna perizia. Per quel bambino la piazza non sarà mai più un luogo di gioco, ma il teatro di una violenza inspiegabile che gli ha strappato un padre nel modo più crudele. Dopo lo shock iniziale, ora servono risposte: cosa accadrà ai responsabili? Il percorso giudiziario è già tracciato e si muoverà su binari diversi a causa della presenza sia di maggiorenni che di un minore tra gli indagati. Il primo passo fondamentale sarà il deposito della perizia autoptica, sarà questo esame a stabilire l’esatta causa della morte e a confermare il nesso causale: ovvero che il decesso è stato causato direttamente dai colpi ricevuti e non da fattori esterni. Un passaggio tecnico, ma cruciale per blindare l’accusa di omicidio. Per i maggiorenni arrestati, il processo seguirà l’iter ordinario, le indagini della Procura puntano a ricostruire con precisione le singole responsabilità: chi ha colpito, chi ha incitato, chi ha impedito a Giacomo di difendersi. In un caso come questo, la legge può contestare il concorso in omicidio a tutti i partecipanti, indipendentemente da chi abbia sferrato il colpo fatale, se viene dimostrata la volontà comune di aggredire. Per il minorenne, il percorso sarà parallelo. Qui la giustizia ha una doppia funzione: sanzionare il reato e valutare la possibilità di recupero, ma davanti ad un crimine così grave, la severità del giudizio non può essere ignorata. I tempi della giustizia potranno essere lunghi, ma servirà a garantire una condanna che resista ad ogni ricorso, perché la famiglia di Giacomo ha bisogno di una verità processuale che non lasci ombre e che trasformi quel caos di violenza in una responsabilità penale chiara e definitiva. articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE

  • AI: basterà cambiare le regole ? Rigorosamente no ! (dr.ssa Bellomi Daniela)

    Siamo nell’Era dell’Intelligenza Artificiale ed è evidente che la Sicurezza Informatica non può più essere esclusiva degli specialisti IT. Inutile aggiungere molte parole sul fatto che non avrebbe mai dovuto esserla...la velocità aumenta, di minuto in minuto, e non ci possiamo permettere di guardare anche al solo e semplice passato della giornata di ieri. Gli attacchi informatici hanno cambiato e trasformato, al pari passo con l’Intelligenza Artificiale, scala, velocità e la loro credibilità. Ma anche le regole rappresentano un argomento al quale non si può sfuggire...Chi si regolamenta, ancora, secondo i vecchi canoni vive un divario crescente. Ma non solo: valutazioni del rischio sbagliate, stato dell’arte alterato e una gestione della struttura degli incidenti lacunosa. La sfida è Culturale ed Organizzativa. Ed è una sfida che investe ogni livello aziendale, dall’imprenditore a scendere. La questione non riguarda solo le regole tradizionali che, se pur ancora utili, non possono più offrire un livello di garanzia adeguato. La questione vera è che le regole fanno parte della Cultura e dell’Organizzazione che ci riporta al fattore umano, per cercare di trovare un filo logico in quello che, sembra ancora a troppi,  il terreno di gioco degli specialisti informatici. Alcune regole, apprese in un momento storico decisamente di non comprensione della realtà circostante, non solo non sono state capite nella loro importanza e nella loro utilità ma sono diventate – al pari di un rituale inutile ma richiesto – qualcosa “da fare” ma sul quale non fermarsi a riflettere. E, passo dopo passo, questo atteggiamento non poteva che portarci, paradossalmente, dalla parte opposta a dove effettivamente ci trovavamo già, creando una disparità tra percezione e realtà che l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale ha, poi, definitivamente separato. La percezione del diritto, a dir si voglia delle regole insieme alla tecnica, avrebbe dovuto e potuto essere la compliance  della vita reale: in realtà abbiamo assistito – e purtroppo non frenato – al procedere di una Sicurezza informatica in piccole pillole operative e a pochi concetti essenziali ma ripetuti meccanicamente. Qualcuno sostiene che per anni abbia funzionato. In realtà non è così, se conduciamo una buona ed essenziale analisi. Il suo malfunzionamento nacque nel momento esatto in cui non ci si allarmò per gesti rituali ai quali dovevamo applicare poca attenzione e poco intelletto. Il lessico diventò condiviso e condivisibile: altro grande indicatore. Parole e concetti solidi che ripetuti, ogni giorno, sono divenuti famigliari. Anche troppo, purtroppo, secondo la più banale delle osservazioni: siamo andati perdendo la riverenza che tradotto nel nostro linguaggio significa che abbiamo perso anche la prima battaglia di quella che si annunciava come una Grande Guerra: abbiamo banalizzato e sottovalutato. Uno dei più grandi errori, uno dei più pericolosi. E così “riservatezza”, “integrità”, “disponibilità”, “autenticazione”, “autorizzazione”, “malware”, “ransomware” sono entrate – di diritto ma non per quel diritto che le avrebbe legittimate – nella trama sottile del quotidiano lavorativo e non solo. Un copione collaudato ed infinite presentazioni per cercare di catturare l’attenzione dei dipendenti su prescrizioni precise: “non cliccare su link sospetti”, “non aprire allegati da mittenti sconosciuti”, ecc. Una formazione che inseguiva una chimera. Ed è evidente – oggi – grazie proprio all’Intelligenza Artificiale che le misure in adozione sono inadeguate così come la Cultura che le avrebbe dovuto introdurre e condurre. Abbiamo praticamente costruito un labirinto e lo abbiamo fatto mettendoci al centro...adesso vaghiamo attraverso percorsi, con una totale perdita d’orientamento, in cerca di un’uscita. Cosa è riuscita a fare l’Intelligenza Artificiale di così speciale per far affiorare e percepire la problematica ? La più derisa ed irriverente delle azioni, in logica umana: imitando. E se “imitare” ci indegna più di quanto ci diverta, nei diversi contesti umani, quando a farlo è stata LEI, la nostra nuova Regina incontrastata, improvvisamente pare ci abbia destato. Un esempio banale: la trasformazione di un attacco fortemente tipizzato come il phishing: le email sgrammaticate ora indossano uno stile impeccabile, cucito su misura con riferimenti e dettagli credibili, oltre che tempi giusti. L’Intelligenza Artificiale “osando” imitare ha imparato a riprodurre toni, cadenze ed abitudini e così si è spianata la via della credibilità. E nello stesso tempo è riuscita a far crollare la più vulnerabile linea di difesa che cede, per prima, nell’essere umano: la sua stessa attenzione. E se tutto questo non fosse sufficiente, pensiamo a quando il bersaglio non è una persona ma un sistema stesso: interfacce e API di servizi intelligenti stressate ed interrogate senza sosta possono, anche, non lasciare trapelare informazioni che non devono essere rivelate. Finché ci riescono. E vagando nel labirinto di uno dei tanti paradossi che stiamo vivendo – non ancora decisi se “ci stiano simpatici o ci risultino impertinenti” -  gli “Assistenti” – con una buona domanda formulata nel modo giusto, vengono convinti a restituire dati sensibili, se non di peggio. Ma – tristemente – assistiamo anche a modelli addestrati, ottimizzati, pagati a caro prezzo che possono essere “copiati” o “replicati” più rapidamente di quanto immaginiamo. E malgrado emerga – sempre – lo stesso denominatore comune l’attacco non arriva sempre e solo “perché qualcuno ha sbagliato” ma anche – e oserei dire spesso – perché l’organizzazione non ha riconosciuto per tempo che stava succedendo qualcosa di anomalo. Il modello della difesa perimetrale sta scricchiolando non per incompetenza ma per disallineamento. L’attenzione alla difesa perimetrale è fondamentale proprio perché questa è stata costruita in modalità passiva, cioè su un’idea che, per essere al sicuro, fosse sufficiente costruire muri abbastanza alti. Non è certamente inutile: ma è chiaro che non possa essere l’idea guida. O, almeno, così dovrebbe essere. Non essendo neofiti i creatori del GDPR – per comodità diremo il GDPR – era già stato messo in conto questo aspetto. Così come i quattro pilastri della Sicurezza Sostanziale. Un errore che, però, oggi non ci possiamo più permettere di commettere è che “ieri” la Sicurezza era un elenco di regole mentre “oggi” è un campo di battaglia nuovo: siamo su un campo di battaglia da anni ! E dalle nostre analisi appare evidente che “ci poniamo” sempre dalla prospettiva errata. Basta, poi, cambiarla per renderci conto di quello che non avevamo visto – o meglio – saputo guardare: l’Europa aveva già messo in conto questo nuovo approccio molto prima che l’Intelligenza Artificiale ci destasse e ci affascinasse. Il GDPR,   già nel 2016, aveva provato a mettere le basi per una Sicurezza Sostanziale e non solo formale. Non sempre con successo applicativo. Anzi, spesso con un’attuazione più formale che sostanziale nelle organizzazioni. Ma l’impianto concettuale era già quello giusto. Non ci ha chiesto di conformare le nostre organizzazioni ai dettami di un allegato tecnico; ci ha chiesto di imparare a governare il rischio. Peraltro non ci ha nemmeno chiesto di adottare misure generiche nè ci ha imposto misure conformi allo “stato dell’arte” nonché al contesto di riferimento. Ci ha anche suggerito di non trattare gli incidenti come eventi da nascondere e ha creato obblighi di segnalazione e gestione che, se fossero stati presi sul serio, avrebbero permesso una maturità organizzativa ed una crescita “sicura”. E, non avendo “ascoltato” attentamente il GDPR ci troviamo ad assistere alla pressione che grava sui quattro grandi pilastri della Sicurezza Sostanziale. L’Intelligenza Artificiale – questa volta non imitando ma amplificando – riesce a rendere visibile che l’impianto normativo già puntava a spostare la Sicurezza dal “si è sempre fatto così” ad un processo continuo di scelte, verifiche e rendicontazione. Il cuore pulsante del GDPR è sempre stato la valutazione del rischio, che prescrive l’analisi preliminare dei rischi, che chiede di valutare la gravità di un data breach. Non un privilegio burocratico ma un invito ad imparare a pensare, capire e riflettere su quello che stiamo facendo prima di farlo e, anche, mentre lo stiamo facendo. Altro punto a favore dell’Intelligenza Artificiale che ci rende meno ciechi e, al pari, altro grande punto in perdita per Noi dal momento che “guardiamo” attraverso l’AI per comprendere che un’adozione frettolosa e superficiale è un grande errore che si paga per parecchio tempo, infiltrandosi nel tessuto profondo di un contesto. Noi, che non ci siamo fatti le domande con le quali – tendenzialmente – infestiamo la Vita degli altri e – se pur peggio – anche la nostra. Ma adesso che è Lei, a porle, la nostra attenzione è desta… ma “quali rischi crea, per chi, con quale probabilità, con quali impatti e con quali contromisure?”. L’Italia resta il Paese delle poche domande e quando le ha, spesso, le sbaglia. Il secondo dei quattro pilastri è lo “stato dell’arte”, la parte a noi più scomoda perché cambia, non è fisso ma si muove. L’adeguatezza di ieri sarà probabilmente inadeguatezza domani. E questo non ci piace perché ci costringe ad uscire dalla “zona comfort”, qualsiasi essa sia, è sempre poco gradita. E se questo scenario non è già abbastanza deludente possiamo guardare alla Formazione che ancora imperversa, stanca, affaticata ed ingessata: apprendimento continuo ma inutile, aggiornamenti datati e scelte, deliberatamente tecniche ed organizzative, scadenti. Perciò inutili. Tralascio il terzo pilastro, l’accountability che il GDPR aveva presentato come una disciplina e non come un convegno. Non molto diverso dall’AI Act che, però, pare rendere il tutto più concreto, se pur proseguendo la stessa traiettoria. E’ “cultura comune” finalmente che la Sicurezza informatica non sia più confinata nell’ IT ma sia materia di Governance. Il quarto pilastro, ben noto nel GDPR come obbligo a riconoscere, valutare e, anche, notificare un data breach in tempi stretti – oggi - con l’AI Act la percepiamo come l’obbligo di segnalare incidenti gravi per i sistemi ad alto rischio. Messaggio identico ma – pare – efficace. Vedremo. Siamo evidentemente in un contesto in cui l’AI rende gli attacchi più credibili e più scalabili, la differenza tra un danno contenuto e un disastro spesso non è la tecnologia: è la prontezza organizzativa nel rilevare l’anomalia, nel prendere decisioni e nel comunicare correttamente. Siamo – nuovamente – vittime di Noi stessi, cambiando carnefice ma non scegliendo “prima Noi stessi” e poi i “Nostri strumenti”. articolo a cura: DIVENTA REFERENTE

  • Libano, incidente tra carri armati Idf e mezzi di Unifil italiani: nessun ferito

    Due episodi sono stati segnalati dalle forze Onu su X. "I soldati", si legge, "avevano bloccato una strada a Bayada utilizzata per accedere alle posizioni di Unifil". Secondo Ansa sarebbero veicoli italiani  Né speronamenti da parte dei carri armati delle Forze di difesa israeliane, né danni significativi ai mezzi italiani di Unifil, con gli incidenti avvenuti mentre erano in corso delle manovre. Lo precisa il contingente italiano della missione dell'Onu in Libano, dopo le notizie diffuse riguardanti un presunto speronamento di veicoli italiani in Libano da parte di carri armati delle Idf. "Nella mattinata di oggi, poco dopo le 9 ora locale" - ricostruisce una nota - "una pattuglia di Italbatt, durante il movimento lungo la Zulu Road, ha segnalato che, nel corso di alcune manovre, un carro armato delle Forze di difesa israeliane ha urtato un mezzo del convoglio Unifil. L’episodio ha causato danni di lieve entità a un veicolo. Il convoglio ha potuto proseguire regolarmente le attività operative verso la posizione UNP 1-26 Italbatt e non si registrano feriti tra il personale militare italiano. Le condizioni del mezzo sono attualmente in fase di valutazione tecnica". "Un secondo episodio analogo si è verificato poche ore dopo nello stesso tratto di strada" - prosegue la nota - "in tale circostanza, un veicolo Unifil posto alla testa di una colonna logistica è stato fermato da un carro armato Merkava che, durante una manovra, è entrato in contatto con il mezzo, causando anche in questo caso danni di lieve entità. Nonostante l’accaduto, la colonna ha potuto riprendere il movimento e rientrare regolarmente presso la base Onu UNP 2-3 di Shama sede del settore Ovest. Anche in questo caso non si sono registrati feriti". Dunque, la precisazione finale del contingente, "alla luce degli elementi disponibili, entrambi gli eventi risultano avvenuti durante manovre dei mezzi e non trovano riscontro le ricostruzioni che parlano di 'speronamenti' o di danni significativi. Entrambi gli episodi sono attualmente oggetto di approfondimenti da parte della missione, al fine di ricostruire con precisione la dinamica dei fatti"   (SEGUI IL LIVEBLOG PER TUTTI GLI AGGIORNAMENTI) .  Veicoli danneggiati da 'colpi di avvertimento' "Negli ultimi giorni, i soldati israeliani hanno sparato 'colpi di avvertimento' nell'area,colpendo e danneggiando veicoli chiaramente identificabili delle Unifil", si leggeva nella nota Unifil. "In un caso, un 'colpo di avvertimento' è caduto a un metro di distanza da un casco blu che era sceso dal suo veicolo". E ancora: "I soldati israeliani hanno continuamente bloccato i movimenti dei caschi blu su questa strada negli ultimi giorni, oltre alle violazioni della libertà di movimento registrate in altre zone".Secondo il contingente delle Nazioni Unite, "da inizio aprile, i soldati israeliani hanno anche distrutto telecamere di protezione delle forze nella sede di Unifil a Naqoura e in altre cinque posizioni lungo la Linea Blu da Ras Naqoura a Maroun ar Ras. Ieri, hanno anche spruzzato vernice sui vetri del cancello pedonale della sede centrale, impedendo la visibilità al perimetro esterno". "Queste azioni sono incoerenti con gli obblighi di Israele ai sensi della Risoluzione 1701 e con il requisito di garantire la sicurezza e la protezione dei caschi blu, nonché la loro libertà di movimento in ogni momento. Esse ostacolano la capacità dei caschi blu di riferire le violazioni commesse da entrambe le parti sul terreno", conclude la nota, "i caschi blu rimarranno in posizione e continueranno a riferire imparzialmente al Consiglio di Sicurezza le violazioni che osserviamo".  SPONSORIZZATO I cittadini italiani possono richiedere la cittadinanza statunitense-La registrazione è aperta!USAGC Services Altre vittime nei nuovi raid prima dei colloqui in agenda martedì Nella giornata odierna,  almeno 11 persone sono state uccise in una serie di nuovi raid israeliani nel Sud del Libano: cinque nella località di Qana e altre sei a Maaroub, dove sarebbe stata colpita un'intera famiglia, secondo quanto riferito dall'agenzia libanese Nna. La stessa fonte aggiunge che ci sono stati attacchi anche in altre zone del Libano meridionale e che, oltre ai morti, si contano pure diversi feriti. Il tutto mentre si avvicina l'inizio del negoziato a Washington, previsto per martedì, che vedrà riuniti l'ambasciatrice libanese negli Stati Uniti, Nada Mouawad, l'ambasciatore israeliano, Yechiel Leiter, e l'ambasciatore americano a Beirut, Michel Issa.  fonte: Libano, carri armati Idf speronano mezzi di Unifil italiani: nessun ferito | Sky TG24

  • Cerciello il Carabiniere ucciso a Roma, definitiva la condanna per Hjorth

    Studente Usa deve scontare 10 anni e 11 mesi. Cerciello venne colpito con 11 coltellate E'definitiva anche la seconda condanna per uno dei due giovani americani coinvolti nell'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate a Roma nel luglio del 2019. I giudici della prima sezione penale di Cassazione hanno reso definitiva la condanna a 10 anni e 11 mesi e 25 giorni per il cittadino americano Gabriel Natale Hjorth. I Supremi giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso della difesa per quanto riguarda la pena mentre hanno annullato con rinvio a nuovo giudizio sul punto dell'aggravante per i soli profili civili. In particolare sull'aspetto relativo al riconoscimento da parte dell'imputato della qualità di militare della vittima.     Lo studente americano, che si trova da tempo ai domiciliari, era accusato di concorso anomalo in omicidio con l'amico Finnegan Lee Elder la cui pena a 15 anni e due mesi è già passata in giudicato.     La corte ha sostanzialmente recepito la richiesta avanzata dalla Procura generale che nel corso della requisitoria ha definito "irrisoria" la pena per un evento del genere, consumato contro "carabinieri disarmati".     La pena era stata inflitta nell'ambito del terzo processo di appello dopo che sempre la Suprema corte aveva disposto un nuovo procedimento limitatamente al trattamento sanzionatorio dichiarando irrevocabile la responsabilità penale di Hjorth.     Nel processo di primo grado i due giovani americani vennero condannati all'ergastolo. Una pena poi ampiamente rivista al ribasso dopo una prima pronuncia della Cassazione fonte: Carabiniere ucciso a Roma, definitiva la condanna per Hjorth - Notizie - Ansa.it

  • Vibo Valentia, uomo aggredisce guardia giurata al pronto soccorso

    Il 55enne avrebbe anche danneggiato il gabbiotto degli addetti alla sicurezza omenti di forte tensione nel pomeriggio di ieri al Pronto soccorso dell'ospedale di Vibo Valentia dove un 55enne di Mileto avrebbe - secondo quanto ricostruito - aggredito una guardia giurata, danneggiando il gabbiotto degli addetti alla sicurezza. Intorno alle 18 l'uomo è arrivato davanti all'ingresso del reparto a bordo della propria auto, lamentando la necessità di far visitare con urgenza il figlio. Avrebbe, però, lasciato il veicolo proprio davanti all'accesso riservato alle ambulanze, ostacolando di fatto il passaggio dei mezzi di emergenza del 118.     Nonostante i ripetuti inviti da parte del personale della società di vigilanza a spostare l'auto, inizialmente, l'uomo avrebbe opposto resistenza, insistendo nel mantenere la posizione. Solo successivamente, grazie anche all'intervento di un conoscente, il veicolo è stato spostato, facendo apparentemente rientrare la situazione.     Pochi istanti dopo, però, la tensione è riesplosa. L'uomo avrebbe aggredito uno degli operatori della vigilanza colpendolo con calci e pugni, per poi sfogare la propria rabbia contro le strutture del presidio, lesionando il vetro divisorio del gabbiotto in cui prestano servizio gli addetti alla sicurezza.     Immediato l'intervento dei carabinieri allertati dal personale sanitario e dalla sicurezza. Sul posto è arrivato anche il responsabile della vigilanza privata nel tentativo di riportare la calma. Il 55enne è stato accompagnato in caserma per essere interrogato e la sua posizione è ora al vaglio degli inquirenti. La guardia giurata aggredita ha riportato ferite giudicate guaribili in alcuni giorni. fonte: Vibo Valentia, uomo aggredisce guardia giurata al pronto soccorso - Notizie - Ansa.it Partecipa al corso Professionale GPG Scene del Crimine

  • Urban Intelligence e Digital Twin: l’integrazione semantica dei flussi IoT : MA DI COSA STIAMO PARLANDO ??? (dr.ssa Bellomi Daniela)

    Leggiamo di “Urban Intelligence”: il concetto che descrive come alcune città contemporanee stanno evolvendo. Città già digitalizzate da anni che stanno per diventare veri e propri sistemi per apprendere, simulare e decidere. Si parla di Urban Intelligence come del superamento della smart city, quella che, la maggior parte delle città non è non solo ancora diventata ma quando – in parte – la è diventata non “si è percepita come tale”. E questo è un fattore da monitorare. E, come se non fosse “troppo” parliamo di digital twin come dello strumento centrale per leggere la complessità urbana e governare il cambiamento. E’ evidente che l’Urban Intelligence sia il superamento della smart city perché pone al centro l’integrazione tecnologica, i dati eterogenei e la dimensione umana. E tutto questo lo riesce a fare trasformando la complessità urbana in conoscenza azionabile. E l’analista d’Intelligence osserva. Osserva che il Digital Twin è una replica dinamica alimentata da IoT, GIS ed AI che simula scenari e supporta ottimizzazione di energia, mobilità, manutenzione predittiva e resilienza climatica. Ed osserva – anche - che Governance, Sicurezza e Norme sono imprescindibili: la cybersecurity, la privacy e l’integrazione semantica con ontologie urbane devono coesistere con requisiti come NIS2, CER e l’AI Act. Le città contemporanee si stanno configurando nella nostra mente, prima ancora che sotto i nostri piedi, come sistemi complessi, dinamici e interconnessi, attraversati ogni giorno da flussi continui di persone, dati, energia e informazioni. La prima incongruenza la identifichiamo nel fatto che la sfida non è più semplicemente “digitalizzare” l’ambiente urbano, ma trasformare la complessità in conoscenza utile per governare il cambiamento. Infatti è qui che prende forma il paradigma e l’assurda confusione generata dall’Urban Intelligence. “Abbracciare una visione più ampia e antropocentrica”: ma le città erano già ampie ed antropocentriche ! E se “ampio” lo lasciamo come aggettivo per la parte tecnologica, è sulla questione “antropocentrica” che restiamo in osservazione. L’urban intelligence implica non solo il dominio tecnologico, ma anche una componente sociale-umana in un’ottica di “città sensibile” ovvero: una città capace di percepire, apprendere e adattarsi, dove l’elaborazione computazionale serve a comprendere le interazioni tra sistemi fisici, naturali e sociali in ambienti multi-livello, dall’edificio al quartiere, fino alla scala metropolitana. In questa prospettiva, l’intelligenza urbana non è un prodotto da installare, bensì una capacità da sviluppare progressivamente, integrando competenze multidisciplinari che spaziano dall’ingegneria all’ICT, dalla matematica alle scienze ambientali, dalle energie rinnovabili alle scienze umane e sociali. È soprattutto una governance aumentata, dove il dato diventa il nuovo linguaggio della città. Capacità e linguaggi che dobbiamo andare a sviluppare dopo aver lavorato – alcuni – per anni perché andassero perduti ! E se tutto questo non dovesse bastare abbiamo anche un “gemello” che è la rappresentazione digitale dell’intera città...perchè il “1° gemello è reale ed autentico mentre il 2° è digitale”...E l’Analista osserva il “reale”, a dir si voglia “l’originale”! Il gemello ha un ruolo importantissimo: costituisce un ambiente di simulazione dove le decisioni possono essere testate prima di essere implementate nella realtà fisica. Il virtuale dentro il virtuale osservato dall’esterno è una grande sfida che l’Analista d’Intelligence non si vuole perdere ! L’architettura di un digital twin urbano si articola tipicamente su tre livelli funzionali, quali: • Livello di acquisizione, i.e. sensoristica IoT, satelliti, open data, dati storici.• Livello di elaborazione, i.e. piattaforme cloud, GIS, AI/ML, data lake• Livello applicativo, i.e. dashboard per la governance, simulatori di scenario, interfacce per i cittadini. È importante evidenziare che la qualità del gemello dipende in modo critico dalla coerenza semantica dei flussi di dati che lo alimentano. Ed è qui che – già – potremmo fermarci: modalità critica e coerenza semantica ! Ovviamente l’Urban Intelligence è pensata ed impegnata su infiniti fronti: l’innovazione e la sostenibilità urbana, la sostenibilità ambientale, precisamente la distribuzione dell’energia, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e il miglioramento della salute pubblica. Ma anche il congestionamento veicolare e l’ottimizzazione dei percorsi di trasporto pubblico. Non verrà tralasciata la resilienza climatica e l’utilizzo di strumenti predittivi per identificare in anticipo le aree a rischio di inondazione, siccità o ondate di calore. Il tutto – messo in termini numerici – ci parla di ottimizzazione, miglior monitoraggio strutturale, pianificazione della mobilità sostenibile e riqualificazione urbana: se ne deduce un evidente miglioramento della vita attraverso servizi adattivi ai cittadini ! Perchè ho l’impressione che stiamo leggendo e parlando “di scatole cinesi”? L’Urban Intelligence avrà un cuore operativo: milioni di sensori distribuiti nel tessuto urbano che genereranno continuamente dati eterogenei in termini di misurazioni di qualità dell’aria, di temperature, di consumi energetici, di livelli di rumore, di occupazione degli spazi e di flussi pedonali. Il problema non è la quantità dei dati, bensì la loro coerenza semantica. Pertanto, è necessario garantirne l’integrazione semantica per risolvere il problema dell’interoperabilità tra sistemi di diversa provenienza. E sull’integrazione semantica direi che puntiamo parecchio in alto, dati i risultati visti fino ad ora ! La soluzione di quasi ogni problema pare essere stata identificata nell’implementazione di “ontologie urbane”...E su questo punto, tralascio. La latenza rappresenta un fattore critico: per applicazioni di safety come il monitoraggio strutturale o la gestione delle emergenze, i tempi di risposta devono essere nell’ordine dei millisecondi, rendendo il 5G una tecnologia abilitante fondamentale. L’espansione dei sistemi di urban intelligence introduce una superficie di attacco senza precedenti. Ogni sensore IoT, ogni nodo di comunicazione, ogni API del digital twin rappresenta un potenziale punto di vulnerabilità. Inoltre, la convergenza IT/OT — ovvero l’integrazione dei sistemi informatici tradizionali (IT) con i sistemi di controllo operativo delle infrastrutture fisiche (OT), quali reti idriche, energetiche e di trasporto — amplifica esponenzialmente il rischio: un attacco informatico su un sistema OT non produce solo una perdita di dati, ma può causare danni fisici concreti a infrastrutture critiche. E’ evidente che il panorama delle minacce è variegato e in rapida evoluzione ed i vettori di attacco più rilevanti includono: la compromissione dei dispositivi IoT a basso livello di sicurezza (spesso privi di aggiornamenti firmware); gli attacchi man-in-the-middle sui flussi di telemetria; le vulnerabilità delle API di integrazione tra sistemi eterogenei; gli attacchi ransomware mirati ai sistemi di controllo delle infrastrutture critiche; la manipolazione dei dati in ingresso al digital twin, un attacco sottile che non blocca il sistema ma lo «avvelena» con dati falsi, inducendo decisioni errate. Sul fronte della privacy, il rischio è altrettanto rilevante. I sistemi di videosorveglianza intelligente, i sensori di flusso pedonale, i sistemi di monitoraggio della mobilità e i dati energetici degli edifici possono rivelare comportamenti, abitudini e informazioni personali sensibili dei cittadini. Inoltre, un data breach su un sistema urbano integrato può esporre dati di un’intera comunità, con implicazioni che vanno ben oltre la protezione individuale. Ancora, l’IA introduce una dimensione di rischio aggiuntiva e spesso sottovalutata. I modelli di IA integrati nei digital twin urbani sono vulnerabili ad attacchi specifici come l’adversarial manipulation (alterazione intenzionale degli input per indurre decisioni errate), il model poisoning (contaminazione dei dati di addestramento) e il model inversion (ricostruzione di dati sensibili a partire dall’output del modello). Inoltre, i bias algoritmici possono produrre decisioni discriminatorie — ad esempio nell’allocazione dei servizi urbani — con effetti sistemici difficili da rilevare e correggere a posteriori. La trasparenza e la spiegabilità dei modelli AI non sono, quindi, solo requisiti normativi, ma strumenti tecnici essenziali per individuare e mitigare queste vulnerabilità. Il contesto delle città intelligenti evolute ha spinto il legislatore europeo a costruire un corpus normativo articolato che affronta la resilienza da più angolazioni complementari: la sicurezza fisica delle entità critiche, la sicurezza informatica delle reti e dei sistemi, la governance dei dati personali e la responsabilità dei sistemi di IA. Comprendere come questi strumenti si intersecano è indispensabile per chiunque progetta o gestisce ecosistemi di urban intelligence data-driven. E il quadro normativo europeo si presenta più o meno così: La direttiva Critical Entities Resilience (CER) insieme alla direttiva NIS2 segnano un cambiamento paradigmatico adottando un approccio «all-hazards» alla protezione delle infrastrutture critiche, che non si limita alle minacce cyber ma comprende rischi fisici, naturali, ibridi e terroristici. Gli stati membri hanno l’obbligo di identificare le entità critiche in ciascuno di essi e condurre valutazione del rischio, adottare misure di resilienza e notificare gli incidenti significativi alle autorità competenti. Per le città intelligenti, questo significa che gestori di reti energetiche, sistemi idrici digitalizzati e infrastrutture di trasporto interconnesse sono soggetti a obblighi di resilienza fisica e organizzativa. Inoltre, l’Artificial Intelligence Act introduce una classificazione risk-based dei sistemi di IA con ricadute dirette sulle applicazioni urbane. I sistemi IA impiegati nella gestione di infrastrutture critiche — previsione dei guasti strutturali, ottimizzazione energetica, controllo del traffico, gestione delle emergenze — rientrano nella categoria ad alto rischio e sono soggetti a requisiti stringenti: trasparenza e documentazione tecnica, accuratezza e robustezza validate, supervisione umana obbligatoria, log delle operazioni conservati per almeno sei mesi, e registrazione nel database europeo dei sistemi IA ad alto rischio. Il GDPR rimane il riferimento centrale per la protezione dei dati personali. Nel contesto dell’urban intelligence, la sua applicazione solleva questioni complesse: la base giuridica per il trattamento di dati di mobilità e comportamento urbano, la minimizzazione dei dati nei sistemi di videosorveglianza intelligente, la privacy by design nell’architettura dei digital twin, e le misure tecniche per la pseudonimizzazione e l’anonimizzazione dei flussi IoT. Ovviamente ogni ambito di infrastruttura urbana dovrà fare riferimento alle ulteriori normative e standard di settore. Best practice per la resilienza: in termini best practice, il framework NIST Cybersecurity Framework 2.0 – con la sua struttura Govern-Identify-Protect-Detect-Respond-Recover — e gli standard IEC 62443 per la sicurezza dei sistemi di controllo industriale (OT) forniscono le linee guida operative più consolidate per la gestione del rischio IT/OT nelle infrastrutture urbane. Inoltre, le raccomandazioni ENISA per la sicurezza delle smart city e sistemi IoT in diversi settori aggiungono indicazioni specifiche per il contesto urbano: segmentazione delle reti OT, principio del minimo privilegio per i sistemi di controllo, cifratura end-to-end dei flussi telemetrici, patch management strutturato per i dispositivi IoT e programmi di vulnerability disclosure coordinata. La convergenza IT/OT richiede, infine, una ridefinizione profonda dei modelli organizzativi. Nelle pubbliche amministrazioni e nelle utility che gestiscono infrastrutture urbane intelligenti, è necessario superare i silos tradizionali tra team IT e team OT, costruendo strutture di Security Operations Center (SOC) integrate — o, meglio, Cyber-Physical SOC — capaci di monitorare l’intera catena dal sensore IoT alla piattaforma di governance con una visione unificata del rischio. Inoltre, la pianificazione della continuità operativa (Business Continuity Planning) e i piani di risposta agli incidenti devono essere ridisegnati tenendo conto dell’interdipendenza tra sistemi digitali e infrastrutture fisiche che la CER e la NIS2 mettono al centro della loro logica regolatoria. Il futuro dell’urban intelligence: l’Urban Intelligence alimentata dalla  Digital Twin e dai flussi IoT semanticamente integrati non è più un orizzonte futuribile: è una traiettoria tecnologica e istituzionale già in corso, con casi d’uso consolidati e un quadro normativo in rapida maturazione. Il valore di questi sistemi risiede nella capacità di trasformare la complessità urbana in intelligenza azionabile — permettendo alle amministrazioni di decidere in modo evidence-based, ai cittadini di vivere in ambienti più sicuri e sostenibili, alle imprese di operare in ecosistemi più efficienti. Tuttavia, la piena realizzazione di questa visione richiede un approccio sistemico che integri dimensione tecnologica, governance dei dati, sicurezza by design e conformità normativa come elementi indissolubili di un unico progetto. La cybersecurity non può essere un add-on applicato a posteriori su architetture già consolidate: deve essere co-progettata insieme all’architettura IoT e al Digital Twin, fin dalle prime fasi di design. Allo stesso modo, la protezione della privacy dei cittadini non è un vincolo burocratico, ma una condizione di legittimità sociale senza la quale nessun sistema di intelligenza urbana potrà ottenere la fiducia necessaria per dispiegare il suo pieno potenziale. Ma se tutto questo è da osservare con particolare capacità critica e pragmatica è il futuro delle città stessa - definito intelligente – che merita molta attenzione. E tra le varie domande, sorgono spontanee...”Ma un’intelligenza senza etica, sicurezza e partecipazione democratica rischia di diventare sorveglianza ? La sfida del prossimo decennio è costruire città che siano allo stesso tempo più efficienti e più libere. Non è più una sfida, non possiamo più combattere questa guerra, cercando di vincere anche una sola battaglia. Possiamo – forse – fare un’altra guerra, quella inversamente proporzionale. articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE

  • Sono convinto che il mio telefono mi ascolti, quindi l'ho collegato a questo registratore: ho avuto la prova

    Il sospetto che i dispositivi tascabili catturino frammenti di conversazioni private per scopi pubblicitari non è più una semplice suggestione da complottisti del fine settimana. Recentemente, la discussione tecnica si è spostata dal “se” accada al “come” monitorare questo flusso invisibile di dati. Un esperimento condotto attraverso l’integrazione tra smartphone e dispositivi di registrazione specializzati, come il registratore vocale Plaud Note Pro , ha gettato una luce nuova sulla gestione dei segnali audio da parte dei sistemi operativi moderni. Non si tratta di intercettazioni ambientali vecchio stile, ma di una gestione granulare delle autorizzazioni che spesso sfugge all’utente medio. Il dispositivo in questione non si limita a catturare il suono esterno; si interfaccia direttamente con l’ecosistema dello smartphone, permettendo di mappare i momenti esatti in cui il microfono si attiva , anche quando l’interfaccia grafica non segnala alcuna attività sospetta. Il telefono ci ascolta veramente? Cosa abbiamo scoperto L’architettura hardware del Note Pro utilizza un sistema di aggancio magnetico e una connessione che permette di registrare non solo le chiamate tradizionali, ma anche il traffico audio derivante dalle applicazioni VoIP. In questo contesto, è emerso un dettaglio laterale curioso: la scocca del registratore è rifinita con una texture che ricorda i materiali aeronautici degli anni ’90, un tocco estetico che nulla aggiunge alla potenza di calcolo, ma molto alla percezione di solidità dello strumento. Il telefono ci ascolta veramente? Cosa abbiamo scoperto-melablog.it C’è un’ipotesi non ortodossa che si sta facendo strada tra gli esperti di analisi dei dati: il telefono non “ascolta” parole chiave per venderci un barbecue, ma analizza le frequenze emotive della voce per profilare lo stato psicofisico dell’utente . In questa prospettiva, il contenuto semantico del discorso è secondario rispetto al ritmo respiratorio o al tono, che indicano stanchezza o euforia, parametri molto più preziosi per gli algoritmi predittivi rispetto al semplice nome di un brand. L’attivazione dei servizi di trascrizione basati su intelligenza artificiale , come quelli offerti da modelli avanzati (GPT-4o), trasforma ogni frammento audio in testo indicizzabile in pochi secondi. Questo processo avviene nel cloud, rendendo la traccia originale quasi irrilevante rispetto al dato testuale che ne deriva. Durante i test, è stato rilevato come la precisione della trascrizione aumenti paradossalmente in ambienti leggermente rumorosi, poiché l’algoritmo di cancellazione del rumore sembra “lavorare meglio” quando ha un termine di paragone costante su cui tararsi. Il vero nodo non risiede nel microfono sempre aperto, quanto nella capacità di aggregazione dei metadati. Quando colleghiamo un registratore esterno capace di archiviare ore di parlato e sincronizzarle con un’app, creiamo un ponte che espone la vulnerabilità del sistema. La prova definitiva dell’ascolto non è un file audio rubato , ma la latenza quasi nulla tra una parola pronunciata e l’aggiornamento dei profili pubblicitari latenti, un fenomeno che l’uso di hardware dedicato permette di cronometrare con precisione millimetrica. Il dispositivo Plaud Note Pro, con la sua doppia modalità di registrazione (Note e Call), agisce come un osservatore esterno che non risponde alle regole del sistema operativo ospite. È un bypass fisico che impedisce al software di “nascondere” i propri processi di input. Mentre la tecnologia continua a evolversi verso un’integrazione totale, la consapevolezza dell’utente resta l’unico firewall realmente efficace contro una sorveglianza che si fa sempre più liquida e meno percepibile. Leggi l'articolo originale >> Sono convinto che il mio telefono mi ascolti, quindi l'ho collegato a questo registratore: ho avuto la prova

  • Prima importuna una turista con un bimbo, poi massacra di botte i vigili: choc a Napoli

    Ancora un episodio di  violenza sui mezzi pubblici  a Napoli, dove una serata ordinaria si è trasformata in pochi minuti in una scena di forte tensione. Un uomo avrebbe prima  molestato una turista tedesca in compagnia di un bambino  a bordo di un autobus Anm, per poi aggredire gli agenti della  Polizia Locale  intervenuti sul posto. Il bilancio finale è di  quattro agenti feriti , tutti trasportati in ospedale per accertamenti e cure. Paura sul bus 182 nel centro di Napoli L’episodio si è verificato nella serata di giovedì 9 aprile, intorno alle 22, su un autobus della  linea 182 dell’Anm , collegamento che unisce l’aeroporto a  piazza Dante , nel cuore di Napoli. Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo si trovava già a bordo del mezzo e avrebbe iniziato a infastidire diversi passeggeri. In particolare, avrebbe rivolto attenzioni moleste a una  turista tedesca con un bambino , provocando preoccupazione tra le persone presenti sul bus. L’allarme del conducente e l’arrivo dei vigili Di fronte alla situazione, il conducente del mezzo ha lanciato l’allarme, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine. Sul posto sono così arrivati gli agenti della  Polizia Locale di Napoli , intervenuti per riportare la calma e mettere in sicurezza i passeggeri. Appena i vigili sono saliti sull’autobus, però, la situazione sarebbe precipitata. L’uomo, descritto come particolarmente agitato, avrebbe reagito con violenza, colpendo gli agenti con  calci e pugni . Uno dei poliziotti municipali sarebbe stato raggiunto da un pugno al volto. La colluttazione e il fermo Per contenere l’aggressore sono stati necessari ulteriori rinforzi. Alla fine, dopo una colluttazione particolarmente complessa, cinque agenti sono riusciti a  bloccare e ammanettare l’uomo , che è stato poi accompagnato negli uffici competenti per gli accertamenti del caso. La vicenda è ora al vaglio dell’autorità giudiziaria, che dovrà valutare i provvedimenti da adottare sulla base della ricostruzione dei fatti e delle responsabilità accertate. Quattro agenti feriti e trasportati in ospedale Pesante il bilancio dell’intervento. Sono infatti  quattro gli agenti rimasti feriti , riportando lesioni e contusioni durante le fasi del blocco. Tutti sono stati medicati al  Pronto Soccorso del Cto , struttura afferente all’ Ospedale dei Colli . Tre di loro hanno ricevuto una prognosi di  cinque giorni , mentre per il quarto la prognosi è stata di  sette giorni . Sicurezza sui mezzi pubblici, torna l’allarme L’episodio riporta al centro dell’attenzione il tema della  sicurezza sul trasporto pubblico locale , soprattutto nelle ore serali e nei collegamenti più frequentati. Quanto accaduto sul bus 182 conferma ancora una volta la necessità di garantire tutela sia ai passeggeri sia al personale impegnato ogni giorno sui mezzi pubblici. L'articolo Prima importuna una turista con un bimbo, poi massacra di botte i vigili: choc a Napoli proviene da Full Swing .

SQUAD

SQUAD                                DIVISIONI                                                          SETTORI                        BENEFICI                                SERVIZI             

Chi Siamo                            Security:  Private Security Companies      Land                                Securjob                                  Legali                   

Soci                                                        Security Officers                             Maritime                        Punteggi Matricolari          Medici                 

Referenti                                                                                                           Aviation                          Crediti Formativi                Fiscali                 

Istruttori                              Military: Military Groups                               Geopolitics                       Vip Pass                                Psicologici         

Progetti                                                Military Officers                              Cyber Security                  Concorsi                               Commerciali       

Affilia                                                                                                                 Intelligence                       Formazione                         

Partners                                 Police:    Police Groups                                Security Manager           Convenzione                      

Notizie                                                   Police Officers                                Detectives                         Ricollocamento                  

Articoli                                                                                                              Crimes

Analysis                                                                                                            Safety

Mediazione                                                                                                      Security Guard

Operative Audit                                                                                              K9 Cinofilo

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