Così la guerra ha cambiato (in peggio) il regime iraniano
- squadsmpd

- 16 apr
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Da regime religioso a regime militare estremista. La campagna militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran avviata il 28 febbraio scorso e sospesa da un cessate il fuoco a tempo prossimo alla scadenza, sembra aver ottenuto il contrario dei suoi obiettivi: il crollo del sistema di potere a Teheran o, come alternativa, il suo ammorbidimento in favore di una leadership più moderata. Obiettivi che, per la verità, Donald Trump e Benjamin Netanyahu non hanno ben delineato, o comunicato confusamente, durante i circa 40 giorni di bombardamenti dall’alto coordinati da Pentagono e Idf.
Washington e Tel Aviv speravano infatti che la decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica, a partire dall’uccisione il primo giorno del conflitto di Ali Khamenei, a cui è succeduto suo figlio Mojtaba, portasse al crollo del regime, o almeno all’emergere di elementi più disposti a piegarsi agli interessi americani e israeliani. Una soluzione “alla Delcy”, dal nome della numero due del regime venezuelano, subentrata a Nicolás Maduro dopo la sua cattura da parte dei militari statunitensi.
Il vuoto creato dai raid dei due Paesi alleati, scrive in queste ore il Wall Street Journal, è stato invece colmato da nuovi leader radicali che stanno dimostrando scarso interesse per i compromessi politici. Sia in patria che all’estero. “La guerra ha cambiato il regime, e non in meglio”, ha dichiarato Danny Citrinowicz, ex responsabile della sezione Iran dell’intelligence israeliana, il quale aggiunge che “abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima del conflitto”. Una valutazione non condivisa da Donald Trump, il quale pochi giorni fa ha definito “più ragionevoli” i nuovi signori di Teheran, nonostante, come reso evidente ai colloqui in Pakistan, essi continuino a mostrare una linea oltranzista su questioni chiave come il programma nucleare e il controllo sullo Stretto di Hormuz, considerata, quest’ultima, la nuova e forse più potente arma in mano ai pasdaran.
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