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OMICIDIO BONGIORNI: NESSUNA GIUSTIFICAZIONE (dr.ssa Lopez Barbara)

Esiste un confine invisibile, ma fondamentale, che tiene insieme la convivenza civile di ogni società: è quel senso di responsabilità comune che ci spinge a non girarci dall’altra parte. È quel gesto spontaneo di un cittadino, un padre, che richiama al rispetto delle regole comuni. La notte di sabato 11 aprile, in piazza Felice Palma a Massa, quel confine non è stato solo valicato, ma è stato brutalmente calpestato. L’omicidio di Giacomo Bongiorni non è una rissa finita male. In criminologia le parole hanno un peso e le dinamiche una firma specifica. Qui siamo di fronte ad un’esplosione di violenza gratuita e asimmetrica, dove il richiamo all’ordine di un uomo di 47 anni è stato interpretato da un gruppo di giovanissimi come una sfida intollerabile al loro dominio sul territorio urbano. Giacomo non è caduto per un diverbio; è stato abbattuto perché ha osato incarnare l’autorità del buon senso davanti a chi, nel gruppo, cerca l’annullamento di ogni limite. Sotto gli occhi del figlio di undici anni, vittima di un trauma che segnerà la sua intera esistenza, si è consumato un fenomeno terribile, quello del branco che annulla l’individuo. In quel perimetro di pochi metri quadri, la responsabilità individuale è svanita per lasciare il posto alla ferocia del gruppo.


Non c’è stata pietà per chi era già a terra, perché nella logica della devianza di gruppo, l’altro smette di essere una persona e diventa un bersaglio su cui proiettare un’onnipotenza distorta. Oggi, dare voce a Giacomo e alla sua famiglia non significa solo chiedere giustizia, ma analizzare le radici di questo vuoto di empatia che trasforma un sabato sera in una tragedia irreversibile. Spesso si tende a cercare un alibi nel disagio giovanile o nel degrado di un luogo, rischiando di trasformare i carnefici in vittime. Ma l’atto di infierire su un uomo a terra, sotto gli occhi di un bambino, è una scelta deliberata di crudeltà. Giacomo Bongiorni non è morto per una fatalità, ma per una sequenza di azioni volontarie e reiterate. Non può esserci giustificazione perché il richiamo non era un’offesa, ma un atto di cura per lo spazio comune. Accettare l’idea che un rimprovero civile possa scatenare una reazione omicida significherebbe rinunciare definitivamente al concetto di convivenza. La violenza del branco contro un singolo individuo è la negazione stessa di ogni codice comportamentale. Dare voce alla vittima e alla sua famiglia oggi significa pretendere una narrazione che resti ancorata alla realtà dei fatti: un uomo giusto è stato ucciso mentre esercitava il suo diritto dovere di cittadino. Qualsiasi tentativo di cercare cause psicologiche nell’aggressione per diluirne la colpa sarebbe un ulteriore sfregio alla memoria di Giacomo e al trauma indelebile di suo figlio. La responsabilità è, e deve rimanere, individuale e assoluta.


Oggi assistiamo ad un profondo cambiamento della devianza giovanile. Non siamo più di fronte alla delinquenza legata alla necessità o al disagio economico estremo, siamo di fronte ad un vuoto assoluto di valori, dove la violenza diventa un fine in sé, un modo brutale per sentirsi vivi o per dominare uno spazio pubblico. Spesso si cerca di analizzare questi episodi parlando di “disagio”, “mancanza di opportunità” o “fragilità”. Ma il disagio può spiegare il contesto, ma non giustifica mai il delitto. Milioni di giovani vivono situazioni di difficoltà senza per questo trasformarsi in aguzzini. La scelta di colpire ripetutamente un uomo inerme è una decisione criminale che non può essere nascosta in nessuna analisi sociologica. Non possiamo accettare la narrazione dei “ragazzi che hanno perso la testa”. Chi partecipa ad un pestaggio collettivo compie una sequenza di scelte: la scelta di avvicinarsi, quella di colpire, quella di non fermarsi e quella di non prestare soccorso. Queste sono responsabilità individuali, non incidenti di percorso. Giustificare queste dinamiche in nome di una generica “crisi giovanile” significherebbe tradire non solo la vittima, ma tutti quei ragazzi che ogni giorno scelgono la strada della legalità e del rispetto. Il dolore della sua famiglia e, soprattutto, di quel bambino che ha dovuto assistere all’orrore, non può essere descritto da nessuna perizia. Per quel bambino la piazza non sarà mai più un luogo di gioco, ma il teatro di una violenza inspiegabile che gli ha strappato un padre nel modo più crudele. Dopo lo shock iniziale, ora servono risposte: cosa accadrà ai responsabili? Il percorso giudiziario è già tracciato e si muoverà su binari diversi a causa della presenza sia di maggiorenni che di un minore tra gli indagati. Il primo passo fondamentale sarà il deposito della perizia autoptica, sarà questo esame a stabilire l’esatta causa della morte e a confermare il nesso causale: ovvero che il decesso è stato causato direttamente dai colpi ricevuti e non da fattori esterni. Un passaggio tecnico, ma cruciale per blindare l’accusa di omicidio. Per i maggiorenni arrestati, il processo seguirà l’iter ordinario, le indagini della Procura puntano a ricostruire con precisione le singole responsabilità: chi ha colpito, chi ha incitato, chi ha impedito a Giacomo di difendersi. In un caso come questo, la legge può contestare il concorso in omicidio a tutti i partecipanti, indipendentemente da chi abbia sferrato il colpo fatale, se viene dimostrata la volontà comune di aggredire. Per il minorenne, il percorso sarà parallelo. Qui la giustizia ha una doppia funzione: sanzionare il reato e valutare la possibilità di recupero, ma davanti ad un crimine così grave, la severità del giudizio non può essere ignorata. I tempi della giustizia potranno essere lunghi, ma servirà a garantire una condanna che resista ad ogni ricorso, perché la famiglia di Giacomo ha bisogno di una verità processuale che non lasci ombre e che trasformi quel caos di violenza in una responsabilità penale chiara e definitiva.


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