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- Al Comfoter il controllo dell’operazione “STRADE SICURE”
Un dispositivo di 6.800 militari dislocati in 58 provincie a presidio di circa 1.000 aree sensibili. È stato sancito in data odierna l’ingresso al vertice della responsabilità dell’Operazione “Strade Sicure” del Comando delle Forze Operative Terrestri (COMFOTER) di Verona; un’ evoluzione che prosegue nel solco del Nuovo Modello Esercito voluto dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito con lo scopo di costruire strutture, unità e processi coerenti con le esigenze dei moderni scenari operativi, caratterizzati da dinamicità e minacce emergenti sia nei nuovi domini spazio e cyber sia in quelli tradizionali. Una rimodulazione organica e strutturale per adattarsi in modo dinamico allo scenario internazionale contemporaneo, iniziata con il ritorno, nel settembre scorso, del COMFOTER nella storica sede di Palazzo Carli a Verona, che coincide con un cambiamento culturale e operativo per rendere la Forza Armata più rapida nel processo decisionale, più efficiente nell’impiego delle risorse e più efficace nel conseguimento di risultati durevoli. L'operazione Strade Sicure, nata con la Legge 125 del 24 luglio 2008 e iniziata il 4 agosto dello stesso anno, è attiva su tutto il territorio nazionale, con l'impiego di 6.800 militari dell'Esercito Italiano, della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare dislocati in 58 provincie. Il dispositivo presidia circa 1.000 aree sensibili, tra cui stazioni ferroviarie, sedi diplomatiche, aeroporti e luoghi di culto. Prevede una capillare azione di pattugliamento integrata con le Forze dell'Ordine su obiettivi sensibili e snodi nevralgici nelle principali città, con la gran parte del contingente concentrata nelle grandi metropoli di Roma, Milano, Napoli e Firenze, recentemente potenziata con l'introduzione di veicoli blindati leggeri Puma 6x6, dislocati in zone centrali e turistiche. Il COMFOTER, la cui guida è affidata dal 29 settembre 2025 al Generale di Corpo d’Armata Lorenzo D’Addario, da oggi eserciterà il controllo operativo di tutti i raggruppamenti dislocati sulla penisola di concerto con le Prefetture che ne definiscono l’impiego previa consultazione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. I Comandi Territoriali Nord e Sud continueranno ad esercitare il comando tattico sulle forze impiegate nelle rispettive aree di responsabilità; a tutto il personale impiegato è assegnata la funzione di agente di Pubblica Sicurezza (P.S.). Al Comfoter il controllo dell’operazione “STRADE SICURE”
- Carceri, trasferimento simultaneo di 128 detenuti 41-bis a Vigevano
L’operazione ha coinvolto cinque istituti e un imponente dispiegamento di risorse per riorganizzare il circuito detentivo speciale, rafforzando sicurezza e efficienza. È stata completata con successo l’operazione di Polizia penitenziaria “Argus”, la complessa attività coordinata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che tra sabato 27 e domenica 28 giugno ha consentito la movimentazione simultanea di 128 detenuti sottoposti al regime speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario. L’operazione ha interessato gli istituti penitenziari di Novara, Cuneo, Tolmezzo e Milano, con destinazione finale la Casa di reclusione di Vigevano, recentemente individuata quale nuova articolazione del circuito speciale con Decreto Ministeriale del 18 giugno 2026. Gli istituti penitenziari coinvolti Tutta l’attività ha richiesto una pianificazione accurata e un costante coordinamento tra le articolazioni centrali e territoriali dell’Amministrazione. Le operazioni, coordinate dal direttore reggente del Gruppo Operativo Mobile, primo dirigente di Polizia penitenziaria Silvio Gallo, hanno coinvolto cinque istituti penitenziari appartenenti ai Provveditorati regionali di Milano, Torino e Padova e l’impiego integrato di vettori terrestri e aerei. La missione logistica Eccezionale lo sforzo organizzativo e logistico messo in campo dall’Amministrazione Penitenziaria e testimoniato dai numeri dell’operazione. Sono state impiegate complessivamente 165 unità di Polizia penitenziaria, supportate da una flotta composta da 15 furgoni per il trasporto detenuti, 3 autovetture speciali dedicate alle traduzioni, 25 autovetture radiomobili, 6 motoveicoli, 9 mezzi di supporto logistico e 5 autoambulanze dedicate al trasporto dei detenuti. La riorganizzazione “Argus” costituisce un passaggio strategico nell’attuazione del progetto “Kairos”, il piano di riorganizzazione del circuito detentivo speciale sviluppato negli ultimi mesi dal Dap attraverso interventi di adeguamento infrastrutturale, riqualificazione degli spazi detentivi e ridefinizione della geografia dei reparti destinati alla detenzione dei soggetti sottoposti al regime differenziato. Un ulteriore tassello nel percorso di rafforzamento dell’efficienza organizzativa e della sicurezza del circuito detentivo speciale del 41-bis, da tempo modello di ispirazione per molti Paesi europei ed extraeuropei. Operazione Argus: trasferiti 128 detenuti 41-bis con sforzo straordinario
- Cia e cyber intelligence, così Langley rafforza le capacità offensive contro le minacce digitali
Langley riorganizza le proprie strutture tecnologiche, separando con maggiore nettezza difesa digitale, dati e infrastrutture dalle operazioni cyber rivolte all’esterno. La Cia si prepara alla competizione dell’IA con la Cina e punta sulla propria deterrenza cyber La Cia cambia assetto per adattarsi a una realtà in cui i confini da sorvegliare non coincidono più soltanto con quelli segnati sulle carte geografiche. Passano dalle reti, dai cavi, dai data center, dalle piattaforme private e dai modelli di intelligenza artificiale. È su questa premessa che John Ratcliffe ha annunciato una riorganizzazione delle strutture tecnologiche dell’agenzia, con un’accelerazione particolare del cyber offensivo e dell’adozione di strumenti commerciali. A riferirne è il New York Times, secondo cui il direttore della Central Intelligence Agency ha presentato il nuovo impianto intervenendo all’Aws Summit di Washington. La Cia dovrà assumere “rischi intelligenti”, sperimentare e accorciare il tempo che separa l’innovazione disponibile sul mercato dal suo impiego nell’intelligence. Ma senza affidare alle macchine l’ultima parola. L’intelligenza artificiale, nelle parole di Ratcliffe, può cambiare la natura della competizione; il giudizio operativo e politico, invece, resta prerogativa umana. Al centro della riorganizzazione sarà la vecchia Directorate of Digital Innovation, creata nel 2015 per integrare capacità digitali, dati, cyber collection e sicurezza informatica, ora trasformata nella Directorate of Mission Systems, con un mandato più definito: cybersecurity difensiva, infrastrutture dati e servizi tecnologici per le missioni dell’agenzia. In altre parole, lo scudo. La spada viene invece affidata al Center for Cyber Intelligence, elevato a mission center. Si tratta di un salto non solo nominale. I mission center della Cia riuniscono competenze operative, analitiche, tecniche e di supporto intorno a una priorità strategica; la promozione del centro cyber ne rafforza il peso interno, l’accesso alle risorse e il canale diretto verso la direzione dell’agenzia. Già in aprile, Recorded Future News aveva segnalato che l’elevazione della struttura era stata decisa nell’autunno precedente, proprio per accrescere la capacità di raccolta, analisi e contrasto delle minacce digitali provenienti dall’estero. La distinzione tra le due funzioni aiuta a comprendere la direzione strategica. Da una parte, proteggere reti, dati e sistemi sui quali poggia la macchina dell’intelligence americana. Dall’altra, sviluppare accessi alle reti avversarie, raccogliere informazioni, localizzare obiettivi e, quando autorizzato, condurre operazioni capaci di produrre effetti nel dominio digitale, mettendo l’agenzia in condizione di contribuire con il proprio mestiere: l’intelligence clandestina, la conoscenza degli attori, le fonti umane e la capacità di trasformare dati dispersi in un vantaggio operativo. Un percorso già avviato Nel 2021 l’allora direttore William Burns istituì il China Mission Center, riconoscendo in Pechino la principale sfida geopolitica di lungo periodo per gli Stati Uniti. Ratcliffe conserva quella diagnosi, ma sposta l’accento sulla dimensione tecnologica della competizione. Non basta più avere un centro dedicato a un Paese o a una regione: occorre che ogni componente dell’agenzia sia in grado di operare in un ambiente nel quale raccolta, analisi, cyber e intelligenza artificiale tendono a fondersi. La Cia ha annunciato in febbraio un nuovo quadro per accelerare l’acquisizione di tecnologie dal settore privato. L’obiettivo, ha spiegato Ratcliffe, è passare da procedure che potevano richiedere tre anni a un ciclo di circa sei mesi. Nei primi sei mesi del nuovo sistema sarebbero state completate quasi quattrocento acquisizioni. È stato inoltre creato un Office of Corporate Partnerships, pensato come punto di accesso unico per le aziende interessate a lavorare con l’agenzia. La sede scelta per l’annuncio è in Amazon Web Services, che è uno dei principali fornitori di infrastrutture cloud classificate per la comunità d’intelligence americana. Alla conferenza, la società ha annunciato nuovi investimenti per facilitare lo sviluppo di applicazioni destinate all’ambiente classificato e per accompagnare il trasferimento di sistemi più datati verso piattaforme cloud ad alta velocità. È anche il segno della trasformazione in corso dell’amministrazione americana. L’ordine esecutivo firmato dalla Casa Bianca il 2 giugno chiede di rafforzare la difesa cyber dei sistemi nazionali, estendere gli strumenti di sicurezza basati sull’intelligenza artificiale e costruire un canale di collaborazione con gli sviluppatori dei modelli più avanzati. L’idea di fondo è che l’IA sia insieme una fonte di vantaggio e un moltiplicatore di vulnerabilità: aiuta a individuare falle, correlare dati, automatizzare attività complesse; può però fare altrettanto nelle mani di un avversario. Ratcliffe ha usato un paragone impegnativo, definendo le capacità dei modelli di frontiera assimilabili, per impatto strategico, a “armi nucleari digitali”. Washington considera ormai l’intelligenza artificiale una componente della deterrenza, della superiorità informativa e della resilienza nazionale. Per questo Langley vuole ufficiali capaci di maneggiare codice con la stessa dimestichezza con cui gestiscono fonti e assetti umani. Cia e cyber intelligence, così Langley rafforza le capacità offensive contro le minacce digitali - Formiche.net
- Cybersecurity, 19 attacchi ad aziende in Toscana nei primi 5 mesi del 2026
Indagine realizzata da Defenda di Lucca. “Con l’Ai i pirati sono sempre più sofisticati”. Fenomeno in aumento, le più vulnerabili sono le piccole imprese. Nei primi cinque mesi del 2026 le aziende con almeno una sede produttiva in Toscana colpite da attacchi informatici che hanno compromesso dati e informazioni riservate sono aumentate del 35,7% rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 14 a 19 casi. Il dato emerge da un’elaborazione realizzata da Defenda Solutions, società specializzata nella protezione di aziende e organizzazioni dagli attacchi cyber, con sede a Lucca, che conferma quanto la cybersecurity sia un tema d’ stringente attualità per chi guida le imprese. Per costruire il quadro regionale, Defenda ha incrociato le informazioni raccolte attraverso le proprie attività di Cyber Threat Intelligence con i dati sulle sedi produttive delle aziende, individuando tutte le organizzazioni vittime di incidenti informatici noti che dispongono di almeno una sede operativa in Toscana. Le informazioni derivano dall’analisi di fonti pubbliche e di fonti chiuse o riservate utilizzate nelle attività di intelligence dell’azienda e non da dati raccolti presso i clienti o nell’ambito dei servizi di cybersecurity erogati. L’analisi comprende esclusivamente gli incidenti che hanno compromesso l’integrità o la riservatezza dei dati – spesso sfociati in ransomware e casi di doppia estorsione – mentre restano esclusi gli attacchi DDoS e gli eventi che hanno inciso soltanto sulla disponibilità dei servizi. Emersa solo una parte del fenomeno «Quella che emerge dalla nostra analisi è la fotografia della superficie degli attacchi informatici – precisa Matteo Carli, Chief Technology Officer di Defenda -. Esiste una parte sommersa altrettanto ampia che oggi è impossibile intercettare. Pensiamo, ad esempio, alla compromissione delle caselle di posta elettronica aziendali, attraverso cui vengono predisposte fatture false da far pagare alle imprese. Sono episodi che spesso non emergono nelle statistiche ma provocano danni economici molto rilevanti». L’incremento registrato in Toscana conferma un fenomeno in forte accelerazione. Dopo i due casi rilevati a gennaio, gli incidenti sono saliti a tre a febbraio e marzo, quattro ad aprile e hanno raggiunto il picco a maggio con otto aziende colpite, il dato mensile più elevato dell’intero periodo osservato. Attacchi più sofisticati con l’intelligenza artificiale La crescita degli attacchi è accompagnata da una maggiore consapevolezza delle imprese, favorita sia dall’aumento degli episodi sia dall’evoluzione della normativa europea. «Gli attacchi aumentano di anno in anno e diventano sempre più sofisticati anche grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale, che consente di automatizzare e rendere più efficaci le offensive – osserva Irene Sorani, responsabile del coordinamento Cyber di Almaviva -. Le aziende stanno acquisendo maggiore sensibilità, ma esistono ancora ampie aree di scopertura, soprattutto dove la sicurezza informatica viene affidata esclusivamente alla gestione tradizionale dell’IT, senza competenze specialistiche di cybersecurity». Le piccole imprese obiettivo dei cyber-criminali Secondo Sorani, il livello di maturità varia sensibilmente tra i diversi comparti economici. Le imprese che operano nelle filiere dell’energia, dei trasporti e del settore bancario, interessate dagli obblighi introdotti dalle direttive europee NIS2 e DORA, hanno accelerato gli investimenti nella gestione del rischio cyber. Più indietro restano invece molte piccole e medie imprese della manifattura, del tessile, dell’artigianato e del settore dell’ospitalità, comparti che rappresentano una parte rilevante dell’economia toscana e che risultano sempre più esposti a campagne di attacco automatizzate. «Le piccole imprese sono oggi un obiettivo dei cyber criminali tanto quanto le grandi organizzazioni e, nella maggior parte dei casi, potrebbero migliorare sensibilmente il proprio livello di sicurezza con investimenti relativamente contenuti», aggiunge. In Italia 166 casi, il 30 per cento in Lombardia Il quadro regionale si inserisce in uno scenario nazionale caratterizzato da una crescita costante delle minacce. La seconda edizione del Cyber Security Report – Analisi delle minacce ed evoluzione dello scenario, realizzato da Cyber Security Foundation e Tim con il contributo del Centro Studi Tim e presentato alla Camera dei Deputati, evidenzia come «la cybersicurezza non sia più soltanto una questione tecnologica ma una condizione essenziale per la continuità dei servizi, la competitività del tessuto produttivo e la sicurezza nazionale». Nel 2025 gli attacchi ransomware hanno registrato oltre 7.400 rivendicazioni a livello globale, in aumento del 42%, mentre in Italia i casi censiti sono stati 166, il 14% in più rispetto all’anno precedente, con oltre il 30% concentrato in Lombardia. 19 aziende toscane colpite da attacchi informatici nei primi 5 mesi del 2026
- Carmelo Cinturrino non è più un poliziotto: la polizia di Stato lo ha destituito
L'ex agente è in carcere, accusato dell'omicidio volontario di un uomo in zona Rogoredo Carmelo Cinturrino, ex assistente capo del Commissariato Mecenate di Milano, è stato destituito dalla polizia di Stato. Il provvedimento, adottato il 20 maggio, gli è stato notificato il 22 maggio in carcere. L'uomo è accusato dell'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo il 26 gennaio durante un controllo anti spaccio. All'inizio di maggio, il Tribunale del Riesame aveva respinto la richiesta di concessione degli arresti domiciliari. Cinturrino è sospettato tra l'altro di estorsioni, spaccio di droga e arresti illegali, reati che sarebbero stati compiuti a Rogoredo e Corvetto, dove l'ex poliziotto operava. Il Riesame: “Indifferente alla vittima” Il Riesame aveva affermato, tra l'altro, che l'ex agente aveva mostrato “un'assoluta indifferenza per la vita della vittima, lasciata consapevolmente e volontariamente in condizioni di agonia e priva di soccorsi” fino a quando “non giungesse la pistola che serviva ad accreditare la versione difensiva della legittima difesa”. Un colpo alla testa, sparato con la pistola d'ordinanza a circa 30 metri di distanza. Cinturrino - secondo i giudici del riesame - avrebbe “consapevolmente e volontariamente ritardato l'attivazione dei soccorsi (per circa 20 minuti, n.d.r.), nonostante la vittima fosse ancora in vita e in condizioni di agonia, al fine di disporre del tempo necessario per alterare la scena del delitto”. Non solo, successivamente avrebbe “esercitato pressioni (verso i colleghi, n.d.r.) volte a concordare una versione comune dell'accaduto”. -- Carmelo Cinturrino destituito dalla polizia di Stato https://www.milanotoday.it/cronaca/carmelo-cinturrino-destituito-polizia.html © MilanoToday
- Delitto in pizzeria, arrestato l’assassino di Raffaele Stipa. “Si conoscevano da anni”. Il movente: un debito di 20 euro
Fermato Andrea Pellati, 43 anni: è stato intercettato intorno alle 2 di notte a casa dei genitori. La sorella della vittima, Antonella, è stata dimessa. Dolore e tanti messaggi per la scomparsa del 67enne. Stasera una camminata in suo ricordo e un momento di raccoglimento davanti alla pizzeria Reggio Emilia, 30 giugno 2026 – E’ stato arrestato l’uomo che ieri ha accoltellato a morte Raffaele Stipa, titolare di una pizzeria a Reggio Emilia colpendolo alla gola (foto). Si chiama Andrea Pellati, 43 anni. E’ un pluripregiudicato, nato a Reggio Emilia con diversi precedenti per droga. Gli agenti della questura, dopo la fuga, lo hanno intercettato intorno alle 2 di notte a casa dei genitori. A seguito di una perquisizione nell’abitazione del 43enne, sono stati sequestrati sia i vestiti utilizzati durante l’aggressione sia il coltello con cui è stata presumibilmente è stato ucciso il 67enne. L’omicidio è stato commesso intorno alle 22,30 alla pizzeria Yoghi, in via Gran Sasso d'Italia. Secondo la ricostruzione, verso ora di pranzo un amico dell'indagato si sarebbe recato nell'attività dei fratelli Stipa chiedendo tre pizze gratis. La sorella di Raffaele, Antonella, 52 anni, avendo i due accumulato dei debiti, avrebbe detto di no. L'omicidio è avvenuto dopo ore. "È entrato per ucciderlo": il procuratore capo Calogero Gaetano Paci non ha dubbi. Nel tentativo di difendere il fratello, è rimasta ferita anche la 52enne. Questa mattina davanti alla pizzeria sono comparsi fiori e lettere per Raffaele (video). Stasera alle 20 il Comune ha organizzato una camminata in suo ricordo, alle 21 il quartiere un momento di raccoglimento davanti alla pizzeria. Delitto in pizzeria, arrestato l’assassino di Raffaele Stipa. “Si conoscevano da anni”. Il movente: un debito di 20 euro
- Bari, il 38enne Alessandro Signorile freddato a colpi di pistola in pieno giorno. Fermato un uomo: è una guardia giurata
Momenti di paura questa mattina a Bari, nel quartiere Carbonara, dove un uomo è morto dopo essere stato colpito a colpi di arma da fuoco mentre si trovava in sella alla sua bici. L'uomo, Alessandro Signorile, aveva 38 anni ed era originario di Ceglie del Campo. Inutili i soccorsi prestati dal personale del 118 che ne ha potuto solo constatare il decesso. L’area in cui è avvenuto il delitto è stata interdetta dagli agenti della polizia locale. Il presunto autore dell'omicidio, una guardia giurata, è stato già individuato ed è in stato di fermo in attesa della convalida del gip: avrebbe esploso almeno 4 colpi di arma da fuoco senza lasciare scampo alla vittima. Il presunto killer sarebbe stato bloccato non lontano dalla questura dove pare fosse diretto per costituirsi. Non si esclude alcuna ipotesi come movente del delitto. Indagano i carabinieri coordinati dal magistrato di turno della procura di Bari, Larissa Catella e dall’aggiunto, Milto De Nozza. Bari, guardia giurata di 40 anni confessa l'omicidio di Alessandro Signorile a Carbonara. Il pm: «Ha agito per gelosia e vendetta» - Gazzetta del Mezzogiorno
- Trump posta un’aquila d’oro gigante all’entrata della Casa Bianca. I critici: “È quella nazista”. Rispunta la sospetta simpatia del tycoon per Hitler
Roma, 30 giugno 2026 - Donald Trump sui social ha presentato la nuova aquila dorata gigante che dovrebbe fare bella mostra all’entrata della Casa Bianca. "Un regalo per i 250 anni" dell'America, ha scritto il tycoon pubblicando una foto ed esaltando l'aquila imponente. Un’immagine che, oltre confermare la passione per l'oro del presidente, come hanno mostrato chiaramente le modifiche alle decorazioni introdotte alla Casa Bianca dal suo arrivo, rispolvera le accuse di utilizzare simboli dell’antica Roma, i più concilianti, o nazisti per i più critici. Inoltre, segnala la Cnn, l’aquila per ora è solo un’immagine fatta con l’AI, come tradiscono le piccole differenze tra la ringhiera del balcone nella foto e il vero balcone Truman della Casa Bianca, inoltre lo scudo ha solo 11 stelle, anziché 13, che tradizionalmente rappresentano le 13 colonie originarie della fondazione degli Stati Uniti. Infine, scrive la Cnn, l'immagine presenta anche credenziali di contenuto nei suoi metadati che indicano che è stata creata con l'intelligenza artificiale di Google. Trump non nuovo a simboli nazisti Trump comunque non è nuovo a queste accuse, infatti già in campagna elettorale, sottolineava il sito cornellsun.com, aveva sfruttato immagini e spot propagandistici che ricordavano il periodo nazista, come il merchandising con l'aquila americana che reggeva una bandiera americana circolare assomigliante molto più all'aquila con la svastica che a quella tradizionale. O l’aquila della più recente Gold Card di Trump, sulla speciale carta di residenza e visto per milionari (definita la Trump Card), dal valore di 5 milioni di dollari. Come l’utilizzo dell’immagine di un triangolo rosso rovesciato su Facebook, che ricordava i simboli nazisti presenti sulle uniformi dei prigionieri. Lo spot simile a quello di Hitler Ma anche gli spot, su tutti quello che mostrava il suo ritorno nel 2020 dall’ospedale Walter Reed National Military Medical Center dopo dei controlli di routine, paragonato da alcuni media all’arrivo di Adolf Hitler al congresso del Partito Nazista nel film di propaganda di Leni Riefenstahl, "Il trionfo della volontà". Il Cornell Daily Sun ha paragonato l’arrivo di Trump in elicottero a quella di Hitler, mostrando la somiglianza tra le immagini. La campagna di Trump, naturalmente, ha sostenuto che questi parallelismi erano involontari. "Anche Hitler ha fatto delle cose buone” E lo stesso Trump parecchie volte avrebbe tirato in ballo il nazismo, come scrive il sito ebraico indipendente Forward. Ad esempio John Kelly, ex capo di gabinetto di Trump alla Casa Bianca, svelò che il tycoon una volta disse: "Anche Hitler ha fatto delle cose buone". La rivista The Atlantic, citando un libro del 2022, The Divider, scrisse che Trump avrebbe chiesto allo stesso Kelly: "Perché non puoi essere come i generali tedeschi?". Il capo dello staff stupito gli domandò se intendeva i generali di Hitler, e lui ha replicato: "Sì, sì, i generali di Hitler". Mentre secondo altre due fonti anonime il tycoon in una conversazione o privata si sarebbe lamentato: "Ho bisogno del tipo di generali che aveva Hitler". continua: Trump posta un’aquila d’oro gigante all’entrata della Casa Bianca. I critici: “È quella nazista”. Rispunta la sospetta simpatia del tycoon per Hitler
- Shahadat Hossain: analisi criminologica basata su fonti aperte (dott.ssa Mariana Berardinetti)
Nota metodologica: L’analisi che segue si basa esclusivamente su informazioni disponibili pubblicamente, su ricostruzioni giornalistiche e su elementi reperibili online. Non sostituisce una perizia tecnica né pretende di rappresentare dati investigativi riservati: è una lettura criminologica fondata su materiale accessibile e verificabile attraverso fonti aperte. La frase che Shahadat Hossain ha scritto sul suo profilo Facebook poche ore prima della strage – «Un uomo non muore da solo. Dovresti morire con i tuoi cari. Così nessuno deve soffrire per nessuno» – sembra rivelare una fantasia omicidiaria totalizzante, una visione della morte come evento condiviso e moralmente giustificato. È un chiaro leakage, cioè la fuoriuscita anticipata della fantasia violenta: un pensiero che trapela all’esterno prima che l’azione venga compiuta. In quelle parole non emerge solo un presagio, ma una struttura cognitiva orientata all’annientamento dell’intero nucleo familiare. La frase contiene anche un elemento auto‑diretto: “nessuno deve soffrire per nessuno” sembra riferirsi non solo alle vittime, ma anche a sé stesso, alla sofferenza per la mancanza dell’oggetto desiderato e alla sofferenza che deriverebbe dalla punizione reale dell’atto, ossia il carcere. In questa lettura, l’autore sembra giustificare non solo l’omicidio, ma anche la propria morte come parte della “soluzione”. Questa formulazione rivela una dinamica tipica dei soggetti con funzionamento narcisistico patologico: la fusione tra sé e l’oggetto desiderato, la convinzione che la sofferenza sia un’entità simmetrica e condivisa, e l’idea che l’annientamento reciproco rappresenti una forma di riparazione del torto subito. Non è una minaccia: è una razionalizzazione morale dell’omicidio‑suicidio, un tentativo di dare ordine a un vissuto emotivo caotico. La dinamica reale della strage, tuttavia, sembra non rispettare pienamente la logica espressa nella frase. L’omicidio non appare immediatamente “totale”, né pianificato in modo lineare. Le ricostruzioni investigative disponibili online indicano una sequenza in due fasi, con un tentativo di occultamento dei corpi e una fuga improvvisata. Questo scarto tra fantasia e azione sembra delineare un soggetto che vive un delirio relazionale, ma che agisce in modo impulsivo, frammentato, emotivamente collassato. La volontà di “uccidere tutti” sembra presente nella fantasia, ma la realtà dell’atto appare caotica, disordinata, segnata da decisioni immediate e non strutturate. La coesistenza tra premeditazione e impulsività non è una contraddizione: è una caratteristica ricorrente nei soggetti narcisistici con ideazione violenta. La premeditazione riguarda l’intenzione e la fantasia; l’impulsività riguarda il crollo dell’onnipotenza nel momento dell’atto. L’autore aveva immaginato un annientamento totale, ma non possedeva la capacità esecutiva per realizzarlo in modo lineare. Alla luce del messaggio pubblicato sui social, l’ingresso di Shahadat Hossain nell’appartamento della famiglia Uddin non appare come una visita abituale né come un tentativo improvvisato di avvicinamento alla donna, ma come l’inizio di un’azione già prefigurata mentalmente. Il rifiuto che muove la sua fantasia non è quello del momento: è un rifiuto prolungato, sedimentato nel tempo, vissuto come una ferita narcisistica che si è radicata dentro di lui. Non è la donna in sé, ma il rifiuto in generale, ripetuto, costante, che diventa la matrice emotiva della fantasia omicidiaria. Quel rifiuto continuativo sembra aver generato un sentimento crescente, strutturato, che ha alimentato la fantasia annunciata nella frase. Il rifiuto, nella mente dell’autore, non è un evento: è un tema identitario. Diventa la prova della propria irrilevanza, della propria impotenza, della propria esclusione. È questo che trasforma la frustrazione in rancore e il rancore in ideazione distruttiva. In questo quadro, la scelta di colpire per prima la donna non appare casuale. È la figura che incarna quel rifiuto prolungato, il fulcro della frustrazione che ha trasformato la ferita narcisistica in rancore e il rancore in fantasia distruttiva. Eliminare lei per prima sembra essere parte della logica interna del delitto: neutralizzare l’origine del rifiuto, cancellare la fonte della sofferenza, “risolvere” la tensione che lo ha portato alla premeditazione. La mannaia, in questo contesto, non sembra essere stata afferrata in modo impulsivo: appare più coerente con un’arma già scelta o procurata con l’intenzione di colpire. La violenza improvvisa contro la donna e la figlia di otto anni, Islam Arowa, sembra quindi inserirsi in una sequenza premeditata, non in una reazione emotiva al rifiuto del momento, ma in un atto che nasce da un rifiuto prolungato, interiorizzato e trasformato in fantasia omicidiaria. I corpi sarebbero stati trascinati e nascosti sotto un letto, con segni di difesa sulle braccia della madre. Ed è proprio questo gesto – l’occultamento dei corpi – a rivelare una discrepanza profonda tra la fantasia annunciata e la realtà dell’azione. Chi immagina che “un uomo non muore da solo” non sente il bisogno di nascondere le vittime: l’annientamento totale è parte della logica della frase. Nasconderli, invece, introduce un comportamento che ha un significato preciso: riprogettare la scena per completare la fantasia. Se il marito avesse visto la scena al rientro, sarebbe fuggito o avrebbe allertato immediatamente le forze dell’ordine. Ripulendo il sangue e occultando i corpi, Hossain sembra aver cercato di guadagnare tempo, di evitare che l’uomo potesse reagire, difendersi o mettere in moto una fuga. In questo senso, il gesto non appare solo emotivo, ma funzionale a mantenere il controllo e a creare le, condizioni per colpire anche il capofamiglia senza che questo potesse agire in alcun modo. L’occultamento è un tentativo di riparare la discrepanza tra fantasia e realtà. È un modo di riportare la scena dentro la fantasia, di ricreare le condizioni per completare l’annientamento totale immaginato. Chiaramente, la fantasia omicidiaria, quando si scontra con il contesto reale e con le vite degli altri, obbliga l’autore a riorganizzare la scena. È in questo punto che la fantasia collassa e la realtà impone una modifica del piano: l’occultamento dei corpi diventa il tentativo di adattare l’ideazione alla situazione concreta, un modo per prolungare la possibilità di completare ciò che aveva immaginato. Il fatto che l’autore senta la necessità di nascondere ciò che ha fatto, proprio mentre la sua fantasia omicidiaria prevedeva un annientamento totale, indica una frattura interna: la fantasia non regge il contatto con la realtà. È un comportamento che sembra suggerire un collasso emotivo, una dissociazione post‑offending o uno stato mentale alterato. In casi simili, questa discrepanza tra ideazione e azione è osservata in soggetti che hanno assunto sostanze o che stanno precipitando verso un comportamento suicidario. La frase «Così nessuno deve soffrire per nessuno», letta in chiave auto‑diretta, suggerisce che l’autore possa aver immaginato anche la propria morte come parte della soluzione. In questo senso, la scelta di rifugiarsi o morire in un luogo familiare, dove aveva trovato accoglienza o un minimo senso di appartenenza, appare coerente con la logica interna del messaggio. La componente suicidaria è centrale: l’annientamento totale include sé stesso. La fuga disorganizzata è compatibile con un crollo dell’onnipotenza narcisistica e con un passaggio verso l’autodistruzione. La seconda fase sembra essersi verificata più tardi, quando Kamal Uddin e il figlio maggiore, Amir, sarebbero rientrati dal lavoro sorprendendo Hossain ancora nell’abitazione. Non è chiaro se l’uomo li stesse aspettando per completare la mattanza o se si fosse attardato nel tentativo di ripulire la scena. Il risultato, però, sembra coerente con la fantasia espressa nel messaggio: eliminare l’intero nucleo familiare. Kamal sarebbe stato colpito mortalmente, mentre Amir avrebbe tentato di fuggire in strada. L’aggressore lo avrebbe inseguito continuando a colpirlo fino all’intervento di alcuni passanti che portavano a spasso i cani. La fuga di Hossain appare disorganizzata, impulsiva, priva di qualsiasi pianificazione. Si sarebbe tolto la maglietta blu, poi recuperata dalla polizia, sarebbe passato davanti alla sua abitazione e sarebbe scomparso nel nulla. Il telefono risulta spento o distrutto. Anche questo comportamento sembra incompatibile con un piano omicidiario strutturato: appare invece coerente con un collasso emotivo immediato e con un orientamento autodistruttivo. La frase, letta nella sua componente auto‑diretta, suggerisce che l’autore possa aver immaginato di togliersi la vita per evitare la sofferenza della punizione, della prigione e della perdita definitiva dell’oggetto desiderato. In questo senso, rifugiarsi o morire in un luogo familiare, dove aveva trovato accoglienza, appare una scelta coerente con la logica interna del messaggio. La discrepanza tra la fantasia omicidiaria e la dinamica effettiva del delitto è uno degli elementi più importanti del profilo. La frase suggerisce un annientamento totale, ma l’azione sembra mostrare un autore che agisce in modo impulsivo, frammentato, emotivamente sopraffatto. La volontà di “uccidere tutti” sembra presente nella fantasia, ma la realtà dell’atto appare caotica, segnata da tentativi immediati di nascondere i corpi e da una fuga improvvisata che, più che una strategia, sembra il preludio di un gesto autodistruttivo. Il profilo complessivo suggerisce un soggetto con funzionamento narcisistico patologico, ideazione omicidiaria totalizzante, delirio relazionale centrato sul rifiuto, e collasso emotivo post‑offending con possibile componente dissociativa e suicidaria. La frase è la matrice: l’atto è il tentativo fallito di incarnarla. analisi a cura della dott.ssa Mariana Berardinetti Criminal Profiler
- Torino, carabiniere perseguitato dall'ex moglie chiede aiuto: “È pericolosa, ma non posso permettermi lo psicologo”
In tribunale, ha raccontato di aver ricevuto fino a cento mail moleste al giorno ed essere stato minacciato di morte una donna pericolosa, senza limiti. Per tutto quello che mi ha fatto, avrei bisogno di rivolgermi a uno psicologo. Ma costa almeno settanta euro a settimana, non posso permettermelo in questo periodo in cui devo spendere così tanto per gli avvocati che mi tutelano”. Anche con queste parole oggi, 15 giugno, al tribunale di Torino, un carabiniere ha raccontato gli atti persecutori che da anni subirebbe dalla propria ex moglie, con cui ha avuto un figlio che soffre di problemi di salute. Lei, rinviata a giudizio per stalking, con aria sprezzante ha ridacchiato mentre ascoltava l’uomo che testimoniava, seduta al banco degli imputati. Potrà raccontare la propria versione dei fatti in una delle prossime udienze, davanti al giudice e alla sostituta procuratrice Valeria Sottosanti. L’incubo delle mail moleste La coppia è separata da anni. “Tutto è stato complicato nella nostra relazione, anche dopo la separazione” è entrato nel merito il carabiniere, 38 anni. Parlava deciso. Di vicende violente, per lavoro, ne ha seguite tante. Questa volta, però, la presunta vittima è lui stesso. “In ogni momento, lei mi disturbava con una raffica di mail – ha spiegato, raccontando fatti iniziati nel 2022 – Erano fino a cento al giorno. Io le leggevo sempre tutte, perché pensavo che contenessero anche comunicazioni su nostro figlio”. Invece, il più delle volte, erano una lunghissima sequenza di insulti: “Io sono il tuo guaio – scriveva la donna – Dormi bene, ma sappi che oggi ti ammazzo. Ti rovino l’esistenza, infame. Chiama pure gli sbirri. Se cambi mail, mi segno anche la nuova”. Poi si aggiungevano le telefonate e i messaggi, per i quali lui ha cambiato già tre numeri di telefono, nella speranza (vana) che lei non venisse a sapere dei nuovi. L’uomo ha denunciato la ex due volte. Durante le indagini, per lei è scattato il divieto di comunicazione con lui. “A quel punto, iniziavo (parla al passato, come nei verbali delle forze dell’ordine, ndr) a ricevere comunicazioni moleste dalla mail di sua madre, penso sempre scritte dalla mia ex moglie” ha aggiunto. Pedinato in strada Anche la nuova compagna della presunta vittima sarebbe stata presa di mira dall’imputata con messaggi e mail moleste. Un giorno, l’imputata le avrebbe addirittura inviato proprie foto intime scattate dal carabiniere durante la loro relazione. “Lui è un mostro” le scriveva, alludendo al figlio di lei nato da una precedente relazione. La presunta stalker, in alcune occasioni, avrebbe danneggiato l’auto dell’ex. Poi sarebbe arrivata a pedinarlo, fotografandolo di nascosto e inviandogli le immagini. “Io ero terrorizzato sia per questo, sia per le minacce di morte che spesso mi rivolgeva. Avevo paura per me e per la nuova compagna. Spesso diceva anche che mi avrebbe messo nei guai sul posto di lavoro, dicendo che non rispettavo gli accordi sul mantenimento per mio figlio”. La minaccia col coltello, dieci anni fa L’uomo, per le tensioni con l’ex moglie, ha detto di non riuscire a vedere il figlio dal 2024. Poi si è soffermato su un episodio che risale al 2016. “L’imputata qui presente – ha precisato indicando la donna, in tribunale – A casa sua, prendeva un coltello e me lo puntava addosso. Cercava di colpirmi con un fendente. Anche quella volta, ho avuto paura”. In aula, la difesa della donna ha insistito sui toni violenti che avrebbero avuto anche alcuni messaggi inviati dal carabiniere alla ex. “È vero che l’ha definita scimmia e schizofrenica?” ha chiesto l’avvocata che tutela l’imputata. “Possibile, ma sempre in risposta alle sue provocazioni – ha risposto lui – Quando uno è preso di mira per così tanto tempo, rischia di perdere la testa. Io avrei bisogno di aiuto, ma in questo periodo sto spendendo tutto in avvocati. Oltre a quello che mi affianca in questo processo, ne ho coinvolto un altro per rivolgermi al tribunale dei minori, nella speranza di poter presto rivedere mio figlio”. -- Torino, carabiniere perseguitato dall'ex moglie chiede aiuto: “È pericolosa, ma non posso permettermi lo psicologo” https://www.torinotoday.it/cronaca/carabiniere-stalking-ex-moglie-psicologo-processo.html © TorinoToday
- Triplice omicidio a Roma: fiaccolata per la famiglia sterminata a Casalotti. Prosegue la caccia al presunto killer
Una fiaccolata per la famiglia sterminata a colpi di mannaia a Roma, nel quartiere di Casalotti. L'iniziativa in memoria di Kamal, Hosne Jahan e della piccola Arowa, le vittime della strage di via Montiglio, è prevista per martedì 30 giugno, alle ore 21:00. Partirà da piazza Ormea e attraverserà le vie del quartiere per ricordare una famiglia che si è sempre distinta per integrazione, disponibilità e spirito di comunità. Un momento di raccoglimento e vicinanza aperto a tutta la cittadinanza. "Una tragedia immensa ha colpito la nostra comunità di Casalotti, lasciandoci tutti profondamente scossi e addolorati. Kamal, Hosnejahan e la piccola Arowa erano una famiglia molto stimata, da sempre esempio di integrazione e grande disponibilità verso il nostro quartiere - scrive il consigliere al municipio XIII Carlo Mattia, promotore dell'iniziativa -. Per onorare la loro memoria e stringerci attorno a chi resta, vi invito a partecipare a una fiaccolata in loro memoria. Ci ritroveremo martedì 30 giugno, alle ore 21:00, in Piazza Ormea. Cammineremo insieme per le vie di Casalotti per ricordare questa famiglia". Caccia al presunto killer A sterminare la famiglia bengalese sarebbe stato un connazionale di 43 anni, Shahadat Hossain svanito nel nulla. La caccia all'uomo infatti continua. Le ricerche del presunto autore della strage di Casalotti, sono state estese in tutta Italia, con controlli alle frontiere, nei casolari abbandonati della periferia nord-ovest di Roma e perfino nel fiume Tevere, mentre prende sempre più corpo anche l'ipotesi che possa essersi tolto la vita. Segnalazioni in tutta Roma Sono oltre sessanta le segnalazioni arrivate dopo la diffusione sui canali social e whatsapp della polizia di Stato della foto del presunto autore del triplice omicidio. Segnalazioni che finora non hanno portato però a individuare il ricercato e le ricerche degli investigatori della squadra mobile proseguono senza sosta. Ricerche a Selva Candida L'ultima traccia ritenuta significativa dagli investigatori conduce nella zona di Selva Candida, dove nelle ultime ore si sono concentrate le attività di polizia e carabinieri impegnati senza sosta nella ricerca di Shahadat Hossain, il cittadino bengalese di 43 anni ritenuto responsabile di aver massacrato venerdì sera una famiglia in un appartamento di via Montiglio, a Casalotti. L'uomo, residente ufficialmente a Frosinone, avrebbe ucciso con una mannaia, già sequestrata dagli investigatori, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la loro bambina Islam Arowa, ferendo gravemente anche l'altro figlio della coppia, di 18 anni. Palazzo presidiato Il palazzo dove si è consumato il triplice omicidio resta presidiato dalla polizia, mentre le ricerche del fuggitivo sono state estese anche in campo internazionale. Gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini della procura di Roma, mantengono il massimo riserbo sulla traccia che aveva collocato il ricercato nella zona di Selva Candida. Parallelamente sono stati battuti casolari abbandonati tra Casalotti, Boccea e Primavalle, oltre a verifiche nella provincia di Frosinone e lungo il Tevere, nel tentativo di individuare qualsiasi elemento utile alla cattura. La testimonianza Intanto emergono le testimonianze di chi conosceva, anche solo di vista, il presunto killer. "Shahadat Hossain lo conoscevo di vista. Quando ho visto la sua foto pubblicata sono sobbalzato. Quell'uomo frequentava la pasticceria cornetteria in via Borgo Ticino a Casalotti. Sono sicuro di averlo visto lì più di una volta con altri suoi connazionali. Sembrava un tipo molto tranquillo", racconta un residente del quartiere, ancora sotto shock per quanto accaduto. Il figlio sopravvissuto Resta delicata la situazione del diciottenne sopravvissuto all'aggressione. Il giovane è stato sottoposto a un intervento neurochirurgico, al policlinco Gemelli, per una frattura cranica con ematoma. È vigile e orientato, ma la prognosi rimane riservata. Le salme delle tre vittime sono state affidate all'Istituto di Medicina legale del policlinico Gemelli, dove tra lunedì e martedì saranno eseguite le autopsie. Cordoglio è stato espresso anche dal cardinale Baldassare Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma. "Con profondo dolore ho appreso la notizia del gravissimo fatto di sangue avvenuto nella nostra città, che ha spezzato la vita di una famiglia e ferito in modo drammatico l'intera comunità romana. La Chiesa di Roma si stringe nella preghiera attorno alle vittime". La polemica “Sono profondamente sconcertato dal video pubblicato sui canali social dell'assessore alle Politiche educative, Scolastiche dello Sport e del Turismo, Arianna Ugolini, che mostra alcuni rappresentanti della Giunta e soprattutto la presidente del municipio Giuseppetti saltare scatenati e ballare festanti in una festa organizzata dal municipio all'interno dell'Auditorium Albergotti. Una scena che lascia senza parole per la totale mancanza di sensibilità istituzionale dimostrata nel momento in cui l'intero territorio, e in particolare Casalotti, avrebbero avuto bisogno di sobrietà, presenza e rispetto - dichiara il consigliere di Fratelli d'Italia del municipio XIII, Marco Giovagnorio -. È quanto "ritengo vile e politicamente inaccettabile un simile atteggiamento. Chi rappresenta le istituzioni - sottolinea Giovagnorio - dovrebbe saper leggere il dolore della propria comunità, non voltarsi dall’altra parte. Dovrebbe fermarsi, ascoltare, esprimere vicinanza. Non esibire leggerezza mentre il Municipio piange una delle sue pagine più buie. Il municipio XIII avrebbe dovuto annullare qualsiasi celebrazione e di certo - afferma il consigliere Fdi - non aveva bisogno di pubblicare video festanti, ma di silenzio, rispetto e presenza istituzionale. Senza dimenticare il silenzio assordante degli stessi rappresentanti della giunta del municipio XIII davanti al triplice omicidio". Dovere morale "Nel giorno della più grande tragedia che il nostro territorio ricordi, mentre una famiglia veniva distrutta e un quartiere intero precipitava nel dolore - conclude Giovagnorio - nessun rappresentante della Giunta ha ritenuto opportuno spendere anche solo mezza parola di cordoglio, vicinanza o rispetto per le vittime e per i cittadini colpiti da questa immane tragedia. Alla famiglia colpita da questa tragedia, alla comunità bengalese, ai residenti di Casalotti e a tutti i cittadini sconvolti da quanto accaduto vanno la nostra più sincera vicinanza. Le istituzioni, tutte, avrebbero il dovere morale di fare lo stesso". -- Triplice omicidio a Roma: fiaccolata per la famiglia sterminata a Casalotti. Prosegue la caccia al presunto killer https://www.romatoday.it/cronaca/fiaccolata-casalotti-triplice-omicidio-roma.html © RomaToday
- Carabiniere investito a Saluzzo: “Non è tollerabile rischiare la vita per un controllo stradale”
Il sindacato dei carabinieri Usic prende posizione a sostegno dei militari coinvolti venerdì a Saluzzo nell’arresto di due cittadini stranieri in corso Ancina. I due,a bordo di un’auto, non si sono fermati all’alt della pattuglia, hanno urtato e scaraventato a terra un militare e hanno tentato la fuga. Sono stati bloccati e arrestati alcune centinaia di metri dopo. Leonardo Silvestri, segretario generale regionale Piemonte e Valle d’Aosta di “Unione Sindacale Carabinieri” ha dichiarato: «Quanto accaduto a Saluzzo è l’ennesima dimostrazione dei rischi quotidiani a cui sono esposti, in modo improvviso e imprevedibile, gli uomini e le donne in divisa. Non è tollerabile rischiare la vita durante un normale controllo stradale. L’episodio, dalle dinamiche particolarmente gravi, ha visto un’auto di grossa cilindrata accelerare all’alt intimato dai militari in borghese, travolgendo uno dei carabinieri e sbalzandolo al suolo dopo averlo caricato sul cofano. Solo la prontezza, il coraggio e l’alto senso del dovere del secondo militare, che si è immediatamente lanciato all’inseguimento bloccando i fuggitivi a poche centinaia di metri di distanza, hanno evitato che la situazione potesse avere conseguenze ancora più gravi e hanno consentito di assicurare tempestivamente i due soggetti alla giustizia. Al collega ferito e trasportato dai sanitari del 118 – continua Silvestri - rivolgiamo i nostri più sinceri auguri di pronta guarigione, mentre al militare intervenuto per bloccare i fuggitivi va il nostro plauso per la lucidità e l’efficacia dimostrate in un momento di estrema tensione. Ribadiamo con fermezza la necessità di maggiori tutele legali e operative, insieme a pene certe e severe per chiunque si opponga con violenza all’autorità dello Stato. Chi aggredisce un rappresentante delle forze dell’ordine aggredisce l’intera collettività: la sicurezza di chi garantisce la tutela dei cittadini deve tornare a essere una priorità assoluta e indiscutibile dell’agenda istituzionale». Carabiniere investito a Saluzzo: “Non è tollerabile rischiare la vita per un controllo stradale” - La Stampa












