Shahadat Hossain: analisi criminologica basata su fonti aperte (dott.ssa Mariana Berardinetti)
- dott.ssa Berardinetti Mariana

- 30 giu
- Tempo di lettura: 6 min

Nota metodologica: L’analisi che segue si basa esclusivamente su informazioni disponibili pubblicamente, su ricostruzioni giornalistiche e su elementi reperibili online. Non sostituisce una perizia tecnica né pretende di rappresentare dati investigativi riservati: è una lettura criminologica fondata su materiale accessibile e verificabile attraverso fonti aperte.
La frase che Shahadat Hossain ha scritto sul suo profilo Facebook poche ore prima della strage – «Un uomo non muore da solo. Dovresti morire con i tuoi cari. Così nessuno deve soffrire per nessuno» – sembra rivelare una fantasia omicidiaria totalizzante, una visione della morte come evento condiviso e moralmente giustificato. È un chiaro leakage, cioè la fuoriuscita anticipata della fantasia violenta: un pensiero che trapela all’esterno prima che l’azione venga compiuta. In quelle parole non emerge solo un presagio, ma una struttura cognitiva orientata all’annientamento dell’intero nucleo familiare. La frase contiene anche un elemento auto‑diretto: “nessuno deve soffrire per nessuno” sembra riferirsi non solo alle vittime, ma anche a sé stesso, alla sofferenza per la mancanza dell’oggetto desiderato e alla sofferenza che deriverebbe dalla punizione reale dell’atto, ossia il carcere. In questa lettura, l’autore sembra giustificare non solo l’omicidio, ma anche la propria morte come parte della “soluzione”.
Questa formulazione rivela una dinamica tipica dei soggetti con funzionamento narcisistico patologico: la fusione tra sé e l’oggetto desiderato, la convinzione che la sofferenza sia un’entità simmetrica e condivisa, e l’idea che l’annientamento reciproco rappresenti una forma di riparazione del torto subito. Non è una minaccia: è una razionalizzazione morale dell’omicidio‑suicidio, un tentativo di dare ordine a un vissuto emotivo caotico.
La dinamica reale della strage, tuttavia, sembra non rispettare pienamente la logica espressa nella frase. L’omicidio non appare immediatamente “totale”, né pianificato in modo lineare. Le ricostruzioni investigative disponibili online indicano una sequenza in due fasi, con un tentativo di occultamento dei corpi e una fuga improvvisata. Questo scarto tra fantasia e azione sembra delineare un soggetto che vive un delirio relazionale, ma che agisce in modo impulsivo, frammentato, emotivamente collassato. La volontà di “uccidere tutti” sembra presente nella fantasia, ma la realtà dell’atto appare caotica, disordinata, segnata da decisioni immediate e non strutturate.
La coesistenza tra premeditazione e impulsività non è una contraddizione: è una caratteristica ricorrente nei soggetti narcisistici con ideazione violenta. La premeditazione riguarda l’intenzione e la fantasia; l’impulsività riguarda il crollo dell’onnipotenza nel momento dell’atto. L’autore aveva immaginato un annientamento totale, ma non possedeva la capacità esecutiva per realizzarlo in modo lineare. Alla luce del messaggio pubblicato sui social, l’ingresso di Shahadat Hossain nell’appartamento della famiglia Uddin non appare come una visita abituale né come un tentativo improvvisato di avvicinamento alla donna, ma come l’inizio di un’azione già prefigurata mentalmente.
Il rifiuto che muove la sua fantasia non è quello del momento: è un rifiuto prolungato, sedimentato nel tempo, vissuto come una ferita narcisistica che si è radicata dentro di lui. Non è la donna in sé, ma il rifiuto in generale, ripetuto, costante, che diventa la matrice emotiva della fantasia omicidiaria. Quel rifiuto continuativo sembra aver generato un sentimento crescente, strutturato, che ha alimentato la fantasia annunciata nella frase.
Il rifiuto, nella mente dell’autore, non è un evento: è un tema identitario. Diventa la prova della propria irrilevanza, della propria impotenza, della propria esclusione. È questo che trasforma la frustrazione in rancore e il rancore in ideazione distruttiva. In questo quadro, la scelta di colpire per prima la donna non appare casuale. È la figura che incarna quel rifiuto prolungato, il fulcro della frustrazione che ha trasformato la ferita narcisistica in rancore e il rancore in fantasia distruttiva. Eliminare lei per prima sembra essere parte della logica interna del delitto: neutralizzare l’origine del rifiuto, cancellare la fonte della sofferenza, “risolvere” la tensione che lo ha portato alla premeditazione.
La mannaia, in questo contesto, non sembra essere stata afferrata in modo impulsivo: appare più coerente con un’arma già scelta o procurata con l’intenzione di colpire. La violenza improvvisa contro la donna e la figlia di otto anni, Islam Arowa, sembra quindi inserirsi in una sequenza premeditata, non in una reazione emotiva al rifiuto del momento, ma in un atto che nasce da un rifiuto prolungato, interiorizzato e trasformato in fantasia omicidiaria. I corpi sarebbero stati trascinati e nascosti sotto un letto, con segni di difesa sulle braccia della madre. Ed è proprio questo gesto – l’occultamento dei corpi – a rivelare una discrepanza profonda tra la fantasia annunciata e la realtà dell’azione.
Chi immagina che “un uomo non muore da solo” non sente il bisogno di nascondere le vittime: l’annientamento totale è parte della logica della frase. Nasconderli, invece, introduce un comportamento che ha un significato preciso: riprogettare la scena per completare la fantasia. Se il marito avesse visto la scena al rientro, sarebbe fuggito o avrebbe allertato immediatamente le forze dell’ordine.
Ripulendo il sangue e occultando i corpi, Hossain sembra aver cercato di guadagnare tempo, di evitare che l’uomo potesse reagire, difendersi o mettere in moto una fuga. In questo senso, il gesto non appare solo emotivo, ma funzionale a mantenere il controllo e a creare le, condizioni per colpire anche il capofamiglia senza che questo potesse agire in alcun modo. L’occultamento è un tentativo di riparare la discrepanza tra fantasia e realtà. È un modo di riportare la scena dentro la fantasia, di ricreare le condizioni per completare l’annientamento totale immaginato. Chiaramente, la fantasia omicidiaria, quando si scontra con il contesto reale e con le vite degli altri, obbliga l’autore a riorganizzare la scena. È in questo punto che la fantasia collassa e la realtà impone una modifica del piano: l’occultamento dei corpi diventa il tentativo di adattare l’ideazione alla situazione concreta, un modo per prolungare la possibilità di completare ciò che aveva immaginato. Il fatto che l’autore senta la necessità di nascondere ciò che ha fatto, proprio mentre la sua fantasia omicidiaria prevedeva un annientamento totale, indica una frattura interna: la fantasia non regge il contatto con la realtà. È un comportamento che sembra suggerire un collasso emotivo, una dissociazione post‑offending o uno stato mentale alterato. In casi simili, questa discrepanza tra ideazione e azione è osservata in soggetti che hanno assunto sostanze o che stanno precipitando verso un comportamento suicidario. La frase «Così nessuno deve soffrire per nessuno», letta in chiave auto‑diretta, suggerisce che l’autore possa aver immaginato anche la propria morte come parte della soluzione. In questo senso, la scelta di rifugiarsi o morire in un luogo familiare, dove aveva trovato accoglienza o un minimo senso di appartenenza, appare coerente con la logica interna del messaggio. La componente suicidaria è centrale: l’annientamento totale include sé stesso. La fuga disorganizzata è compatibile con un crollo dell’onnipotenza narcisistica e con un passaggio verso l’autodistruzione. La seconda fase sembra essersi verificata più tardi, quando Kamal Uddin e il figlio maggiore, Amir, sarebbero rientrati dal lavoro sorprendendo Hossain ancora nell’abitazione. Non è chiaro se l’uomo li stesse aspettando per completare la mattanza o se si fosse attardato nel tentativo di ripulire la scena. Il risultato, però, sembra coerente con la fantasia espressa nel messaggio: eliminare l’intero nucleo familiare. Kamal sarebbe stato colpito mortalmente, mentre Amir avrebbe tentato di fuggire in strada. L’aggressore lo avrebbe inseguito continuando a colpirlo fino all’intervento di alcuni passanti che portavano a spasso i cani.
La fuga di Hossain appare disorganizzata, impulsiva, priva di qualsiasi pianificazione. Si sarebbe tolto la maglietta blu, poi recuperata dalla polizia, sarebbe passato davanti alla sua abitazione e sarebbe scomparso nel nulla. Il telefono risulta spento o distrutto. Anche questo comportamento sembra incompatibile con un piano omicidiario strutturato: appare invece coerente con un collasso emotivo immediato e con un orientamento autodistruttivo. La frase, letta nella sua componente auto‑diretta, suggerisce che l’autore possa aver immaginato di togliersi la vita per evitare la sofferenza della punizione, della prigione e della perdita definitiva dell’oggetto desiderato. In questo senso, rifugiarsi o morire in un luogo familiare, dove aveva trovato accoglienza, appare una scelta coerente con la logica interna del messaggio.
La discrepanza tra la fantasia omicidiaria e la dinamica effettiva del delitto è uno degli elementi più importanti del profilo. La frase suggerisce un annientamento totale, ma l’azione sembra mostrare un autore che agisce in modo impulsivo, frammentato, emotivamente sopraffatto. La volontà di “uccidere tutti” sembra presente nella fantasia, ma la realtà dell’atto appare caotica, segnata da tentativi immediati di nascondere i corpi e da una fuga improvvisata che, più che una strategia, sembra il preludio di un gesto autodistruttivo.
Il profilo complessivo suggerisce un soggetto con funzionamento narcisistico patologico, ideazione omicidiaria totalizzante, delirio relazionale centrato sul rifiuto, e collasso emotivo post‑offending con possibile componente dissociativa e suicidaria. La frase è la matrice: l’atto è il tentativo fallito di incarnarla.
analisi a cura della dott.ssa Mariana Berardinetti Criminal Profiler



Commenti