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- Milano ferita nel suo cuore moderno: il caso Valsecchi e l’illusione della sicurezza urbana (di Nosari Greta)
Milano corre veloce, tra grattacieli di vetro e stazioni ad alta velocità. Eppure, in un normale mattino di novembre, l’illusione di sicurezza si è infranta. Anna Laura Valsecchi, 43 anni, dipendente di Finlombarda, stava attraversando piazza Gae Aulenti, cuore del distretto smart, tra la folla di pendolari, quando è stata raggiunta alle spalle da un uomo che l’ha colpita con un coltello da cucina lungo circa 25-30 centimetri. LEGGI QUI L'INTERO ARTICOLO A cura della Referente SQUAD dott.ssa NOSARI Greta Criminologa e Mediatrice Linguistica - Esperta in Scienze Forensi, Criminologia Investigativa e Criminal Profiling
- OLTRE IL PEACEKEEPING: La sfida della preparazione al conflitto per l'Italia nell’era post-ucraina (di Arcangelo Marucci)
Indice: 1. Introduzione: un quesito che esige risposte concrete 2. Il quadro delle capacità: cifre e paragoni 3. Geografia, alleanze e contesto strategico 4. Gli insegnamenti del teatro bellico ucraino 5. Il pericolo di affievolimento delle competenze militari 6. Invasione di compiti e l’utilizzo domestico delle Forze Armate italiane 7. Rivedere gli obiettivi primari: verso un assetto duraturo 8. Conclusioni 1. Introduzione: un quesito che esige risposte concrete Il conflitto russo-ucraino ha determinato per l’Occidente una riflessione doverosa sulla propria struttura di difesa. Per l’Italia, questo esame assume contorni alquanto intricati: il nostro modello di Forze Armate, maturato negli ultimi trent’anni verso una dimensione prevalentemente focalizzata sulle missioni internazionali e sul sostegno alla sicurezza interna, è ancor oggi tarato per fronteggiare minacce convenzionali di elevata intensità? La tematica non ammette spiegazioni basilari. Valutare la prontezza del nostro sistema difensivo necessita l’analisi di parecchie variabili interdipendenti: dalla consistenza degli organici alla modernità dei sistemi d’arma, dall’esperienza operativa dei contingenti alla tenuta economica della spesa militare, fino alla dimensione più immateriale ma cruciale della motivazione e della visione strategica nazionale. LEGGI L'ARTICOLO QUI Articolo a cura del: Generale di Brigata (Ris.) dell'Esercito Italiano Arcangelo Marucci Il Generale di Brigata (Ris.) dell'Esercito Italiano Arcangelo Marucci, proveniente dai corsi regolari dell'Accademia Militare, ha conseguito la laurea in Scienze Strategiche e Internazionali Diplomatiche col massimo dei voti. La sua solida preparazione è stata ulteriormente arricchita da numerosi Master e corsi di specializzazione. Nel corso di una lunga e prestigiosa carriera, ha maturato una profonda esperienza internazionale, partecipando a numerose missioni fuori area. Ha ricoperto ruoli di Comando e di Staff a vari livelli, acquisendo una notevole competenza sia in ambito politico-militare che operativo. Particolarmente esperto nei settori della formazione, del reclutamento e della gestione delle forze di completamento, ha condiviso le sue conoscenze attraverso numerose pubblicazioni su altrettante riviste specializzate e due libri di geopolitica.
- Baby Gang: Analisi Criminologica del fenomeno con un Focus su Milano (di: Carlo Di Sansebastiano)
Il fenomeno delle baby gang in Italia ha assunto negli ultimi anni una rilevanza crescente, destando allarme sociale e sollevando interrogativi complessi sulla devianza giovanile e sui meccanismi che portano gruppi di adolescenti ad assumere comportamenti criminali... LEGGI QUI L'INTERO ARTICOLO Articolo a cura di: dott. Carlo Di Sansebastiano Criminologo e Referente SQUAD
- Intervista a Massimo ZEN, un Uomo dietro la divisa da Guardia Giurata (di Procida Dario)
Il 30 settembre alle ore 18:00 è uscito dal carcere di Verona l’ormai ex guardia giurata Massimo Zen, ormai noto ai fatti di cronaca, in cui nella notte del 22 Aprile 2017 tentò di bloccare la fuga di alcuni malviventi artefici di un furto su due ATM, mise l’auto di traverso per cercare di bloccarli, per impedire il passaggio, per rallentarli e permettere ai Carabinieri di raggiungerli inoltre per evitare il tentativo di essere investito dai malviventi. Un colpo accidentalmente sparato verso l’auto, nel tentativo di fermarli, ha colpito il conducente, per Manuel Major, volto noto alle forze dell'ordine, non ci fu nulla da fare. Conosciamo meglio Massimo Zen un uomo dietro la divisa da Guardia Giurata. Clicca qui per leggere l'intervista Ringraziamo Massimo Zen per la sua disponibilità per l’intervista. La SQUAD ritiene che l’esperienza vissuta da Massimo Zen possa essere d’insegnamento per tutte quelle Guardie Giurate che quotidianamente vivono questo lavoro di notte e di giorno, e con tutte le diverse difficoltà che possono incontrare. Per questo abbiamo creato un canale d'ascolto per le GPG con Massimo Zen qualora volessero un confronto personale . IL CANALE D'ASCOLTO CON MASSIMO ZEN
- Il Femminicidio: Un Approccio Criminologico Focalizzato sul Genere (di Mercuri Luca)
Il femminicidio è l'uccisione di una donna in quanto donna, spesso radicata in dinamiche di violenza di genere e in un sistema di disuguaglianze e di relazioni di potere ineguali tra i sessi. Non è un omicidio comune, ma un fenomeno sociale e culturale specifico. Definizione e Radici Strutturali: La criminologia definisce il femminicidio come un crimine prodotto dalle disuguaglianze di genere , caratterizzato spesso da una componente di misoginia , di possesso e dalla volontà di affermare la superiorità maschile o i presunti "diritti" che ne derivano. La violenza di genere, di cui il femminicidio è la manifestazione più estrema, è considerata un fenomeno multifattoriale che affonda le sue radici in condizioni gerarchiche e discriminazioni sistemiche che pongono la donna in una posizione di subordinazione sociale. Contesto e Modalità: Nella maggior parte dei casi, il femminicidio è un "intimate femicide" (femminicidio intimo), perpetrato dal partner o ex partner della vittima (circa il 70% dei casi ). Le motivazioni prevalenti sono di natura sentimentale-relazionale o economico-strumentale , spesso legate alla reazione violenta dell'uomo a un tentativo della donna di rinegoziare i termini della relazione o di separarsi, percepita come una minaccia alla sua supremazia. La Violenza Agita dalle Donne sugli Uomini: Prospettive Criminologiche Se da un lato il femminicidio evidenzia la violenza come esito di una disparità di potere basata sul genere, l'approccio criminologico più ampio deve considerare anche le forme di violenza in cui gli uomini sono vittime e le donne sono autrici . Violenza Domestica Bidirezionale: Nel contesto della violenza nelle relazioni d'intimità ( Intimate Partner Violence - IPV), la letteratura criminologica riconosce l'esistenza di una violenza bidirezionale . Questo significa che, sebbene le donne siano le vittime prevalenti e subiscano le conseguenze fisiche e psicologiche più gravi, entrambi i membri di una coppia possono essere autori e/o vittime di violenza . Natura e "Numero Oscuro": La violenza subita dagli uomini da parte delle partner o ex partner è un fenomeno che soffre del cosiddetto "numero oscuro" : è difficile da analizzare a causa della tendenza degli autori a contenerla entro le mura domestiche e per il silenzio delle vittime maschili , spesso legato a stereotipi di genere che rendono difficile denunciare di aver subito violenza da una donna. Questa violenza può manifestarsi in forme fisiche, psicologiche, economiche e sessuali . ⚖️ Conclusione: La Violenza è Violenza Il principio fondamentale che deve guidare l'analisi criminologica e la risposta sociale è che la violenza è un atto inaccettabile che non conosce colore o genere . Si dovrebbe partire dagli strumenti di prevenzione che sono alla base di una società civile. Dal togliere ogni forma di diseguaglianza di genere e stereotipi oramai da troppo tempo presenti e perpetrati. Alcuni esempi sui quali si potrebbe già agire per un graduale cambiamento: avete mai osservato un negozio di giocattoli? Già sugli involucri delle scatole dei giochi assistiamo a delle forme discriminatorie, per cui sulle piccole cucine abbiamo spesso il volto di bambine; invece, sui super eroi abbiamo associazione prettamente maschile… altra considerazione viene dalle scuole materne/ elementari dove il grembiule o il fiocco su di esso è associato ad una suddivisione di genere (blu maschi e rosa femmine). Anche in quest’ultimo caso sarebbe più bello far scegliere liberamente il colore ai bambini/e in totale libertà secondo i loro gusti difronte alla moltitudine di colori. Sono piccoli passi lo so, ma una società civile si costruisce alla base. Altri aspetti rilevanti sono in ambito educativo genitoriale. Anche qui c’è molto su cui lavorare. È cruciale adottare un approccio globale e multisettoriale . Questo approccio deve: Garantire Tutela Universale: Assicurare che tutte le vittime di violenza domestica , indipendentemente dal loro genere, ricevano sostegno, protezione e che l'autore di reato sia perseguito e seguito, cercando di capire da dove derivi la spirale di violenza e sostenerlo a livello psicologico/comportamentale; Contrastare la Cultura della Violenza: Agire sui fattori culturali e sociali che rendono la violenza accettabile in qualsiasi forma, che sia basata sul dominio maschile (violenza di genere) o su dinamiche abusive all'interno della coppia (violenza bidirezionale o femminile su uomo). L'obiettivo ultimo è disarticolare le dinamiche di potere, controllo e sopraffazione che sono alla base di ogni forma di abuso, riconoscendo che il dolore e il danno inferti da un atto violento non hanno genere . Infatti tutti i comportamenti violenti passano attraverso delle dinamiche di controllo, paura dell’abbandono e attaccamento. Soltanto operando secondo approcci multifattoriali che inizino a lavorare sul contesto sociale, culturale ed educativo si può attivare una fattiva e reale prevenzione. Perché non si può parlare di violenza quando essa si manifesta e rispondere in maniera emergenziale. Fonte: dott. Luca Mercuri Criminologo Forense Referente SQUAD
- Da Ostia a Vigevano la sicurezza urbana: tra emergenze quotidiane e prevenzione possibile
Negli ultimi giorni, le cronache ci restituiscono un quadro preoccupante della sicurezza urbana: un ragazzo accoltellato a Ostia per una lite banale, un altro ferito gravemente in un parcheggio universitario, e infine il drammatico episodio avvenuto all’ospedale di Vigevano, dove un uomo in stato di agitazione ha seminato il panico tra pazienti e personale sanitario. Tre episodi differenti per contesto e dinamica, ma accomunati da un denominatore comune: l’escalation della violenza improvvisa in spazi pubblici, dove la percezione di sicurezza si dissolve in pochi secondi. La sicurezza urbana vista con gli occhi della Security Quando si parla di sicurezza urbana, spesso si pensa soltanto al presidio delle forze dell’ordine. In realtà, dal punto di vista della Security, il tema è più ampio e complesso: riguarda la gestione del rischio comportamentale e ambientale nei luoghi di aggregazione. Le città moderne, infatti, si confrontano con nuove vulnerabilità: aree di transito prive di controllo costante, come parcheggi, stazioni e fermate dei mezzi pubblici; contesti giovanili dove la socialità è sempre più mediata dai social network, spesso generando tensioni e sfide virtuali che si trasformano in scontri reali; strutture sanitarie e scolastiche che, pur non essendo obiettivi “sensibili” in senso tradizionale, sono oggi esposte a episodi di violenza estemporanea. Dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione integrata Come professionista della Safety & Security, ritengo che la risposta non possa essere soltanto reattiva. Serve un approccio di prevenzione integrata, basato su tre pilastri: formazione, tecnologia e coordinamento. 1. Formazione comportamentale Educare il personale di servizio (addetti alla vigilanza, operatori sanitari, educatori, personale universitario) a riconoscere i segnali precoci di aggressività o alterazione comportamentale. Promuovere nei giovani una cultura della gestione del conflitto, attraverso progetti scolastici e universitari di educazione civica e sicurezza partecipata. 2. Tecnologia intelligente Rafforzare i sistemi di videosorveglianza integrata, con analisi predittiva dei comportamenti anomali (AI Behavioural Analysis). Implementare sistemi di allerta immediata per le forze dell’ordine e per il personale di sicurezza nei luoghi pubblici e sanitari. 3. Coordinamento operativo Favorire la cooperazione tra enti locali, scuole, università, forze dell’ordine e security privata, per un piano urbano condiviso di prevenzione e risposta rapida. Creare reti territoriali di “osservatori del rischio urbano”, capaci di monitorare le situazioni a potenziale degenerazione. Conclusioni Ogni atto di violenza urbana non è soltanto un episodio isolato, ma un segnale di vulnerabilità collettiva. Oggi più che mai, la sicurezza non può essere delegata solo alle istituzioni: è un valore condiviso, che richiede consapevolezza, preparazione e partecipazione di tutti. Come professionisti della Safety & Security abbiamo il dovere di trasformare la paura in prevenzione, e la cronaca in occasione di riflessione e miglioramento continuo del nostro sistema di protezione urbana. Danilo Bellardini Safety & Security Manager
- Il potere della comunicazione nella negoziazione operativa (di Lopez Barbara)
Leggi l'articolo in modo più stimolante in versione book La negoziazione è una forma di comunicazione che richiede competenze strategiche ben precise, utili nella gestione di un conflitto o nella gestione delle relazioni personali. Spesso le persone improvvisano, convinti che istinto, talento ed esperienza possano bastare, ma non è così. Per negoziare in modo efficace c’è bisogno di un metodo che può essere appreso ma non improvvisato. Il più delle volte le parti hanno interessi non coincidenti e solo attraverso la cooperazione si può raggiungere un accordo e creare una relazione di interdipendenza. Vi è la necessità di imparare a dialogare individuando interessi contrapposti in modo da poter effettuare uno scambio di risorse e generare un risultato vantaggioso per entrambe le parti e per definire lo spazio negoziale è necessario individuare il punto di resistenza di ognuno, ovvero lo spazio minimo di utilità che le parti vogliono ricavare dall’accordo; sotto il punto di resistenza l’accordo non è conveniente, sopra il punto di resistenza sono possibili più soluzioni con diversi gradi di utilità. È importante acquisire tutte le informazioni disponibili rispetto alla controparte negoziale e cercare delle alternative; infatti, proprio l’assenza di valide alternative indebolisce il potere negoziale. Sotto un profilo strettamente operativo la negoziazione è finalizzata a salvare vite umane, pertanto è di fondamentale importanza concentrarsi sugli interessi reali e non sulle posizioni, poiché il problema principale riguarda i bisogni di ciascuna delle parti e non le posizioni contrapposte. Il termine OPERATIVO individua una situazione di crisi nella quale esistono variabili ad alto rischio che di volta in volta devono essere individuate per contrastare uno stato d’animo altamente emotivo e capire se c’è uno spazio di trattativa nel quale il negoziatore addestrato può inserirsi. Tutto il negoziato si basa sulla comunicazione fra due parti che hanno la volontà di raggiungere un risultato comune; il problema sorge quando il negoziatore è più proiettato a sostenere lo scontro con il suo interlocutore, cercando una vittoria immediata che non produrrà effetti duraturi. Questo perché il “tempo” è una componente essenziale, se si ha il bisogno di risolvere il problema in tempi brevi si ridurrà l’autorità negoziale; sappiamo bene che una corretta gestione del tempo implica un dialogo costruttivo ed ordinato e il tempo costituisce una variabile strategica nella gestione di una trattativa e la capacità di pianificare con cura le modalità con cui gestire i rapporti può costituire la premessa per il successo nella contrattazione. Tutto questo finisce per giocare un ruolo fondamentale nella capacità di persuasione del negoziatore, poiché è bene sottolineare che se in una trattativa comune il margine d’errore può comprendere spazi di tolleranza, nel negoziato operativo il margine d’errore deve essere nullo o minimo perché sono in gioco le vite degli ostaggi, ma per quanto il coinvolgimento emotivo giochi un ruolo rilevante sull’andamento del negoziato, trattare per qualcosa che non ci coinvolge direttamente ci consente una maggiore capacità di azione. Sono diverse le figure che solitamente intervengono per portare avanti le trattative: un negoziatore principale, uno secondario, un team leader e un coordinatore, ma il compito più arduo spetta al negoziatore principale. Per lui si tratta di dare inizio ad una delicata partita fatta di mosse e contromosse, giocata quasi sempre sul filo delle proprie abilità comunicative, in modo da poter bilanciare negazioni e concessioni. Di fatto, il negoziatore è un comunicatore, senza la comunicazione non può esserci negoziazione e l’uso di uno stile comunicativo differenziato servirà ad incoraggiare la collaborazione dell’interlocutore e a rimanere aperto nella conversazione, questo perché anche se comunicare ci sembra la cosa più naturale al mondo, ha le sue regole. Quando si interagisce qualsiasi comportamento diventa comunicazione in quanto portatore di un messaggio, compresi i silenzi. Comunicare non è il semplice invio di un messaggio, ma comprende l’elaborazione di esso e la tattica di base è l’ascolto, in virtù del fatto che prima di cercare di risolvere un problema bisogna capire qual è il problema e il modo migliore per farlo è ascoltare; ascoltando si raccolgono numerose informazioni al fine di identificare ed eliminare la minaccia rappresentata dal soggetto, perché di fatto conoscere le tecniche comunicative serve per evitare di esserne vittima. Attraverso l’ascolto si crea un dialogo che serve a creare empatia e questo consentirà di iniziare una trattativa il più possibile efficace per identificare il problema, trovare una soluzione, misurare il rischio e sviluppare strategie per gestirlo, attraverso un processo decisionale cognitivo ed emozionale che sia in grado di determinare la selezione di una linea d’azione tra diverse alternative e produrre una scelta finale. L’80% del successo di una negoziazione dipende dalla sua pianificazione sapendo già che alla fine non deve esserci un unico vincitore perché tutte le parti in causa devono lasciare il tavolo delle trattative con la convinzione di aver conseguito un risultato positivo e perché ciò accada servono molteplici strategie per permettere al negoziatore una certa flessibilità sulla negoziazione, ma prendere decisioni richiede una valutazione complessiva e spesso decidere significa ragionare in condizioni di incertezza, per questa ragione il negoziatore deve essere una persona diversa da chi ha il potere decisionale per consentire un raggio d’azione più ampio e ridurre la distanza tra le parti creando una connessione. È ormai consolidato che la relazione tra le parti in gioco nel corso di una negoziazione segue regole non casuali ma evidenzia sempre una sequenza costruita dall’interazione dei soggetti che negoziano e dalle rispettive influenze, pertanto il negoziatore addestrato può incidere pesantemente su tali dinamiche e quindi sull’esito dell’evento e capire come comunicare e soprattutto quanto comunicare può fare la differenza, perché l’eccesso di comunicazione spesso deriva dal non avere ben chiaro cosa comunicare o di non conoscere la finalità dell’informazione che si sta trasmettendo. Tuttavia, la precarietà degli equilibri, l’insieme delle variabili e il dinamismo nello scambio delle informazioni esige che al tavolo del negoziato non siano coinvolti esclusivamente l’intuito e l’esperienza, ma occorre preparazione e studio della strategia da attuare, proprio perché nelle situazioni di crisi una delle variabili più delicate è rappresentata dagli ostaggi e sul piano delle trattative un ostaggio non sarà mai uguale ad un altro. Pur sapendo che la negoziazione presuppone un percorso di formazione specifico, indispensabile per capire la portata dello strumento e la sua capacità adattiva ai diversi contesti, rimane un processo complicato e incerto e riuscire ad identificare eventuali aperture spostando il focus attentivo è una buona strada di apertura al dialogo. In realtà nessuna delle parti si fida dell’altra, ma entrambe devono credere nella mediazione che stanno realizzando e solo attraverso un flusso costante di informazioni è possibile ottenere una corretta percezione e questo può essere raggiunto solo con un processo aperto di comunicazione per non generare una percezione distorta di ciò che realmente può accadere che rischierebbe di far regredire il quadro d’insieme. Un evento segnato da una presa di ostaggi è una delle circostanze di crisi più contorte che un negoziatore possa affrontare perché è molto difficile prevedere lo sviluppo futuro e le strategie di negoziazione devono attingere a molte discipline per spiegare la complessità del processo, soprattutto in considerazione del fatto che valutare l’efficacia di una negoziazione è sempre difficile perché in fondo si negozia per vincere e per farlo serve identificare un chiaro obiettivo d’ingresso e un perfetto punto d’uscita. dott.ssa Lopez Barbara Criminologa e Analista Intelligence Referente SQUAD
- Il connubio tra control room, applicativi informatici e sistemi di spegnimento incendio nelle infrastrutture critiche e negli ospedali (di Bellardini Danilo)
Il connubio tra control room, applicativi informatici e sistemi di spegnimento incendio nelle infrastrutture critiche e negli ospedali Negli ultimi anni l’evoluzione tecnologica ha trasformato profondamente il modo in cui progettiamo, gestiamo e difendiamo le infrastrutture critiche: dalle centrali energetiche ai data center, fino agli ospedali. L’integrazione tra control room (sale di controllo), sistemi di supervisione SCADA/BMS e le soluzioni di spegnimento incendio gestite da applicativi informatici offre opportunità importanti di prevenzione e risposta rapida, ma introduce anche nuovi rischi — tecnici, umani e cyber — che richiedono un approccio multidisciplinare, rigoroso e proattivo. Perché integrare control room e sistemi di spegnimento? La centralizzazione delle informazioni in una control room permette di correlare eventi provenienti da rilevatori incendio, sistemi HVAC, sensori di fumo/termici, metri di flusso gas e telecamere termiche, e di attivare in modo mirato agenti estinguenti (schiume, gas inerti o sistemi ad acqua a zone). Questa integrazione riduce i tempi di identificazione e intervento, minimizza danni collaterali (es. spegnimento localizzato in una sala server) e migliora la governance degli scenari di emergenza. Studi recenti e linee guida tecniche indicano l’efficacia di soluzioni che combinano detection avanzata (es. VESDA, imaging termico) con soppressione selettiva e logiche decisionali automatizzate. I rischi rilevanti — esempi concreti e lezioni apprese Gli ospedali sono ambienti particolarmente critici: la presenza di alimentazione elettrica continua, apparecchiature medicali, bombole/linee di ossigeno e pazienti non evacuabili rapidamente rende le conseguenze di un incendio potenzialmente catastrofiche. La letteratura e le cronache mostrano che le cause ricorrenti includono guasti elettrici e problemi legati all’ossigeno medicale; le analisi raccomandano gestione della strumentazione, layout dei reparti e sistemi di spegnimento adeguati. Un caso emblematico che ha richiamato l’attenzione internazionale è l’incendio del reparto COVID-19 dell’ospedale di Piatra Neamț (Romania, 14 novembre 2020), dove un rapido sviluppo dell’incendio in reparto con pazienti ventilati ha causato vittime e ha evidenziato carenze gestionali e infrastrutturali; la vicenda ha sottolineato quanto siano cruciali manutenzione, procedure e monitoraggio continuo per le strutture sanitarie. Anche le infrastrutture energetiche e i centri dati mostrano che l’evoluzione tecnologica porta nuove fragilità: incendi legati a sistemi di accumulo energetico (BESS) o a UPS non correttamente gestiti possono propagarsi rapidamente e impattare reti critiche e capacità operative. Rapporti del settore sottolineano l’importanza di sistemi di rilevazione avanzata e di agenti soppressori che minimizzino danni a infrastrutture IT sensibili. Infine, in scenari di conflitto o attacco mirato, la compromissione di sale di controllo o centri di crisi può degradare la capacità di comando e controllo. Notizie recenti su danni a centri di crisi esterni di impianti nucleari e altre infrastrutture mostrano la necessità di resilienza fisica e digitale alle control room stesse. I principali punti di attenzione tecnico-operativi 1. Ridondanza e separazione dei percorsi di attivazione: le logiche di attivazione automatica della soppressione devono avere percorsi ridondanti — sia per i segnali sia per l’alimentazione — e modalità manuali di intervento locale e remoto. 2. Fail-safe e prevenzione degli attivatori accidentali: l’uso di logiche a più livelli (es. conferma da sensori multipli, validazione operatori in control room) riduce attivazioni ingiustificate che possono provocare danni (es. gas inerti in presenza di persone). 3. Manutenzione e testing certificato: i sistemi di rilevazione e di spegnimento devono essere oggetto di test periodici, reportabili e tracciati in CMMS; in ospedale, i test devono prevedere protocolli che tutelino i pazienti. 4. Cybersecurity: applicativi che comandano sistemi di spegnimento e BMS rappresentano un vettore d’attacco potenziale — hardening, segmentazione di rete OT/IT, autenticazione forte, logging immutabile e monitoraggio in real time sono obbligatori. 5. Simulazione e addestramento congiunto: esercitazioni tra manutentori, personale clinico, squadra antincendio e operatori control room migliorano tempi decisionali e coordinamento operativo. 6. Approccio human-centered: la tecnologia non sostituisce il giudizio umano; interfacce chiare, allarmi priorizzati e procedure di escalation ben rodate sono essenziali. Proposte pratiche e governance Audit integrato: verifiche congiunte tra safety (antincendio), security (protezione fisica e cyber) e continuità operativa per mappare rischi e dipendenze critiche. Policy di change management per applicativi di spegnimento: ogni modifica software/hardware che impatta logiche di spegnimento deve passare per assessment di rischio, test in ambiente controllato e approvazione formale. Investimenti mirati: non è sufficiente installare “più tecnologia”; servono soluzioni adeguate al contesto (es. gas inerti per sale server, sprinkler zonali per aree mediche, sistemi a rilevazione precoce VESDA nei corridoi tecnici). In conclusione — integrazione responsabile per infrastrutture resilienti Il vero valore dell’integrazione tra control room e sistemi di spegnimento informatizzati non sta solo nella tecnologia, ma nella capacità dell’organizzazione di governarla: progettazione attenta, manutenzione rigorosa, sicurezza informatica, formazione continua e legislazione applicabile. Le cronache (dai reparti ospedalieri ai data center) ci ricordano che l’inerzia o la superficialità nelle pratiche di gestione possono avere conseguenze drammatiche; al contrario, una strategia olistica e basata su evidenze tecniche aumenta significativamente la resilienza delle infrastrutture critiche. BELLARDINI DANILO Safety & Security manager
- Soccorritori e scena del crimine. (di Riccardo Mambrini)
Argomento forse poco trattato con pochi riferimenti dottrinali, meriterebbe una maggior considerazione da parte dei professionisti del settore, a prima vista scene del crimine e soccorritori potrebbero sembrare due mondi antistanti; invece, il volontario soccorritore è in stretta relazione con la scena del crimine, basti pensare che in Italia nel 2024 sono stati denunciati 2.388.716 reati di cui 314 omicidi volontari. In quanti di questi reati sono intervenuti i volontari per prestare soccorso ala vittima? In quanti sapevano che stavano approcciando una scena di un crimine? In quanti hanno prestato attenzione a non inquinarla? Le risposte sono semplici, moltissimi volontari del soccorso approcciano le scene del crimine e pochi o nessuno hanno sufficienti conoscenze o preparazione per approcciarle adeguatamente. Consideriamo che, soprattutto nelle piccole realtà, il volontario soccorritore è sovente la prima risposta ad intervenire sulla scena di un crimine, questo accade poiché nella fase di allertamento del NUE (112) o del 118 , molto spesso la chiamata arriva dal privato cittadino, il quale non può che fornire informazioni basilari e/o sommarie riguardo l’emergenza, pensiamo al vicino che sente le urla nell’appartamento a fianco, un automobilista che trova lungo la via un incidente, un passante che camminando per strada trova una persona accasciata a terra, si potrebbero menzionare centinaia di casistiche, ed ecco quindi che, con le poche informazioni a disposizione, dopo la fase di allertamento, le centrali operative competenti invieranno i mezzi di emergenza (ambulanza, vigili del fuoco, forze dell’ordine etc.) sul luogo, il quale potrebbe coincidere con la scena di un crimine; grazie alla loro capillarità sul territorio nazionale, i volontari del soccorso sono spesso la prima unità ad approcciare tali scene, soprattutto nei piccoli centri urbani o nelle zone scarsamente popolate, sono anche però, l’unità che ha meno o nessuna formazione e/o informazione riguardo a questo argomento; da molti anni ormai svolgo con passione il ruolo di volontario di primo soccorso e, ho potuto constatare in prima persona enormi lacune rispetto all’approccio del volontario soccorritore alla scena del crimine; immaginate un volontario che entra in una casa dove è stato commesso un omicidio, deve accertarsi necessariamente dello stato della vittima, calpesterà eventuali macchie di sangue, sposterà mobili, oggetti, pur di avere sufficiente spazio ad operare, potrebbe lasciare tracce come capelli, impronte etc. Ogni investigatore, criminologo, scienziato forense o professionista del settore, sa che, evitare l’inquinamento delle scene del crimine, evitare l’inquinamento delle fonti di prova è essenziale per una riuscita tempestiva, efficace ed ottimale delle indagini. Le esigenze tecnico operative di un soccorso rendono impossibile per un soccorritore che approccia una scena del crimine evitare di inquinarla totalmente, bisogna necessariamente accedere ai luoghi, avvicinarsi alla vittima, constatarne lo stato, attuare i protocolli del soccorso, tutte azione che portano sicuramente a lasciare tracce del nostro passaggio; cosa può fare allora il soccorritore? Può, con le giuste nozioni, e con la giusta attrezzatura, adottare delle precauzioni per favorire gli investigatori nel processo di indagine, senza necessariamente togliere tempo al soccorso pratico, evitando contaminazioni inutili che porterebbero solamente ad un dilungamento nei processi selettivi delle fonti di prova. Fonte: Criminologo dott. Mambrini Riccardo
- Il ruolo degli steward negli stadi italiani (del Senior Security Manager Petralito Giuseppe)
1. La normativa La figura degli steward è stata introdotta in Italia per la prima volta con il Decreto legge n°8 dell'8/02/2007, poi convertito nella Legge del 4/04/2007 n.41, come specifica misura di contrasto ai disordini negli stadi. Il Decreto venne firmato sei mesi dopo la morte dell’Ispettore capo della Polizia, Filippo Raciti (lo scrivente ha avuto l’onore e la fortuna di svolgere e dirigere numerosi servizi di ordine pubblico insieme all’Ispettore Raciti, apprezzandone sempre la professionalità e lo spiccato senso di appartenenza allo Stato che lo contraddistingueva) avvenuta a margine del derby siciliano tra le squadre di Catania e Palermo nel corso degli scontri tra le forze dell’ordine e gli ultrà catanesi. Gli steward sono le prime persone che accolgono i tifosi negli stadi e assicurano, sotto il diretto controllo delle forze dell’ordine, l’attività di prefiltraggio, filtraggio e instradamento dei supporters. La normativa italiana che disciplina la figura e il servizio degli steward negli impianti sportivi è principalmente il Decreto del Ministero dell’Interno del 13 agosto 2019, che ha modificato il Decreto dell’8 agosto 2007, stabilendo requisiti, organizzazione e mansioni per gli steward in competizioni calcistiche, professioniste e dilettantistiche in impianti cin capienza superiori ai 7.500,00 posti. Tale figura è disciplinata sia a livello nazionale che internazionale con i regolamenti delle Federazioni (come la FiFA) che forniscono ulteriori linee guida e standard per lo svolgimento dell’attività in questione. 2. I requisiti richiesti Gli steward debbono possedere requisiti fisici e psicoattitudinali specifici, oltre ad avere una formazione adeguata in materia di sicurezza, gestione delle emergenze e accoglienza del pubblico. 3. La formazione Per diventare steward è’ obbligatorio seguire corsi di formazione specifici, al termine dei quali si ottiene un tesserino professionale valido da rinnovare annualmente. 4. Mansioni Le funzioni degli steward includono la sorveglianza, la gestione dell’afflusso e del deflusso del pubblico, la prevenzione e la gestione di eventuali criticità nonché il mantenimento dell’ordine all’interno dello stadio. E’ importante sottolineare al riguardo che il servizio di stewarding è spesso inserito in un contesto più ampio di organizzazione della sicurezza e richiede la collaborazione di diverse figure professionali, come le forze dell’ordine. fonte: Senior Security Manager UNI 10459:2017 dott. Petralito Giuseppe
- La capacità preventiva dell’intelligence come strumento di contrasto al crimine (di Barbara Lopez)
la capacità preventiva dell’intelligence come strumento di contrasto al crimine È indubbio che di fronte ad una società in continua evoluzione risulti utile fornire soluzioni concrete alle diverse forme di criminalità che si manifestano. Ciò evidenzia come la gravità del problema non sia da sottovalutare, come sia necessario applicare delle precise politiche di sicurezza, organizzate sia nei mezzi che nelle scelte operative. L’analisi criminale si caratterizza proprio per il suo approccio concreto e proattivo, il suo obiettivo è quello di ridurre i reati e la vittimizzazione includendo ogni possibile disciplina utile a ridurre la criminalità. Le sue ricerche devono essere solide da un punto di vista metodologico, utili ad individuare il modus operandi del crimine e trovare percorsi alternativi che possano interrompere la sua evoluzione. Si richiede un cambiamento di strategia non più finalizzato ad inseguire i criminali ma a prevenire le loro azioni costruendo ipotesi di intervento in grado di dare soluzioni ai problemi e valutare gli effetti futuri. L’attività preventiva prevede la rilevazione dei problemi legati alla criminalità analizzando il problema in profondità per poi poter rispondere e valutare i risultati dell’intervento. L’efficacia delle tattiche tradizionali è stata spesso messa in discussione visti gli scarsi risultati raggiunti sui livelli di criminalità e anche l’attività investigativa produce maggiori risultati se il caso presenta molti indizi, ma la maggior parte dei casi non rientra in questa categoria. Bisogna fare una valutazione reale dei crimini, valutare l’impatto degli interventi e, se non hanno funzionato, capire perché. Ogni crimine richiede un diverso livello di organizzazione e di conoscenza, per questo bisogna imparare a destrutturare i crimini e intervenire in profondità, portando alla luce lati oscuri che possono sembrare invisibili; questo aumenta le probabilità di riuscita e favorisce un uso efficace delle risorse che abbiamo a disposizione. Se focalizziamo l’attenzione sulle varie teorie criminologiche, usate per affrontare i problemi della criminalità, ci rendiamo conto che spesso sono di poco aiuto nella realtà, questo perché la criminologia in sé trova le cause del crimine in fattori distanti, come i problemi psicologici o sociologici che possono essere utili solo in una prima fase di studio, ma nella pratica quotidiana di contrasto al crimine non portano ai risultati sperati. Per avere risultati concreti bisogna analizzare gli eventi criminali studiando la correlazione con il contesto che ha favorito la commissione del reato, partendo da quello che viene definito Il triangolo della criminalità: Autore, Bersaglio e Luogo del reato . Pertanto l’analisi deve avere una prospettiva triangolare per evitare che l’autore commetta nuovi reati, per ridurre le probabilità di diventare un bersaglio e per capire come gestire i luoghi in cui accade il problema, per far sì che il luogo sia un alleato del bersaglio e non un nemico. Il bersaglio e il luogo possono diventare un’opportunità per l’autore del reato e quindi una causa della criminalità. Anche un reato semplice richiede la commissione di una serie di decisioni e di azioni in sequenza e studiare la sequenza aiuta a scoprire i possibili interventi. Tutti gli strumenti di prevenzione adottati per ridurre la criminalità hanno l’obiettivo di modificare la percezione che l’autore ha sulle opportunità date dal reato, se modifichiamo la loro percezione riusciamo ad influenzare i loro comportamenti, ma per proteggere il bersaglio non dobbiamo sottovalutare l’autore che potrebbe attivare dei meccanismi di difesa inaspettati, modificando il suo comportamento in risposta alle misure di prevenzione e individuando nuovi punti di vulnerabilità. Numerose ricerche condotte hanno dimostrato come il crimine riesca ad adattarsi e ad attuare una delocalizzazione tattica, geografica o temporale, cambiando il bersaglio, cambiando strategia, luogo o tempi, ma rimane comunque un problema non risolto. Ogni tipo di crimine rappresenta un problema diverso ma tutti uniti da un filo conduttore e con un’analisi approfondita possiamo rilevare gli autori che vanno maggiormente attenzionati, i luoghi che richiedono più interventi di altri e i bersagli che hanno bisogno di maggior tutela. Non bisogna confondere la stima dei reati con il tasso di criminalità. Bastano pochi individui per causare molti problemi e capire gli scopi di chi delinque può aiutare a sviluppare strategie di prevenzione efficaci, questo consente di essere un passo avanti e camminare più velocemente del comportamento criminale. Un’analisi criminale specifica offre la possibilità di fornire una caratterizzazione al tipo di crimine fornendoci un quadro chiaro del tipo di reato compiuto e consentendoci una dettagliata ricostruzione del fatto: le persone coinvolte, la sequenza degli eventi e soprattutto il vantaggio che l’autore ricava da un determinato reato, vantaggio che in alcuni casi può essere ovvio ma in altri può fare emergere nuovi spunti investigativi. È importante giocare sugli effetti anticipatori della prevenzione, utili per sviare sui tempi e sui modi dell’intervento, attivando parti del programma di prevenzione prima dell’inizio ufficiale dell’intervento, è quello che viene definito effetto implementazione latente . L’intervento di contrasto al crimine non è mai di facile applicazione proprio a causa della multidimensionalità del crimine stesso, ma partire da un processo base non è mai un errore. Gli stadi del processo prevedono delle fasi che si rivelano sempre molto utili per stabilire un punto di partenza: Scanning (rilevazione): qual è la natura del problema? Analysis (analisi): cosa causa il problema? Response (risposta): cosa si dovrebbe fare per ridurre il problema? Assessment (valutazione): l’intervento ha provocato una riduzione del problema? Si parte sempre da domande generali per poi arrivare a quelle più specifiche nel corso delle indagini. L’esame degli elementi informativi, acquisiti durante le indagini, permette di ricostruire la dinamica degli eventi, l’ambito in cui si sono svolti e le eventuali relazioni con soggetti terzi; l’utilità di questi elementi non è finalizzata solo all’analisi del fenomeno ma risulta essenziale anche per adeguare i successivi interventi operativi. L’intelligence investigativa fornisce un contributo fondamentale all’interno dell’analisi criminale poiché consente di raccogliere notizie, dati, ma anche di valutare, analizzare ed interpretare le informazioni ottenute e rappresenta la migliore strategia preventiva per ridurre gli effetti dei potenziali rischi e delle possibili minacce. Individuare correttamente i fattori di rischio e gestire le conseguenti azioni di mitigazione non è un’operazione semplice. Non basta raccogliere le informazioni, è necessario saper leggere tra le righe e andare oltre: questo è il cuore dell’attività investigativa dell’intelligence. L’intelligence è utile solo se affidabile e tempestiva e il suo scopo è l’utilità del suo prodotto, quindi l’utilità delle sue informazioni. Si caratterizza per la sua capacità preventiva, non si basa sugli indizi che sono qualcosa di valutabile solo a seguito di un evento, ma si basa sugli indicatori, cioè su quei segnali da individuare ed interpretare prima che l’evento si verifichi. Tuttavia, si tende sempre a considerare la mente criminale come un fenomeno irrazionale e questo porta ad una valutazione di scarso utilizzo ai fini attuativi delle politiche di sicurezza. Molti dei comportamenti illeciti messi in atto sono frutto di una pianificazione intenzionale con finalità molto chiare nella mente di chi le compie. Oggi, le nuove forme di minacce esigono nuove capacità di risposta e le esigenze investigative emergenti richiedono un ampliamento, sia in termini quantitativi che qualitativi del prodotto intelligence. Queste nuove forme non sono più statiche, quindi con un rischio costante nel tempo, ma dinamiche e multidimensionali e questo richiede una valutazione evolutiva dei fattori per consentire elaborazioni strategiche che possano aiutare a comprendere le logiche e le finalità, in un’ottica di prevenzione ad ampio raggio, attraverso una vigilanza attiva e collaborativa in grado di mettere in campo strumenti di contrasto appropriati. di: dott.ssa Lopez Barbara Criminologa e Analista Intelligence Referente SQUAD
- Forze di Sicurezza e Corpi dello Stato nel mirino, la lotta contro Euskadi Ta Askatasuna-ETA. (di Angelini Rita)
Per oltre cinquant’anni l’organizzazione armata Euskadi Ta Askatasuna (ETA) ha incarnato una delle prove più dure e laceranti per lo Stato spagnolo e per l’intero tessuto della sua società civile. La violenza politica legata all’indipendentismo basco non ha prodotto soltanto lutti e devastazioni, ha generato fratture insanabili nel Paese. In particolare, le forze dell’ordine spagnole, Guardia Civil e Policia Nacional, hanno pagato un prezzo altissimo , diventando il bersaglio prescelto di una campagna di terrore sistematica, fondata sulla violenza letale, la negazione dell’umanità dell’avversario, l’annientamento morale. 1. Radici ideologiche: dal nazionalismo etnico al progetto rivoluzionario. Il pensiero che ispirò l’ideologia del gruppo venne associato a un'espressione in lingua basca: ezker abertzalea, ovvero “sinistra patriottica”. Il termine, nato dall’unione delle parole aberri (patria) e -zale (che ama), divenne l’etichetta di un movimento che fondeva indipendentismo, identità culturale e socialismo rivoluzionario. Nel 1958 dagli ambienti studenteschi baschi si affermò una deriva intransigente, il fenomeno prese corpo in Euskadi Ta Askatasuna (“Paese Basco e Libertà”), meglio conosciuta come ETA, collocandosi fin da subito come alternativa estrema contrapposta al nazionalismo moderato, scegliendo la via della violenza politica organizzata. Il pensiero di Sabino Arana, fondatore del Partito Nazionalista Basco (PNV) nel 1895, trasmise un impianto identitario rigido, fondato sull’idea di purezza etnica e sulla salvaguardia assoluta di lingua, religione e costumi del popolo basco. Con Federico Krutwig ( Vasconia ) l’asse si spostò ponendo al centro del progetto non più la superiorità etnica, ma la lingua basca come simbolo di resistenza culturale, e l’uso della violenza come strumento necessario per raggiungere l’indipendenza . La repressione franchista contribuì ad alimentare la narrativa di opposizione antiautoritaria e a creare un’aura di legittimazione in settori internazionali di sinistra. Nonostante la Costituzione del 1978 e lo Statuto d’Autonomia, ETA bollò le riforme come insufficienti e incrementò le proprie attività nell’ambito della lotta armata. Obiettivi statali come le forze dell’ordine, i magistrati, i politici affiancati a obiettivi “funzionali” incarnati da imprenditori, giornalisti e civili, vennero progressivamente inclusi in una strategia di pressione: omicidi, attentati, sequestri e campagne di intimidazione erano finalizzati a generare terrore, a spersonalizzare l’avversario e a delegittimare l’autorità statale. 2.Disumanizzazione come strumento operativo. Come in molte esperienze terroristiche del Novecento, la de-umanizzazione è stata funzionale all’abbattimento dei freni morali interni e alla mobilitazione dei simpatizzanti. Nel caso ETA, la designazione in euskera “txakurrak”, che significa “cani”, utilizzata per identificare la Guardia Civil mostra la trasformazione in una caricatura animale dell’obiettivo, un passo simbolico che rendeva accettabile, persino “giustificabile”, la sua eliminazione. La propaganda del gruppo utilizzò questa rappresentazione non solo riferendosi a loro come strumenti repressivi dello Stato spagnolo, ma anche come simboli dell’occupazione e della negazione dell’identità basca. Per ETA, l’effetto ricercato fu duplice: minare la stabilità dello Stato per ottenerne la delegittimazione e corrodere la fiducia sociale nelle istituzioni di protezione. 3. Impatto psicosociale sugli operatori: la “Sindrome del Norte”. Tra la metà degli anni ’80 e i primi anni 2000 emerse nella produzione clinica e sociologica il concetto di “ Sindrome del Norte ”, inteso come l’insieme di disturbi psicologici osservati tra gli agenti di polizia e della Guardia Civil destinati nei Paesi Baschi e in Navarra negli anni più bui della violenza. Il profilo sintomatologico attribuibile al Post-Traumatic Stress Disorder ( PTSD ) si materializzava in ansia, ipervigilanza cronica, insonnia, depressione, irritabilità, ricadute familiari, una condizione coerente con il trauma da minaccia protratta più che con un singolo evento. Nonostante l’ampia casistica, la sindrome non ricevette riconoscimento ufficiale (sul modello DSM -5 per il PTSD), con effetti negativi su tutele, indennizzi e protocolli di presa in carico sanitaria e amministrativa. L’isolamento sociale dei nuclei familiari in contesti ostili e la ritualità “silenziosa” di funerali e commemorazioni aggravarono il danno morale. Il caso di Julián Carmona Fernández (1982), giovane suicida dopo un’imboscata costata la vita a quattro colleghi, raffigura la pressione cumulativa tra minaccia continua, senso di impotenza e trauma profondo. 4. Risposta statale: specializzazione, cooperazione, criticità. Dalla fine degli anni ’70 la Guardia Civil avviò una specializzazione operativa nei territori rurali e montuosi più esposti, con la creazione di unità a indirizzo speciale, l’Unidad Especial de Intervención (UEI), l’Unidad Antiterrorista Rural (UAR) e l’evoluzione nel Grupo de Acción Rápida (GAR). Lo sviluppo mirava a fornire una struttura autonoma dotata di elevata mobilità, addestramento specifico al contrasto in ambiente ostile, dotazioni logistiche e mezzi moderni (veicoli leggeri, NVG, comunicazioni cifrate). Sul versante urbano nel 1978 la Policía Nacional istituì il Grupo Especial de Operaciones (GEO) , una forza selezionata per sequestri, attentati, dirottamenti e arresti ad alto rischio, con training pluriennale. Tale unità si integra nella rete ATLAS europea e rappresenta attualmente un punto di riferimento a livello internazionale. Questa doppia filiera (rurale/urbana) ha accresciuto la professionalizzazione e l’efficacia tattica, sostenuta dalla crescente cooperazione giudiziaria e di polizia con la Francia. In controluce, il capitolo GAL (la cosidetta “ guerra sucia ” contro rifugiati etarras in Francia) ha prodotto danni reputazionali allo Stato e contaminazioni di legalità, mettendo in chiaro quanto fosse fragile la linea che separa l’efficacia operativa dal rispetto dello Stato di diritto, e quanto quest’ultimo resti un pilastro irrinunciabile anche contro minacce estreme. 5. La svolta del 1997: Miguel Ángel Blanco e il moto collettivo di Ermua. Nel luglio del 1997 il sequestro e l’omicidio di Miguel Ángel Blanco , consigliere del Partido Popular di Ermua, scatenarono una mobilitazione senza precedenti. Le “ manos blancas ” squarciarono il muro di paura e contribuirono a isolare ETA persino dentro le aree tradizionalmente più vicine alla sua causa. Lo “spirito di Ermua” fu un movimento civile che segnò la fine dell’ambiguità sociale verso la violenza e aprì una fase di pressione operativa e giudiziaria su tutta la “galassia etarra”, fino all’annuncio della cessazione definitiva (2011) e allo scioglimento (2018). La legittimazione sociale rappresentò uno dei punti chiave della parabola di ETA, unito alla risposta operativa e alla collaborazione francese. Conclusioni. Il caso ETA dimostra che la stabilità democratica non si fonda solo sull’efficacia delle risposte, ma sulla percezione di legittimità che la sostiene. L’assassinio di Miguel Ángel Blanco, con la risposta popolare che ne seguì, rappresentò un momento di svolta nella coscienza collettiva: lo “spirito di Ermua” segnò il passaggio da una fase di silenzio e paura a una presa di posizione civica esplicita contro il terrorismo. La fine dell’organizzazione armata non ha coinciso con la chiusura del dibattito nel contesto spagnolo. Il caso ETA sul fronte della sicurezza pone una questione cruciale: il ruolo fondamentale che le forze dell’ordine occupano all’interno di una democrazia matura. Guardia Civil, Policia Nacional, forze armate e altri operatori, sono state in prima linea in un conflitto asimmetrico, in cui il nemico non era solo ideologico, ma esistenziale. Attraverso le strategie di incitamento all’odio, la scelta mirata delle vittime e il controllo capillare nei territori d’influenza, ETA trasformò il terrorismo in un’arma di coercizione psicologica prima ancora che militare. Garantire la sicurezza alla cittadinanza non può prescindere dalla tutela della dignità, del benessere e della salute psicofisica degli operatori che questa sicurezza devono assicurarla quotidianamente. La prevenzione del disagio psichico, la protezione contro la stigmatizzazione e l’adeguato riconoscimento giuridico e sociale delle condizioni di rischio rappresentano indici fondamentali di uno Stato sano. In questo senso, il sostegno istituzionale alle forze dell’ordine non è solo una questione amministrativa o sindacale, ma un parametro della qualità democratica: uno Stato che sa prendersi cura di chi lo serve è uno Stato che costruisce sicurezza attraverso la legittimità, il rispetto e la fiducia. La memoria del terrorismo, la valorizzazione delle vittime, la promozione della resilienza collettiva e l’impegno per la verità e la giustizia restano oggi i cardini fondamentali per scongiurare ogni ritorno della violenza come strumento politico e per creare generazioni consapevoli del ruolo centrico del cittadino nella lotta all’illegalità e al terrorismo. Solo una società capace di ricordare e riconoscere può davvero dirsi libera. fonte: Geopolitica dott.ssa Angelini Rita












