Search this site
543 risultati trovati con una ricerca vuota
- Aeronautica militare: al 15° Stormo di Cervia il primo simulatore di volo per elicotteri HH-139
CERVIA (RAVENNA). Un nuovo e avanzato sistema di simulazione del volo entra a far parte delle capacità addestrative del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare. La cerimonia di inaugurazione si è svolta il 22 giugno all’Aeroporto di Cervia alla presenza del prefetto di Ravenna, Raffaele Ricciardi, autorità militari, rappresentanti dell’industria e personale del reparto. Il nuovo polo addestrativo comprende un simulatore Full Flight destinato ai piloti, una postazione Advanced mission console per gli operatori di sistema e un Virtual procedure trainer. Grazie all’architettura integrata e al collegamento “Interlink”, le diverse piattaforme possono interagire tra loro consentendo a piloti e operatori di addestrarsi simultaneamente come se fossero a bordo dello stesso elicottero durante una missione reale. A margine dell’evento, il comandante del 15° Stormo, colonnello Antonio Viola, ha evidenziato l’importanza del nuovo sistema per la crescita professionale degli equipaggi e per il mantenimento degli elevati standard operativi richiesti alle unità di ricerca e soccorso dell’Aeronautica Militare. «Questa infrastruttura rappresenta un investimento concreto sul nostro personale e sulle proprie competenze. Il simulatore ci permetterà di addestrare i nostri equipaggi in scenari sempre più complessi e realistici, incrementando sicurezza, efficacia operativa e capacità di risposta nelle missioni che svolgiamo quotidianamente a favore del Paese», ha dichiarato Viola. A sottolineare la valenza strategica dell’iniziativa è stato il generale Alessandro De Lorenzo, comandante delle Forze di mobilità e supporto che ha richiamato il ruolo di eccellenza svolto dall’Italia nel settore della formazione aeronautica. «L’Italia continua a essere un punto di riferimento nel panorama internazionale dell’addestramento al volo grazie alla professionalità del proprio personale e alla costante attenzione verso l’innovazione. Strutture come quella inaugurata oggi consentono di preparare equipaggi sempre più qualificati, mantenendo il nostro Paese ai vertici dell’eccellenza addestrativa e operativa», ha affermato il generale De Lorenzo. Nel corso della cerimonia è intervenuto anche Aurelio Cavallaro, Head of Italian MoD Helicopter Sales di Leonardo S.p.A., l’Azienda del comparto aerospazio, difesa e sicurezza che ha realizzato sia gli HH-139 dell’Aeronautica Militare, sia i nuovi sistemi di simulazione, che ha evidenziato il valore della collaborazione tra industria e Forza Armata nello sviluppo di sistemi avanzati di simulazione capaci di rispondere alle esigenze operative presenti e future. L’evento si è chiuso con il taglio del nastro e la benedizione della struttura impartita da don Marco Galanti, cappellano militare della base di Cervia, che ha rivolto un pensiero agli equipaggi impegnati quotidianamente nelle attività operative al servizio della collettività. Con questa nuova infrastruttura, il 15° Stormo rafforza ulteriormente la propria capacità di formare equipaggi altamente specializzati, pronti a operare negli scenari più complessi e l’entrata in servizio del nuovo sistema rappresenta un importante passo avanti nel processo di ammodernamento delle capacità addestrative del 15° Stormo, reparto che assicura, 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno, il servizio di ricerca e soccorso aereo nazionale, oltre a concorrere alle attività di pubblica utilità e supporto alla popolazione. Aeronautica militare: al 15° Stormo di Cervia il primo simulatore di volo per elicotteri HH-139 – Report Difesa
- La vigilanza privata a Cerea per il controllo del territorio
Il sindaco Franzoni vuole un comune più sicuro (g.d.) Il Comune di Cerea rafforza il presidio del territorio e rilancia le politiche per la sicurezza con l’attivazione di un nuovo servizio di vigilanza privata, destinato ad affiancare le attività già svolte dalla Polizia Locale. L’iniziativa punta a garantire una presenza costante nei luoghi più frequentati della città, con particolare attenzione al Parco del Menago e alle aree antistanti i principali centri commerciali. Il servizio sarà operativo soprattutto nelle ore serali e nelle fasce che precedono la chiusura degli esercizi commerciali, con l’obiettivo di aumentare la percezione di sicurezza e prevenire episodi di microcriminalità, comportamenti molesti e situazioni potenzialmente critiche segnalate dai cittadini e rilevate attraverso il monitoraggio del territorio. «La decisione nasce dalla volontà di garantire una presenza costante e visibile nei punti più frequentati della città», spiega il sindaco Marco Franzoni. «La sicurezza non è uno slogan, ma un diritto che va tutelato ogni giorno attraverso azioni concrete. Vogliamo che cittadini, famiglie e commercianti possano vivere i nostri spazi pubblici con serenità e fiducia». Il sindaco sottolinea inoltre come l’Amministrazione intenda rafforzare ulteriormente il controllo del territorio: «Chi rispetta le regole deve percepire la vicinanza delle istituzioni; chi invece pensa di poter creare disagio o insicurezza deve sapere che il controllo sarà sempre più attento e costante». La Polizia locale affiancata dalla vigilanza privata Soddisfazione anche da parte del comandante della Polizia Locale, Massimiliano Gianfriddo, che evidenzia il valore dell’investimento messo in campo dal Comune. «Il supporto del nuovo servizio di vigilanza consentirà di rafforzare il presidio del territorio, con l’obiettivo di prevenire le criticità prima che si trasformino in problemi e mantenere un rapporto costante con i cittadini. La presenza sul territorio resta uno degli strumenti più efficaci per contrastare fenomeni di degrado e aumentare il senso di sicurezza percepito dalla popolazione». L’intervento si inserisce in una più ampia strategia dell’Amministrazione comunale finalizzata a migliorare la qualità della vita e la vivibilità della città, attraverso azioni concrete di prevenzione e controllo. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere Cerea sempre più sicura e vicina alle esigenze dei cittadini, garantendo una presenza costante delle istituzioni nei luoghi di maggiore aggregazione e frequentazione. La vigilanza privata a Cerea per il controllo del territorio
- Agente della Polizia locale muore durante l’inseguimento di un’auto pirata a Milano. Indagini in corso per verificare se sia stato speronato
Il vigile urbano era partito in moto dietro a un’auto che aveva ignorato un posto di blocco a Ponte Lambro. Fatale una caduta. Caccia al conducente fuggito che era alla guida di un'Audi Q7, ritrovata martedì mattina a Pioltello Una corsa iniziata per fermare un’auto che non si era fermata all’alt e conclusa in tragedia. Un agente della Polizia locale di Milano, 39 anni, è morto nella serata di lunedì durante un inseguimento nella zona di Ponte Lambro, alla periferia est della città. Tutti i rilievi – sul luogo dell’incidente sono accorsi gli uomini della Polizia e dei Carabinieri – sono finalizzati a verificare se sia caduto nell’inseguimento, se a seguito di un contatto accidentale, o se sia stato speronato dal suv (un’Audi Q7) in fuga e che è stata ritrovata martedì mattina. Gli altri colleghi non hanno assistito al momento della caduta. Cosa è successo Erano circa le 21.30 quando un’automobile ha ignorato un posto di controllo predisposto dagli agenti. Il conducente ha proseguito la marcia senza fermarsi, inducendo uno dei poliziotti a mettersi sulle sue tracce. L’agente è partito in sella alla moto di servizio per tentare di raggiungere il veicolo in fuga, ma durante l’inseguimento avrebbe perso il controllo del mezzo, finendo violentemente sull’asfalto. L’impatto si è rivelato fatale. Nonostante i soccorsi, per Francesco Imprezzabile non c’è stato nulla da fare. La dinamica e i soccorsi L’inseguimento è scattato intorno alle 21.30 in via Milano, nella zona tra Peschiera Borromeo e Ponte Lambro, dopo che il suv non si è fermato all’alt. Sul posto sono giunti anche i soccorsi di Areu 118, le condizioni del poliziotto sono apparse subito disperate. Il paziente è stato trasferito al Niguarda, dove purtroppo è morto poco dopo La vicenda apre ora due fronti investigativi. Da un lato gli accertamenti sulla dinamica dell’incidente, per chiarire le circostanze che hanno portato alla caduta della moto; dall’altro la ricerca dell’automobilista che non si è fermato al controllo e che, dopo l’episodio, ha fatto perdere le proprie tracce. Come nei più classici casi di pirateria della strada. Nelle prossime ore saranno analizzate le immagini delle telecamere presenti nella zona e raccolte le testimonianze utili a ricostruire il percorso dell’auto in fuga. L’auto pirata è stata trovata abbandonata a Pioltello, comune dell’hinterland milanese non lontano dal luogo dell’incidente. Non è ancora stato ritracciato, invece, il conducente, tuttora ricercato dalle forze dell’ordine. “Un cuore che batte sotto la divisa” Imprezzabile amava il suo lavoro. In un post del 31 marzo l’agente – postando la foto con un’anziana – scriveva: “Non è solo una divisa. Non è solo legge, ordine, o una sanzione scritta su un verbale. In quella divisa vive una persona. Una persona che si ferma, che ascolta, che sceglie ogni giorno di esserci. Perché a volte il suo compito non è inseguire, ma rallentare. Non è punire, ma tendere una mano. È in un gesto semplice che si racconta davvero: nel passo paziente accanto a una signora anziana, in quello sguardo attento che diventa protezione, in quel silenzio che sa di rispetto e di cura”. Un messaggio che proseguiva così: “Lì, lontano dal rumore delle sirene, si vede ciò che spesso sfugge: un cuore che batte sotto la divisa. Un agente è anche questo. Presenza. Vicinanza. Umanità. Perché proteggere significa sì far rispettare le regole, ma soprattutto non lasciare indietro nessuno. E restare accanto, proprio quando qualcuno è più fragile e ha più bisogno di sentirsi al sicuro”. Il cordoglio “Ho appreso con sincero e profondo dolore della tragica morte di un agente della Polizia locale avvenuta nella notte a Milano durante un inseguimento” scrive in una nota il presidente del Senato Ignazio La Russa che sottolinea come “purtroppo, ancora una volta gli uomini in divisa pagano a caro prezzo il proprio senso del dovere e l’impegno al servizio della collettività”. “Ai familiari e ai colleghi dell’agente Francesco Imprezzabile va il cordoglio mio personale e del Senato della Repubblica”. Agente polizia locale morto a Milano: inseguimento fatale
- STASI NON È LIBERO PERCHÉ SEMPIO È INDAGATO (dott.ssa Mariana Berardinetti)
Due percorsi distinti della giustizia: un’indagine autonoma e una pena in esecuzione che non dipende dal clima mediatico né da nuovi sospetti. Il dibattito sul caso Garlasco continua a essere attraversato da semplificazioni che confondono istituti giuridici profondamente diversi. Per comprendere la posizione attuale di Alberto Stasi e il significato delle indagini su Andrea Sempio, occorre distinguere con rigore i percorsi che il sistema giudiziario sta seguendo: due binari separati, che non si incrociano né si condizionano. Andrea Sempio è oggi unico indagato in un nuovo procedimento penale. Alberto Stasi, invece, è un condannato definitivo che sta eseguendo la pena. Le indagini su Sempio non riaprono il processo Stasi, non incidono sul giudicato e non hanno alcun effetto sulle misure alternative concesse a Stasi. Sono due vicende autonome, regolate da norme e finalità diverse. La condanna di Stasi è irrevocabile: la Corte di Cassazione ha stabilizzato l’accertamento di responsabilità e imposto l’esecuzione della pena. L’unico strumento che può incidere su una sentenza definitiva è la revisione, un rimedio straordinario previsto solo quando emergono prove nuove, gravi e decisive, idonee a sovvertire il quadro probatorio. La revisione non è un automatismo, non è una conseguenza delle indagini su Sempio e non rappresenta un “quarto grado di giudizio”: è un istituto critico, che interviene solo quando il sistema riconosce la possibilità concreta di un errore giudiziario. Sul piano dell’esecuzione, Stasi ha seguito un percorso trattamentale progressivo: prima la semilibertà, poi l’affidamento in prova ai servizi sociali, la misura alternativa più ampia prevista dall’ordinamento penitenziario. È essenziale chiarire che Stasi non è libero: sta scontando la pena in una forma diversa, prevista per tutti i condannati che soddisfano determinati requisiti. E soprattutto: la misura alternativa non è un premio, né una risposta al processo mediatico o alle nuove indagini. È semplicemente una diversa modalità di esecuzione della pena, fondata su criteri oggettivi e verificabili. La Sorveglianza ha valutato la condotta carceraria, la partecipazione al trattamento, l’assenza di pericolosità sociale attuale, la solidità del progetto di reinserimento e il rispetto del requisito quantitativo della pena residua (massimo quattro anni per l’affidamento). La misura alternativa non è libertà: è prescrittiva, controllata, revocabile. È una forma di esecuzione della pena, non un suo superamento. Le misure alternative rappresentano l’attuazione concreta del principio costituzionale di rieducazione e reinserimento sociale, l’umanizzazione della pena prevista dall’art. 27 della Costituzione. Il percorso è graduale: si parte dai permessi premio, che verificano la capacità del condannato di gestire spazi di autonomia; si passa alla semilibertà, che introduce responsabilità crescenti; si arriva all’affidamento in prova solo quando comportamento, maturazione trattamentale, pericolosità e pena residua lo consentono. È un percorso che può anche regredire: in caso di violazioni, la misura può essere modificata o revocata. In questo quadro, è fondamentale non confondere i piani: il giudicato accerta definitivamente la responsabilità; la revisione può incidere sul giudicato solo con prove nuove decisive; la misura alternativa riguarda come la pena viene eseguita, non se la pena esiste. Attribuire alle indagini su Sempio effetti sull’esecuzione della pena di Stasi significa sovrapporre percorsi che la legge tiene distinti. Il caso Stasi‑Sempio dimostra quanto sia necessario distinguere con rigore tra giudicato, revisione ed esecuzione penale. Stasi non è libero: sta scontando la pena in una modalità prevista per tutti i condannati che soddisfano determinati requisiti. Le indagini su Sempio seguono un percorso autonomo. La revisione è un rimedio straordinario, non un automatismo. Le misure alternative sono l’attuazione del principio costituzionale di rieducazione e reinserimento, non un premio e non una risposta al clima mediatico. In un contesto mediatico incline alla semplificazione, la giurisdizione resta ancorata ai principi di legalità, proporzionalità e umanizzazione della pena. Articolo della dott.ssa Mariana Berardinetti
- Como, inseguimento a folle velocità: prima tentano di investire un poliziotto e poi tentano la fuga nel fiume. Arrestati dalla Polizia di Stato di Como una coppia di ladri.
La Polizia di Stato di Como, stanotte, ha tratto in arresto un uomo di 60 anni di Telese Terme (BN) ed una donna di 39 anni di Como per tentato omicidio, resistenza a Pubblico Ufficiale e fuga pericolosa. L’uomo è stato inoltre denunciato per ricettazione, tentato furto aggravato in concorso e possesso ingiustificato di chiavi alterate e grimaldelli, la donna per furto aggravato in concorso, ricettazione e per porto abusivo d’armi. Poco dopo la mezzanotte, è giunta alla Sala Operativa della Questura di Como una segnalazione, tramite 112 NUE, della targa di un furgone sul quale viaggiavano due presunti autori, il 60enne e la 39enne, di un’intrusione all’interno di un esercizio commerciale in Via Asiago. Equipaggi della Squadra Volante si sono subito messe alla ricerca del furgone e, grazie all’aiuto della Sala Operativa che al contempo monitorava tramite i portali in dotazione i movimenti del furgone, è stato intercettato in direzione di San Fermo della Battaglia. Ne scaturiva subito un inseguimento protrattosi per circa 10 minuti, durante il quale il 60enne alla guida del furgone, effettuava manovre estremamente pericolose, rendendosi un pericolo per gli altri utenti della strada e degli stessi operatori di polizia. La fuga si è conclusa in un primo momento in Via Trinità, dove il furgone, giunto senza possibilità di proseguire, arrestava la corsa e gli agenti con sangue freddo e professionalità, sono subito scesi dall’auto di servizio intimando l’alt, ma il 60enne dopo aver in un primo momento simulato un atteggiamento collaborativo, ha atteso che gli operatori fossero più vicino al mezzo per poi ripartire improvvisamente, sterzando nella direzione di uno di loro sfiorandolo a brevissima distanza. Solo la prontezza di riflessi dell’operatore, costretto a scansarsi repentinamente, evitava conseguenze più gravi, mentre il furgone riprendeva la fuga, causando delle abrasioni al braccio dell’operatore. Poco dopo, visti ormai braccati, il 60enne e la 39enne, sono scesi dal mezzo tentando una fuga appiedata, inoltrandosi in un fiume limitrofo. Nonostante la difficoltà ed il concreto pericolo, gli agenti li hanno raggiunti e bloccati. Portati in Questura, sono emersi i precedenti penali e di polizia di entrambi in materia di reati contro il patrimonio, evasione, guida in stato di ebbrezza e di sostanze stupefacenti e numerosissimi altri reati affini. La perquisizione del furgone, accertato poi essere rubato, ha permesso di rinvenire e sequestrare numerosa refurtiva, tra cui orologi, tute da lavoro, contanti e vari attrezzi da scasso. La successiva perquisizione domiciliare ha, inoltre, permesso di recuperare ulteriori strumenti idonei allo scasso, computer e oggetti di valore, elementi che delineano una consolida attività nel settore dei reati predatori. Notiziato il P.M. dell’attività svolta, ha disposto l’associazione del 60enne e della 39enne presso la casa circondariale di Como. L’episodio ha evidenziato ancora una volta la determinazione, il coraggio e l’elevata preparazione degli agenti della Polizia di Stato di Como che, pur trovandosi di fronte a una condotta estremamente pericolosa, sono riusciti a fermare i due malviventi. Como, inseguimento a folle velocità: prima tentano di investire un poliziotto e poi tentano la fuga nel fiume. Arrestati dalla Polizia di Stato di Como una coppia di ladri. - Questura di Como | Polizia di Stato
- Il rogo nel resort, l'italiana morta e nessun sos. "Bussavamo ai bungalow per dare l'allarme"
Non era una turista. O almeno, non era una turista come gli altri, Francesca Valentino. Lei nella Repubblica Dominicana era di casa, ci aveva vissuto per diversi anni, vi aveva trovato l'amore e il padre delle due figlie. E vi ha trovato la morte nell'incendio che ha devastato il resort Bravo Viva Dominicus Beach by Wyndham, a Bayahibe. Francesca, che avrebbe compiuto 46 anni tra qualche giorno ed era originaria di Caserta, sarebbe stata colta da una crisi respiratoria mentre era in spiaggia, dove era accorsa assieme agli altri turisti per cercare salvezza dalle fiamme e dal fumo. Ha perso conoscenza inalando monossido di carbonio quando un'ondata di fumo l'ha investita. La corsa in ospedale a bordo di un'auto privata è stata inutile. Francesca è stata l'unica vittima di un evento che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Una decina di persone avrebbero richiesto assistenza medica tra ospiti e soccorritori, per difficoltà respiratorie, ustioni lievi, nausea e dolore toracico. Solo per tre di esse si è reso necessario il trasporto in ospedale. Sono circa 1.700 le persone evacuate dal resort. Molte sono state rimpatriate, altre trasferite in alberghi vicini. Tra gli ospiti della struttura c'erano 285 italiani (il resort è commercializzato in Italia da Alpitour World con il brand Bravo) e ieri 130 di essi sono rientrati in Italia con un volo della Neos partito dall'aeroporto di La Romana e atterrato a Verona dopo uno scalo a Roma Fiumicino per far scendere parte di loro. Sull'incendio è in corso un'indagine della polizia dominicana. "Le cause dell'incendio sono ancora oggetto di indagine e la commissione tecnica competente si occuperà di determinarle una volta completati i lavori di emergenza e di valutazione sul posto", ha detto il direttore del Centro operativo di emergenza. Di certo molte cose non tornano. Secondo alcuni testimoni gli ospiti sarebbero stati abbandonati a loro stessi. "Erano circa le 10,45 - dice il tarantino Gabriele Russo - quando è scoppiato l'incendio. Non è scattato alcun allarme. Ci siamo aiutati tra di noi. Abbiamo bussato alle porte dei vari bungalow per avvertire gli altri e farli uscire. Siamo poi andati tutti in spiaggia. Non c'era un vero e proprio piano di evacuazione. Pertanto nessuno di noi riusciva a capire in quel momento dove dovesse andare per mettersi in salvo". "I turisti italiani coinvolti nell'incendio divampato nel resort di Bayahibe possono ottenere il risarcimento dei danni morali e materiali subiti e un indennizzo per il grave pericolo corso", fa sapere il Codacons, che ha deciso di attivarsi legalmente per offrire assistenza agli italiani interessati dalla vicenda. Francesca Valentino era cresciuta e aveva studiato a Caserta, prima di trasferirsi a Roma per isgegnare danza e poi a Bayahibe, in Repubblica Dominicana. Aveva anche raccontato la sua scelta in tv, nella trasmissione Sky "Mollo tutto e cambio vita". Ai Caraibi aveva trovato l'amore e aveva messo su famiglia, poi era tornata nella sua Caserta ma spesso volava a Bayahibe per trovare gli amici lasciati là. "Si prendeva cura di tutti i familiari, ed era sempre solare", la ricorda un conoscente di Caserta. Il rogo nel resort, l'italiana morta e nessun sos. "Bussavamo ai bungalow per dare l'allarme"
- Conclusa l'esercitazione pluriarma "Alabarda D'argento 2026"
Innovazione tecnologica e cooperazione internazionale al centro dell'addestramento tattico in alta montagna per le Truppe Alpine. Si è conclusa nell’area addestrativa del Monte Bivera, nelle Alpi Carniche, l'esercitazione a fuoco "Alabarda d'Argento 2026", momento culminante di un ciclo addestrativo iniziato il 25 maggio che ha coinvolto oltre 300 militari della Brigata Alpina "Julia", appartenenti al 7° reggimento alpini, all'8° reggimento alpini, al 2° reggimento genio guastatori e al 3° reggimento artiglieria da montagna, oltre a personale dell'Esercito Albanese e osservatori internazionali. L'attività, svolta a quasi 2mila metri di quota, era finalizzata a verificare la capacità di operare in ambiente montano attraverso l'impiego integrato di unità di diversa specialità, sistemi a pilotaggio remoto e nuove tecnologie applicate al combattimento terrestre. La manovra sul terreno ha visto l'impiego coordinato di circa 230 militari appartenenti a due complessi minori pluriarma del 7° e dell'8° reggimento alpini, supportati da ulteriori settanta specialisti responsabili della direzione dell'esercitazione e del supporto logistico e sanitario. Nella fase iniziale dell'attività, gli specialisti del 2° reggimento genio guastatori hanno aperto una breccia attraverso ostacoli predisposti sul terreno mediante l'impiego di nuovi sistemi esplosivi. Successivamente gli alpini dell'8° reggimento alpini hanno condotto un'azione offensiva finalizzata alla neutralizzazione delle prime minacce, consentendo al 7° reggimento alpini di avanzare e completare la bonifica dell'area. Le operazioni sono state sostenute dal fuoco di supporto fornito da una sezione del 3° reggimento artiglieria da montagna equipaggiata con tre obici da 105/14. Particolare attenzione è stata dedicata all'impiego dei sistemi a pilotaggio remoto. Per le attività di ricognizione, sorveglianza e osservazione del campo di battaglia sono stati utilizzati droni ad ala fissa, tra cui i sistemi "Xenon" e "Radon X", e piattaforme ad ala rotante "Parrot". Di particolare rilievo è stato il test operativo di droni con visione in prima persona (FPV), impiegati per simulare missioni di precisione a lunga distanza. Nel corso dell'esercitazione è stato inoltre impiegato il NARP (Nuova Arma da Reparto Polivalente), il nuovo sistema d'arma individuale recentemente acquisito dall'Esercito Italiano nell'ambito del processo di ammodernamento delle capacità della Forza Armata. Il coordinamento dello spazio aereo e delle attività dei sistemi unmanned è stato assicurato da personale specializzato nel controllo del traffico aereo tattico. A rendere ancora più realistico lo scenario addestrativo ha contribuito la presenza di una componente del reggimento "Piemonte Cavalleria" (2°), impiegata nel ruolo di forza avversaria. L'esercitazione ha inoltre consentito di consolidare la cooperazione internazionale grazie alla partecipazione di una squadra rinforzata dell'Esercito Albanese, integrata nel dispositivo del 7° reggimento alpini, e di mostrare agli osservatori internazionali presenti il livello di interoperabilità raggiunto dalle unità partecipanti. "Alabarda d'Argento 2026" ha confermato l'importanza dell'addestramento in ambiente montano quale banco di prova privilegiato per sviluppare capacità operative avanzate, integrare nuove tecnologie e rafforzare la cooperazione tra reparti e partner internazionali in scenari caratterizzati da crescente complessità. Conclusa l'esercitazione pluriarma "Alabarda D'argento 2026"
- Chi controlla i dati raccolti dalle auto elettriche cinesi? L'allarme che scuote le intelligence occidentali
Le auto elettriche assomigliano sempre di più a computer su ruote, capaci di raccogliere e trasmettere una quantità enorme di dati in tempo reale. Telecamere, sensori, radar, sistemi GPS, microfoni e software di bordo monitorano continuamente il veicolo e l'ambiente circostante. Ebbene, questa evoluzione tecnologica ha contribuito al successo delle case automobilistiche cinesi, che negli ultimi anni hanno conquistato quote di mercato sempre maggiori grazie a modelli sempre più avanzati e competitivi. Non solo: brand come BYD, Geely e Xpeng stanno integrando sistemi di intelligenza artificiale, assistenti vocali e funzioni di guida semi-autonoma che richiedono una raccolta costante di informazioni. Il problema, però, va ben oltre l'innovazione. Sempre più governi occidentali si interrogano su chi controlli realmente questi dati e su quali garanzie esistano per impedirne un utilizzo improprio. La questione è diventata particolarmente rilevante mano a mano che le auto elettriche cinesi accelerano la loro espansione nei mercati internazionali, trasformandosi non solo in prodotti industriali ma anche in potenziali piattaforme digitali capaci di raccogliere informazioni su milioni di utenti. L'allarme è stato rilanciato nelle scorse settimane dal Sydney Morning Herald, che ha analizzato le preoccupazioni di numerosi esperti di sicurezza e di ex funzionari dell'intelligence australiana, stretta alleata dei servizi occidentali. Secondo Simeon Gilding, ex direttore generale dell'Australian Signals Directorate, le moderne auto elettriche generano una mole significativa di dati relativi alla posizione GPS, allo stato del veicolo, alle batterie, ai percorsi effettuati e persino ai dispositivi collegati all'auto. Il timore è che queste informazioni possano diventare una risorsa strategica qualora fossero accessibili a governi stranieri. Il quotidiano australiano sottolinea come l'80% delle auto elettriche vendute in Australia sia prodotto in Cina e come molti costruttori stiano accelerando l'integrazione di sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da aziende tecnologiche cinesi. BYD e Geely, per esempio, stanno collaborando con DeepSeek per sviluppare nuove funzionalità digitali, mentre altri gruppi lavorano con Huawei e Alibaba. “Non esiste più una distinzione tra azienda tecnologica e casa automobilistica”, ha spiegato Stephen Ma, responsabile di Nissan Motor China. Si tratta di una trasformazione che rende il tema dei dati sempre più centrale anche per le agenzie di intelligence, chiamate a valutare i rischi derivanti da veicoli costantemente connessi alla rete. Le preoccupazioni non riguardano soltanto l'Australia. Negli Stati Uniti il dibattito è ormai arrivato ai massimi livelli istituzionali. Come riportato dal Wall Street Journal, Washington ha introdotto nuove restrizioni sul software e sulle tecnologie cinesi utilizzate nelle auto connesse, ritenendo che i veicoli moderni possano rappresentare un potenziale rischio per la sicurezza nazionale. In passato l'allora segretaria al Commercio Gina Raimondo aveva definito queste vetture “smartphone su ruote”, sottolineando la capacità di raccogliere dati sensibili e di comunicare costantemente con server esterni. Il timore più estremo, evocato da diversi esperti, è che un accesso remoto ai sistemi possa consentire non solo di acquisire informazioni ma anche di interferire con il funzionamento dei veicoli. Lo stesso tema è emerso in Cina nel 2021, quando le autorità di Pechino vietarono l'accesso delle Tesla ad alcune installazioni militari per il rischio che le telecamere di bordo raccogliessero dati sensibili. Oggi la sfida riguarda soprattutto la governance delle informazioni. Le intelligence occidentali non sostengono che le auto elettriche cinesi siano strumenti di spionaggio, ma ritengono che l'enorme quantità di dati generata da milioni di veicoli connessi rappresenti una nuova frontiera della sicurezza nazionale. Chi controlla i dati raccolti dalle auto elettriche cinesi? L'allarme che scuote le intelligence occidentali
- Trump rompe con Meloni, l’affondo dei media americani: "Perché attacca una delle sue alleate più vicine?"
Lo scontro tra Trump e Meloni apre interrogativi sui rapporti tra Italia e Stati Uniti dopo il caso iraniano. Il confronto tra Donald Trump e Giorgia Meloni continua a pesare sui rapporti politici tra Washington e Roma. Il giorno dopo le parole del presidente americano e la replica della premier italiana, negli ambienti diplomatici e giornalistici statunitensi il caso viene letto come il passaggio più duro nei rapporti tra i due leader. Al centro c’è il dossier iraniano: il rifiuto attribuito alla presidente del Consiglio rispetto alla linea sostenuta da Trump avrebbe aperto una frattura inattesa, con possibili conseguenze sul ruolo dell’Italia nel rapporto privilegiato costruito negli ultimi mesi con la nuova amministrazione americana. Trump e Meloni, lo scontro che sorprende Washington Per mesi Giorgia Meloni era stata considerata a Washington una delle figure europee più vicine a Donald Trump, capace di parlare con la Casa Bianca mantenendo allo stesso tempo un profilo riconoscibile dentro l’Unione europea. Proprio per questo, il contrasto emerso nelle ultime ore ha assunto un peso politico superiore a una normale divergenza tra alleati. La premier italiana conserva negli Stati Uniti una considerazione trasversale, rara per un capo di governo europeo. Le viene riconosciuta la capacità di aver costruito un canale credibile con Washington e di aver rafforzato il proprio profilo internazionale. Tuttavia, davanti a uno strappo così visibile, la politica americana ha scelto in larga parte il silenzio. Tra le poche voci intervenute figura Marjorie Taylor Greene, ex deputata repubblicana alla Camera dei Rappresentanti dal 2021 fino alle dimissioni del 5 gennaio 2026, che ha sostenuto la versione fornita da Meloni. Più cauto il consulente strategico repubblicano Brad Todd, che ha dichiarato: «Se la notizia fosse confermata, sarebbe sorprendente e difficile da comprendere». Il silenzio della politica americana e le domande degli osservatori A Washington, il mancato intervento di molti esponenti politici può essere letto come prudenza. Da un lato c’è la volontà di non trasformare la polemica in un caso diplomatico ancora più delicato; dall’altro pesa l’attesa di capire se lo scontro resterà un episodio isolato o se produrrà effetti più profondi nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Intanto, tra osservatori e commentatori americani circolano domande nette: “Why is Trump attacking one of his closest allies?”, “Meloni finally stood up to him”, “This is classic Trump, creating drama”, “If he treats Meloni this way, how does he treat other allies?”. Reazioni che mostrano come il caso venga percepito non solo come una frizione bilaterale, ma come un segnale sul modo in cui Trump gestisce i rapporti con gli alleati più vicini. Lo scontro è stato ripreso anche nel confronto televisivo italiano. A In Onda, su La7, Paolo Mieli ha incalzato l’autore dell’intervista a Trump, chiedendo: «Come hai fatto a telefonargli?». Un passaggio che conferma quanto il caso abbia rapidamente superato il perimetro della politica estera, entrando anche nel racconto mediatico italiano. Il dossier iraniano e il peso del rifiuto di Meloni La lettura più politica riguarda il dossier iraniano. Il no di Giorgia Meloni potrebbe essere stato percepito da Donald Trump non soltanto come una divergenza strategica, ma come il gesto autonomo di una leader che negli ultimi anni ha costruito una propria autorevolezza internazionale. La presidente del Consiglio si è mossa spesso tra Washington, Bruxelles e le principali capitali europee cercando di mantenere un equilibrio tra rapporto atlantico, interessi nazionali e vincoli europei. In questa prospettiva, il rifiuto sul dossier iraniano non avrebbe il significato di una semplice presa di distanza, ma quello di una scelta politica indipendente. Il punto, quindi, non riguarda solo ciò che è accaduto nelle ultime ore. La frattura tra Trump e Meloni sembra aprire una questione più ampia: chi tra i due stia interpretando meglio la fase internazionale che si prepara, tra crisi mediorientale, alleanze occidentali e ruolo dell’Italia nei prossimi equilibri diplomatici. Trump rompe con Meloni, l’affondo dei media americani: "Perché attacca una delle sue alleate più vicine?"
- Tunisino fa irruzione a una festa armato di ascia e coltello: gravemente ferito un 43enne che ha difeso la figlia
Un’aggressione choc è stata registrata a Robbio, in provincia di Pavia, nella notte tra sabato e domenica. Durante una festa di compleanno, per ragioni ancora da definire, un immigrato tunisino di 27 anni ha fatto irruzione armato di ascia e coltello a lama lunga minacciando i presenti. Un 43enne, temendo per la vita di sua figlia minorenne, si sarebbe frapposto tra l’aggressore e la ragazza, subendo gravissime ferite. La furia del tunisino si è abbattuta contro il 43enne, che ha riportato gravissime ferite all’addome, oltre ad altre ferite da difesa. La vittima è stata rianimata in strada dal personale del 118 e trasferita d’urgenza all’ospedale di Novara, dove si trova ancora in bilico tra la vita e la morte. Una delle due ferite all’addome è andata particolarmente in profondità e ha causato danni importanti. Le indagini sono state affidate ai carabinieri, che hanno rapidamente individuato il responsabile dell’aggressione, che domenica si trovava presso la sua abitazione di Robbio. All’arrivo dei militari si è barricato dentro casa e non ha aperto, tanto da rendere necessario l’intervento dei vigili del fuoco. Una volta tratto in arresto è stato accompagnato in caserma ed è stato posto in stato di fermo per tentato omicidio. Il prossimo 6 luglio il tunisino andrà a processo per un altro episodio avvenuto un anno fa non distante da Robbio, alla piscina di Rivoltella, dove ha accoltellato un 22enne di Castello d'Agogna. Nonostante l’aggressione violente con arma bianca è rimasto in libertà fino a oggi, avendo l’occasione di colpire ancora con il coltello. Mentre il tunisino si trovava in caserma, il sindaco di Robbio ha emesso un’ordinanza di interdizione dell’abitazione a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie dell’appartamento. I tre cani che vivevano con il tunisino sono stati presi in custodia dal Comune e affidati al servizio veterinario dell’Ats di Pavia. Le indagini sono ancora in corso per capire cosa possa aver mosso la furia violenta del tunisino, per capire se ci fossero dei pregressi o se si sia trattato di un assalto casuale ma condotto con la volontà di uccidere o, comunque, arrecare gravissimi danni. Tunisino fa irruzione a una festa armato di ascia e coltello: gravemente ferito un 43enne che ha difeso la figlia
- Ostia, ha malore in banchina alla stazione: passeggero salvato da una guardia giurata
In attesa dell'arrivo dei sanitari, il vigilante ha praticato le manovre di primo soccorso per sostenere le funzioni vitali in caso di arresto cardiaco Momenti di paura ieri pomeriggio alla stazione di Cristoforo Colombo, a Ostia, capolinea della ferrovia Metromare. Un passeggero si è accasciato improvvisamente a terra sulla banchina del binario 1, vittima di un arresto cardiaco. A salvarlo è stata una guardia giurata. Il soccorso L'allarme è scattato intorno alle 17, quando alcuni presenti hanno notato l'uomo perdere i sensi. La segnalazione è arrivata tempestivamente alla guardia giurata in servizio presso lo scalo, che è intervenuta immediatamente sul posto. Dopo aver verificato l'assenza di reazioni, l'addetto alla sicurezza ha allertato il 118 e il personale Astral. In attesa dell'arrivo dell'ambulanza, la guardia ha avviato le manovre di primo soccorso, praticando il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale. L'intervento è proseguito con l'utilizzo del defibrillatore presente in stazione: l'apparecchio ha segnalato la necessità di una scarica elettrica, erogata correttamente dall'operatore, che ha continuato la rianimazione fino all'arrivo dei sanitari dell'Ares 118. L'uomo è stato stabilizzato e trasportato d'urgenza presso il pronto soccorso dell'ospedale Grassi di Ostia, dove resta tuttora ricoverato. Difficile resistere ad Momenti di paura ieri pomeriggio alla stazione di Cristoforo Colombo, a Ostia, capolinea della ferrovia Metromare. Un passeggero si è accasciato improvvisamente a terra sulla banchina del binario 1, vittima di un arresto cardiaco. A salvarlo è stata una guardia giurata. Il soccorso L'allarme è scattato intorno alle 17, quando alcuni presenti hanno notato l'uomo perdere i sensi. La segnalazione è arrivata tempestivamente alla guardia giurata in servizio presso lo scalo, che è intervenuta immediatamente sul posto. Dopo aver verificato l'assenza di reazioni, l'addetto alla sicurezza ha allertato il 118 e il personale Astral. In attesa dell'arrivo dell'ambulanza, la guardia ha avviato le manovre di primo soccorso, praticando il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale. L'intervento è proseguito con l'utilizzo del defibrillatore presente in stazione: l'apparecchio ha segnalato la necessità di una scarica elettrica, erogata correttamente dall'operatore, che ha continuato la rianimazione fino all'arrivo dei sanitari dell'Ares 118. L'uomo è stato stabilizzato e trasportato d'urgenza presso il pronto soccorso dell'ospedale Grassi di Ostia, dove resta tuttora ricoverato. Difficile resistere ad -- Ostia, ha malore in banchina alla stazione: passeggero salvato da una guardia giurata https://www.romatoday.it/cronaca/ostia-malore-metromare-salvato-passeggero.html © RomaToday
- La prevenzione dimenticata: perché continuiamo a cercare quando potremmo evitare di perdere (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)
Da anni chi opera nel campo delle persone scomparse conosce bene una verità tanto evidente quanto ignorata: la prevenzione costa meno della ricerca, salva più vite ed evita drammi familiari irreversibili. Eppure, nonostante l’esperienza accumulata, le statistiche e i casi che si ripetono con dinamiche quasi identiche, continuiamo a intervenire quasi esclusivamente dopo la scomparsa, quando il tempo è già diventato il principale nemico. La domanda resta la stessa, ostinata: perché non investiamo davvero nella prevenzione e nell’informazione? Ogni scomparsa attiva una macchina complessa: forze dell’ordine, protezione civile, volontari, unità cinofile, droni, elicotteri. Si tratta di operazioni che comportano costi elevatissimi per la collettività, spesso sostenuti per giorni o settimane. Ma il costo più alto resta quello umano: famiglie sospese, vite spezzate, esiti tragici che, in molti casi, potevano essere evitati. Numerosi studi internazionali evidenziano come una quota significativa delle persone scomparse appartenga a categorie vulnerabili, in particolare: soggetti affetti da demenze (tra cui Malattia di Alzheimer), persone con disturbi dello spettro autistico, individui con disabilità cognitive o psichiatriche. Queste persone condividono un elemento chiave: una compromissione della memoria, dell’orientamento e della capacità di valutare il pericolo. Non si tratta quindi di “allontanamenti volontari” nel senso pieno del termine, ma di eventi prevedibili e, dunque, prevenibili. Una delle criticità più gravi riguarda il ritardo nell’attivazione delle ricerche. Persiste ancora, a livello culturale, l’idea che sia necessario “attendere” prima di segnalare una scomparsa. Nulla di più pericoloso. Nel caso di persone fragili, le prime ore sono decisive. Studi sul comportamento dei soggetti con Alzheimer dimostrano che: tendono a muoversi in modo disorientato ma continuo, possono percorrere distanze significative in poco tempo, sono attratti da elementi familiari (strade note, luci, punti di riferimento) e raramente chiedono aiuto. Attendere, da parte di chi deve provvedere a denunciare, significa ampliare esponenzialmente il raggio di ricerca e ridurre drasticamente le probabilità di ritrovamento in vita. Il primo, grande investimento dovrebbe essere culturale. Informare significa rendere consapevoli famiglie, operatori e comunità del rischio reale. È fondamentale diffondere alcuni concetti chiave: la fuga o l’allontanamento non è un’eccezione, ma un rischio concreto e frequente; la memoria compromessa altera la percezione del pericolo; la routine non è una garanzia di sicurezza. Troppo spesso si sente dire: “Fa sempre lo stesso giro, torna sempre”. Ma è proprio quel “sempre” che, improvvisamente, smette di esistere. Un nodo cruciale riguarda le strutture che ospitano soggetti vulnerabili: RSA, comunità per minori, centri diurni. È lecito chiedersi: è davvero così difficile adottare misure di sicurezza efficaci? Tra queste: L’installazione di telecamere esterne, nel rispetto della normativa sulla privacy; sistemi di controllo degli accessi; dispositivi di allarme per uscite non autorizzate e la formazione specifica del personale. Le telecamere, in particolare, rappresentano uno strumento fondamentale: non violano la dignità della persona se correttamente utilizzate, ma consentono di ricostruire tempestivamente i movimenti e orientare le ricerche. Il quadro normativo europeo (in particolare il Regolamento generale sulla protezione dei dati) non vieta tali strumenti, ma ne disciplina l’uso, imponendo criteri di proporzionalità e finalità. La sicurezza delle persone fragili rientra pienamente tra gli interessi legittimi. Ridurre la gestione di una persona fragile alla sola somministrazione farmacologica è una semplificazione pericolosa. La cura autentica implica: · vigilanza, · prevenzione del rischio, · adattamento dell’ambiente, · attenzione costante ai cambiamenti comportamentali. Una persona con ridotta capacità di intendere e volere non è semplicemente “malata”: è esposta a un rischio ambientale continuo, che deve essere gestito. Ignorare questo aspetto significa accettare implicitamente la possibilità della scomparsa. Paradossalmente, viviamo in un’epoca in cui la tecnologia offre strumenti straordinari come: dispositivi GPS indossabili, geofencing (allarmi al superamento di aree sicure), app di monitoraggio, sistemi di tracciamento integrati. Eppure, la loro diffusione è ancora limitata. Le ragioni sono molteplici: per scarsa informazione, resistenze culturali, timori legati alla privacy, costi percepiti (spesso inferiori a quelli di una singola operazione di ricerca), la mancanza di obbligo per le strutture. Ancora una volta, non manca lo strumento. Manca la volontà sistemica di adottarlo. Il punto centrale è proprio questo: in Italia, e più in generale in Europa, manca una vera cultura della prevenzione nel campo delle persone scomparse. Si interviene bene – spesso benissimo – nell’emergenza. Ma si investe poco o nulla prima. Eppure, prevenire significherebbe: ridurre drasticamente il numero di scomparse, aumentare le probabilità di esito positivo, abbattere i costi pubblici, e proteggere le famiglie da traumi evitabili. Continuare a investire quasi esclusivamente nella ricerca significa accettare un modello inefficiente e, soprattutto, eticamente discutibile. La vera domanda non è se sia possibile fare prevenzione. La domanda è: perché non lo stiamo già facendo in modo sistematico? Servono: campagne informative capillari, obblighi normativi chiari per le strutture, incentivi all’uso di tecnologie di monitoraggio, formazione specifica per operatori e familiari. Perché ogni persona che si perde non è solo un caso da risolvere. È, molto spesso, una tragedia che poteva essere evitata. E continuare a ignorarlo significa, di fatto, accettarne il costo. Articolo a cura della: dott.ssa Maria Gaia Pensieri












