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- Rinnovata Convenzione servizio vigilanza sui bus a Gorizia
(ANSA) - TRIESTE, 28 LUG - È stata rinnovata fino al 31 dicembre 2025 la Convenzione tra Comune di Gorizia e A.P.T. per l'esercizio in forma associata del servizio di sicurezza sussidiaria sui mezzi pubblici di trasporto, un'attività di sorveglianza a bordo dei mezzi del servizio urbano di Gorizia svolta da personale abilitato con qualifica di "guardia particolare giurata", sotto la vigilanza della Polizia Locale; l'iniziativa era già stata positivamente sperimentata nel 2024. Caterina Belletti, Presidente APT Gorizia, ha detto che "in questa missione non è stata esclusa nessuna azione, anche quella di denunciare sistematicamente all'autorità giudiziaria episodi di intolleranza e violenza all'interno degli autobus". Belletti ha però citato il caso di una "sentenza del Tribunale di Gorizia n. 281 del 08/04/2025 che in una accertata violazione, la persona si è rifiutata, sebbene sollecitata e aiutata, di prendersi il titolo di viaggio pretendendo di salire sull' autobus senza esso e bloccando l'autobus per venti minuti". D'accordo anche il Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, che ha ribadito "il rapporto di collaborazione e condivisione che ha con APT Gorizia. Sottolinea come l'intera società stia pericolosamente alzando "l'asticella" della tolleranza nei confronti delle norme comportamentali e degli illeciti". Marzo Muzzatti, comandante della Polizia Locale di Gorizia ha sottolineato "la sintonia con il coordinamento della Prefettura tra le varie forze dell'ordine che lavorano sul territorio". Il servizio sarà attivo dal 29 luglio 2025 con la presenza delle guardie giurate sulle linee principali e nelle fasce orarie che necessitano di particolare attenzione. La frequenza sarà di due volte a settimana per passare a tre da settembre fino a dicembre. Il servizio sarà finanziato interamente dalla Regione Fvg ed è affidato a Mondialpol tramite procedura pubblica. (ANSA). fonte: Rinnovata Convenzione servizio vigilanza sui bus a Gorizia | ANSA.it
- Stalking e violenza di genere (di Alessandra Damasi Violante)
13 luglio 2025 A Milano, nella notte tra domenica e lunedì, una donna di 45 anni è stata segregata, percossa e abusata sessualmente per 12 ore dall'ex compagno, un uomo di 33 anni con precedenti. La vicenda ha inizio sei mesi prima quando la donna interrompe la relazione con l'uomo. Quest'ultimo ossessionato dalla donna pone in atto condotte persecutorie. Telefonate e messaggi continui al fine di ottenere un chiarimento fin quando proprio domenica sera la donna accetta di incontrarlo un’ultima volta. L' uomo sotto effetto di stupefacenti raggiunge l'abitazione dell'ex compagna, colpisce la porta a sprangate ed una volta introdottosi in casa la minaccia con l'ausilio di un cacciavite. La vittima viene dapprima sequestrata e poi picchiata e abusata sessualmente. La vicenda si conclude 12 ore dopo, quando l'aguzzino si addormenta e la vittima riesce a fuggire nella tarda mattinata e a chiamare le forze dell'ordine che intervenuti sul luogo hanno prontamente arrestato il giovane con l'accusa di lesioni, violenza sessuale e sequestro di persona. Storie come questa sono all'ordine del giorno, sempre più spesso apprendiamo dai notiziari di uomini che non riescono a darsi pace per una storia finita o che per vendetta attuano stalking nei confronti delle proprie ex fidanzate o mogli. Verranno analizzati nel dettaglio sotto il profilo legale, criminologico e psicologico il fenomeno dello stalking e della violenza di genere. Il termine di origine anglosassone “Stalking”, definito anche “Sindrome delle molestie assillanti”, deriva dal verbo “to stalk” e significa letteralmente (predare, perseguitare, inseguire, braccare, appostarsi). Lo stalker attua comportamenti assillanti e continuativi, tali da minacciare e/o ridurre la libertà della vittima, che sentendosi braccata, modifica i suoi stili di vita, vivendo in un perenne stato di angoscia e paura Dalla nascita del fenomeno dello stalking, gli studi riscontrano una tendenza negativa, nella quale, la maggior parte delle vittime è di sesso femminile. Si tratta di giovani donne, ma non solo. Negli ultimi anni, è stato notato un incremento, anche in una fascia di età adulta, compresa tra i 35-70 anni. Non di rado, la donna vittima di stalking è perseguitata dall’ex partner che non si rassegna alla fine della relazione e che, dapprima con fiori e gesti plateali e poi con comportamenti sempre più assillanti e talvolta aggressivi, cerca di riconquistare la vittima. Mentre, in altri casi, il carnefice è tra le mura di casa, ossia, quando è il partner che vive quotidianamente con la vittima, ad avere comportamenti ossessivi e insistenti, derivanti da gelosia morbosa nei confronti della vittima; spesso, tali condotte danno luogo a violenza domestica e maltrattamenti familiari. Spesso, gli atti persecutori sono campanelli d'allarme, che segnalano e precedono atti di violenza fisica. Molte donne di età diverse, vittime di atti di violenza sessuale, fisica, o nei casi più estremi di femminicidio, hanno subito pedinamenti sul posto di lavoro, appostamenti sotto casa o nei vari luoghi frequentati, inseguimenti in auto o a piedi lungo il tragitto effettuato dalla vittima. Le cause degli atti persecutori perpetrati dall’aggressore nei confronti della vittima possono essere di vario genere, dall’odio alla delusione per la fine di una relazione, Da studi effettuati su campioni, si è riscontrato una varietà di malattie psichiatriche o di problematiche legate all’età infantile e adolescenziale. Si dividono perciò in sindromi psichiatriche, disturbi della personalità, soggetti clinicamente sani, e coloro che fanno uso di sostanze stupefacenti o abuso di alcol. I soggetti affetti da sindromi psichiatriche, spesso, soffrono di disturbi di bipolarismo, schizofrenia, paranoie, deliri, erotomania, depressione intensa, e la sindrome di Hikikomori, definita anche del ritiro sociale; mentre, i soggetti affetti da disturbi della personalità soffrono, in genere, di disturbi borderline, ossessivo-compulsivo, gelosia morbosa, sindrome dell’attaccamento e dell’abbandono ed altri disturbi psicopatici e sociopatici. Esistono poi soggetti, che realizzano condotte criminose ma che non sono affetti da alcuna psicopatologia e non rientrano all’interno degli schemi prefissati. Anche se, talvolta, possono avere delle peculiarità simili, hanno un quadro clinico ottimale e non presentano malattie mentali evidenti, tali da essere ricondotti a classificazioni. Si tratta di soggetti che, apparentemente sani, hanno avuto delle problematiche importanti nell’età pre e post-adolescenziale, storie di abusi sessuali, solitudine, abbandono o assenza da parte della famiglia di origine e delusioni amorose. Infine, esistono soggetti facenti uso di sostanze psicotrope, che, oltre a provocare danni celebrali, generano uno stato di completa alterazione nell’individuo che li utilizza. Non di rado, alcuni soggetti che attuano le condotte, si trovano sotto effetto di sostanze stupefacenti o alcol. Queste sostanze rendono i soggetti che le utilizzano, poco o per nulla lucidi e annichiliscono la percezione delle loro azioni, tali che, uniti a moti di rabbia, provocano atti di tipo persecutorio. All’interno della legislazione nazionale italiana, vengono inserite alcune leggi apposite come il D.L. n.11 del 2009, convertito il L. n. 38\2009, con la quale viene introdotto nel Codice penale il reato di stalking rubricato “Atti Persecutori” ex art. 612 bis c.p. Con la L. 19 luglio 2019 n. 69, entrata in vigore il 09 agosto 2019, viene introdotto il c.d. Codice Rosso, composto da 21 articoli, che prevede un ulteriore inasprimento delle pene nei confronti di chi attua qualsivoglia tipologia di violenza di genere ed una maggiore tutela nei confronti delle donne vittima di abusi e maltrattamenti familiari e dei soggetti minori che subiscono violenza assistita all’interno delle mura domestiche. L’obiettivo della succitata legge è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e di reprimere tutte le condotte volte a discriminare, maltrattare, perseguitare, minacciare ed uccidere le donne Mediante il Codice Rosso sono state apportate molteplici modifiche e variazioni all’interno del Codice penale e del Codice di procedura penale. Le norme interessate sono: i maltrattamenti contro familiari e conviventi, la violenza sessuale, lo stalking, le lesioni personali aggravate e la deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso. Tra i diversi articoli, quelli relativi allo stalking e al femminicidio sono: a) Gli articoli 1,2 e 3, che – intervenendo sul codice di rito – prevedono l’obbligo di comunicazione immediata al P.M. da parte della polizia giudiziaria, ove quest’ultimi acquisiscano notizie di reato. Inoltre, l’obbligo da parte del Pubblico Ministero di assumere informazioni dalla persona offesa entro il termine di tre giorni, salvo essere prorogato solo in caso di imprescindibili esigenze di tutela di minori o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa. b) L’articolo 4, che introduce il reato di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima. c) L’articolo 9 inasprisce le pene previste per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi e per il reato di atti persecutori. d) L’articolo 15 tratta le tematiche relative agli ordini di protezione, alle misure cautelari e coercitive, come l’utilizzo del braccialetto elettronico ai fini del monitoraggio dell’aggressore e la comunicazione alla persona offesa e al suo difensore di fiducia nel caso in cui ci fossero provvedimenti di modifica della misura cautelare o detentiva dell’imputato. La repressione di tali reati mediante pene severe e certe assieme ad una maggiore attenzione e sensibilizzazione pubblica, può talvolta, fare la differenza e contrastare in modo incisivo la violenza di genere. fonte: dott.ssa Alessandra Damasi Criminologa Referente SQUAD
- “Il caso Bergamo-Orio al Serio: una lezione amara per il sistema sicurezza aeroportuale”
8 luglio 2025 all’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio, la mia prima reazione è stata di profondo rispetto per la tragedia umana che si è consumata. Ma, da professionista della sicurezza, so che ogni evento critico – soprattutto uno così estremo e inaspettato – impone un dovere: non fermarsi all’emozione, ma scavare, comprendere, analizzare e trasformare quell’evento in una lezione. Una lezione dolorosa, ma necessaria. Un uomo di 35 anni, Andrea Russo, è riuscito a raggiungere la pista, eludendo tutti i controlli, e a gettarsi nel motore di un aereo in fase di rullaggio. Non era un passeggero, non aveva alcun titolo per trovarsi in area airside. Eppure ce l’ha fatta. In pochi minuti, ha percorso un tragitto che avrebbe dovuto essere impossibile. Questo, per chi si occupa di security, è un campanello d’allarme assordante. Ho avuto modo di lavorare nel contesto aeroportuale italiano e le sfide che comporta garantire livelli di sicurezza elevati in ambienti aperti al pubblico, ad alto traffico, con flussi umani e veicolari costanti. Ma proprio per questo so che il sistema di sicurezza non può più essere concepito come una somma di barriere fisiche, checkpoint e ronde. Deve diventare una rete intelligente, in grado di anticipare i comportamenti devianti, rilevare anomalie, reagire in tempo reale. Nel caso di Bergamo, la sequenza dei fatti parla chiaro: l’accesso improprio con l’auto, l’entrata a piedi nella zona arrivi, la forzatura di una porta secondaria per accedere al piazzale. Più che una falla, qui parliamo di una catena di vulnerabilità, concatenate e non presidiate. Nessuna singola barriera è stata sufficiente, e ciò dimostra che il modello di sicurezza era basato su una fede eccessiva nei presìdi statici e troppo poco sulla capacità di rilevamento dinamico e integrato. Questo incidente, pur nella sua eccezionalità, arriva dopo un altro episodio simile a Bergamo, solo pochi mesi fa, quando un uomo si era nascosto nel vano carrello di un aereo. Questo significa una cosa precisa: non stiamo parlando di imprevedibilità, ma di prevedibilità non affrontata. Un aspetto importante che merita un approfondimento tecnico è se l’attivazione del Piano Leonardo da Vinci – il piano nazionale di emergenza aeroportuale – sarebbe stata giustificata in questo contesto. Il Piano Leonardo da Vinci è strutturato per gestire scenari di tipo CBRN (chimico, biologico, radiologico e nucleare), atti terroristici, eventi con numerose vittime o impatti gravi su infrastrutture aeroportuali. È concepito per attivare l’intervento coordinato di più forze: Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Polizia, autorità sanitarie e doganali, oltre alla catena operativa dell’aeroporto stesso. Nel caso in oggetto, il suicidio è avvenuto in una fase molto rapida, e il rischio collaterale (es. incendio, contaminazione, evacuazione massiva) non si è verificato. Tuttavia, l’ingresso incontrollato di un civile in area sterile e il contatto diretto con un velivolo commerciale operativo configurano, a mio avviso, un evento di classe borderline, per il quale l’attivazione anche parziale del Piano Leonardo (o di uno scenario locale del PEAP – Piano di Emergenza AeroPortuale) avrebbe potuto essere considerata. Attivare il piano avrebbe significato: • un coordinamento strutturato tra enti (ENAC, autorità sanitarie, VVF, PS Aeroportuale); • la gestione dell’evento in ottica multi-agency; • una comunicazione ufficiale, centralizzata, sicura, per i passeggeri, i media, gli operatori; • la tracciabilità di ogni azione, utile anche in sede investigativa. Non possiamo dire che sia stato un errore non attivarlo, ma è un punto da discutere seriamente a livello nazionale: dobbiamo estendere la soglia di attivazione dei piani emergenziali anche a eventi non terroristici ma ad alto impatto su continuità operativa, percezione della sicurezza e resilienza del sistema. Infine, non si possono non considerare alcune soluzioni operative concrete, nate proprio dall’esperienza di questo episodio: 1. Riprogettazione dei percorsi pubblici Ogni accesso al terminal deve essere rivisto in ottica di controllo passivo e attivo: canalizzazione dei flussi, videosorveglianza intelligente, presìdi dissuasivi fisici contro accessi contromano o forzati. 2. Potenziamento dei varchi secondari e delle porte di emergenza Dotarle di sensori anti-effrazione, allarmi silenziosi, verifica biometrica del personale. Ogni anomalia deve generare un alert immediato alla security centrale. 3. Formazione degli operatori alla gestione eventi anomali Il personale aeroportuale deve essere preparato a riconoscere segnali di stress comportamentale, percorsi incoerenti, e reagire in tempi ridotti. Serve una cultura del “detect and escalate”. 4. Piani integrati di risposta rapida Le Security Operation Room devono disporre di protocolli condivisi con forze dell’ordine e VVF per eventi ibridi come questo: non terrorismo, ma ad alto impatto. Devono esistere piani predefiniti anche per i suicidi in airside – perché, purtroppo, non sono un’eccezione assoluta. 5. Integrazione cyber-fisica e intelligenza artificiale L’uso di AI e machine learning per riconoscere comportamenti anomali in tempo reale non è più un’opzione: è una necessità. Ogni varco, ogni flusso, ogni movimento va tracciato, interpretato e gestito da sistemi capaci di apprendere. In conclusione, la sicurezza non si misura solo con l’assenza di attentati, ma con la capacità di prevenire, contenere e apprendere anche dagli eventi tragici e imprevisti. Questo episodio ci ha messo davanti allo specchio: abbiamo ancora troppi sistemi pensati per il passato, in un mondo che cambia più in fretta di quanto i protocolli riescano ad aggiornarsi. L’ auspicio è che quanto accaduto a Bergamo non venga archiviato come un caso isolato. Ma venga invece integrato come caso scuola nei percorsi formativi, nei manuali operativi e nei piani di emergenza futuri. E che il Piano Leonardo, così come i piani PEAP locali, siano rivisti e resi più flessibili e reattivi, per intercettare anche quelle minacce che non fanno rumore, ma devastano comunque. Autore: Marco Pera – Security Manager, esperto in sicurezza integrata fisica, cyber e delle informazioni Referente Travel Security SQUAD SMPD
- Il 5° “SUPERGA” conclude la “DEEP FIRE 1/2025”
Due settimane di addestramento per il Reggimento d’artiglieria dell’Esercito Italiano dotato del sistema d’arma MLRS-I e per i numerosi assetti specialistici partecipanti. Si è conclusa nei giorni scorsi la “Deep Fire 1/2025”, esercitazione complessa e ad alta intensità, della durata di due settimane, che ha confermato il ruolo centrale della componente di fuoco a lunga gittata nella condotta di operazioni di guerra e multidominio.Interamente organizzata, coordinata e diretta dal Reggimento Artiglieria Terrestre Lanciarazzi “Superga”, l’esercitazione ha visto in prima linea le Batterie Lanciarazzi del Reggimento, impegnate in attività operative ad elevata complessità in uno scenario a partiti contrapposti, condotta in duplice modalità, LIVEX sul terreno e nell’ambiente simulato integrato. A fianco del “Superga”, tra gli assetti schierati, hanno operato il 4° Reggimento Ranger, che ha federato la propria esercitazione “SABRE 2025”, il 33° Reggimento EW, il 17° Reggimento Artiglieria Controaerei e il 21° Reggimento artiglieria terrestre “Trieste”, che ha enucleato il Fire Direction Center (FDC) della Brigata Pinerolo.Sul fronte opposto, l’intera catena del fuoco con il Joint Fire Support Element Plus (JFSE+) del Multinational Division South HQ in ruolo di Land Component Command, il FDC del 3° Reggimento artiglieria terrestre da montagna della Brigata “Julia” e molteplici assetti specialistici, tra cui il 185° RRAO e il 5° Reggimento “Rigel”.Ad essere impiegati su entrambi i fronti, gli assetti del 3° Reggimento Supporto Targeting “Bondone” con i sistemi STRIX e RAVEN e quelli del 7° Reggimento Trasmissioni, che ha erogato molteplici servizi e messo in campo nuovi materiali digitali per le comunicazioni.Innovativi anche i sistemi e le procedure sperimentate: il sistema di comando e controllo IMPERIO, l’individuazione e la valorizzazione di immagini e video dai sistemi in volo per l’acquisizione anche dinamica dei target, nuove tecniche per l’ottimizzazione durante la fase di un attacco e l’avvio di una maggiore integrazione tra Forze Speciali (FS) e lanciatori MLRS. Estremamente realistica e sfidante la fase di interdizione e contro-interdizione, che ha consentito di addestrare gli equipaggi dei lanciarazzi alla sopravvivenza sul campo di battaglia, durante l’arco diurno e soprattutto notturno, con la diffusa presenza attiva di distaccamenti delle Forze Speciali, sistemi di intercettazione e droni per la sorveglianza del campo di battaglia.L’esercitazione è stata un’occasione fondamentale per testare processi e procedure beneficiando della possibilità di osservare l’intero ciclo del fuoco, dal Target Engagement fino agli ordini di intervento, attraverso l’Operational Training System e l’utilizzo di full motion video dai droni reali, con effetti al suolo generati grazie all’impiego del sistema VBS. fonte: Il 5° “SUPERGA” conclude la “DEEP FIRE 1/2025” - Esercito Italiano
- Investigatore privato: una professione che spopola tra i giovani! (di Emanuela Lentini)
Saranno forse ispirati dalle serie tv o dai film, ma oggi sempre più giovani vogliono lavorare nelle agenzie investigative, ma come si diventa investigatore privato? Prima di tutto bisogna intraprendere studi universitari, ci sono varie università, anche telematiche, che offrono corsi di laurea appositi. I corsi di laurea previsti per lavorare in questo settore sono laurea in giurisprudenza, laurea triennale in economia, psicologia forense, scienze politiche, scienze dell'investigazione. Successivamente bisogna fare tre anni di pratica come dipendente presso un investigatore privato autorizzato da almeno cinque anni. Molti dei professionisti del settore operano grazie ad una licenza ottenuta con le regole vigenti nel vecchio ordinamento, risalenti alla normativa contenuta nel Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (T.U.L.P.S.), approvato R.D. n. 773 del 18 giugno 1931. Tale normativa è stata notevolmente modificata in seguito all’emanazione del D.M. n. 269/2010, il quale ha disciplinato nel dettaglio l’esercizio dell’investigazione privata in Italia, fonte d’ispirazione anche per altri paesi europei. Per svolgere l'attività di investigatore privato, è quindi obbligatorio, dopo gli studi, ottenere la licenza rilasciata dalla Prefettura territorialmente competente, dimostrando di avere tutti i requisiti necessari: - essere cittadini italiani, ovvero della comunità europea; -non aver riportato condanne per delitti non colposi, non essere stati sottoposti a misure di sicurezza personale o ad ammonizioni, non essere stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, non aver riportato condanne per delitti contro la personalità dello stato o contro l'ordine pubblico ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza o per furto, rapina, estorsione, ovvero per violenza e resistenza all'autorità; - partecipazione a corsi di perfezionamento teorico-pratico in materia di investigazioni private ad indirizzo civile, organizzati da enti riconosciuti dalle Regioni e accreditati presso il Ministero dell'Interno. La licenza ha durata triennale ed abilita alla direzione di un istituto di investigazioni private. La domanda per ottenere il rilascio della licenza deve essere sottoscritta dal titolare dell'impresa, o legale rappresentante, ha carattere rigorosamente personale, pertanto il detentore della licenza è il soggetto titolare dei poteri di direzione e gestione dell'attività. Lavorare senza essere in possesso di tale licenza porterà ad incorrere in una condanna per esercizio abusivo della professione, dove possono aggiungersi per condotta: la violazione della privacy, il reato di atti persecutori e altri atti previsti nel nostro ordinamento. Sei anche tu interessato a questa figura professionale? Noi della SQUAD SMPD possiamo aiutarti e indirizzarti verso il tuo futuro! Iscriviti che aspetti?! Articolo di: Referente CIIE LENTINI Emanuela





