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Inchiostro di possesso: la nuova frontiera della violenza psicologica sulle donne (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)

 

 

Joke è una donna olandese il cui ex partner, Hans, le ha impresso sul corpo 250 tatuaggi senza il suo consenso, inclusi il proprio nome e messaggi di «proprietà». Utilizzando una macchinetta acquistata online, l’uomo è arrivato a coprirle circa il 90% della pelle, marchiandola come se fosse un oggetto.

Grazie al sostegno della fondazione Spijt van Tattoo, Joke ha potuto intraprendere un lungo percorso di rimozione laser per cancellare quei segni. Oggi spera che la sua storia possa essere d'aiuto per altre vittime di abusi, dimostrando che è possibile riconquistare l'autonomia e la proprietà del proprio corpo anche dopo una violenza così estrema.

Il fenomeno dell’imposizione di tatuaggi — recanti il nome, le iniziali o simboli di appartenenza del partner sul corpo della donna — rappresenta una delle manifestazioni più insidiose e profonde della violenza di genere contemporanea. Spesso contrabbandato come un "gesto d'amore estremo", una prova di devozione assoluta o un romanticismo portato all'eccesso, questo atto si configura in realtà come un vero e proprio atto di coercizione fisica e psicologica, volto a cancellare la sovranità della persona sul proprio corpo.

Nell'era contemporanea la violenza sulle donne ha affinato le sue forme, affiancando alle aggressioni fisiche e al controllo economico pratiche invisibili ma altamente simboliche. Imporre un tatuaggio significa invadere la sfera più intima dell'identità corporea. L'incisione del nome dell'agente maltrattante sulla pelle della vittima risponde prima di tutto alla necessità di affermare una presenza costante: il nome sulla cute ricorda alla donna chi detiene il potere su di lei, anche quando l'uomo non è fisicamente presente. Si tratta di un promemoria visivo di subordinazione che agisce sulla psiche a ogni sguardo allo specchio.

Attraverso questa pratica, la donna viene declassata da soggetto autonomo a oggetto di proprietà. La logica sottostante è del tutto assimilabile a quella della punzonatura o del marchio che storicamente veniva imposto al bestiame o agli schiavi per segnalarne l'appartenenza a un padrone. A rendere ancora più grave questa forma di violenza è la natura permanente dell'inchiostro: l'idea del "per sempre" mira a proiettare il controllo nel futuro, cercando di invalidare qualsiasi prospettiva di emancipazione o di una vita autonoma, persino nell'ipotesi di una futura separazione.

Anche la collocazione del tatuaggio sul corpo risponde a precise strategie di isolamento sociale. Quando il marchio viene collocato in punti ben visibili, come il collo, il viso o le mani, funziona come un segnale d'avvertimento verso il mondo esterno, teso a scoraggiare la rete di relazioni sociali e l'avvicinamento di altre persone. Al contrario, quando viene collocato in zone intime o coperte, risponde a una logica di appropriazione riservata, ribadendo chi possiede la sfera sessuale e privata della vittima. La coercizione, peraltro, viene quasi sempre esercitata tramite un'esasperante pressione psicologica: la richiesta viene presentata come un test di lealtà, dove l'eventuale rifiuto della donna viene ritratto come mancanza d'amore o persino come un tradimento.

Riconoscere questa dinamica all'interno delle forme di controllo coercitivo è fondamentale per comprendere la complessità della violenza psicologica. Per molte donne sopravvissute a queste relazioni, cancellare o coprire un tatuaggio imposto tramite la rimozione laser o tecniche di cover-up non è semplicemente un intervento estetico, ma un profondo atto di liberazione. Rimuovere dal proprio corpo l'inchiostro dell'aggressore rappresenta il recupero della sovranità sul proprio fisico e il primo, decisivo passo per riappropriarsi della propria identità e della propria libertà.

L'uso della modifica corporea forzata, che si tratti di marchio a fuoco o di tatuaggio coercitivo, ha una storia millenaria. Prima di diventare una forma di espressione personale o d'arte, l'incisione sulla pelle è stata uno dei primissimi strumenti tecnologici di identificazione, controllo sociale e dominazione.

La parola stessa che oggi usiamo per indicare la discriminazione — stigma — deriva dal greco antico (), il cui significato originale era letteralmente "tatuaggio" o "marchio impresso a fuoco".

Troviamo traccia in Mesopotamia e in Egitto già nel III millennio a.C., i testi cuneiformi documentano come gli schiavi venissero marchiati con simboli o nomi del padrone o del tempio, per chiarirne la proprietà giuridica e punire i tentativi di fuga.

In Grecia e nell’antica Roma, i cittadini liberi non si tatuavano. Il tatuaggio forzato era riservato a prigionieri di guerra, criminali e schiavi. A Roma, agli schiavi fuggitivi veniva tatuata sulla fronte la lettera F o la parola FUR “ladro” In questo modo, il corpo stesso diventava un documento d'identità inalienabile e una prigione a cielo aperto.

Durante il Medioevo e nell'Età Moderna europea, il marchio a fuoco sulla pelle si trasformò in una vera e propria sanzione penale istituzionalizzata.

Chi si macchiava di furto, eresia o diserzione veniva marchiato a fuoco in punti ben visibili come la guancia o la spalla. In Francia, ad esempio, i condannati venivano marchiati con il simbolo del giglio (fleur-de-lis), rendendo impossibile il reinserimento sociale.

Il marchio serviva a rendere pubblico il reato e ad avvertire la comunità del pericolo, disumanizzando il condannato e privandolo della dignità di cittadino.

Tra il XVI e il XIX secolo, la marchiatura a fuoco raggiunse una scala industriale drammatica.

I mercanti di schiavi europei e i proprietari delle piantagioni nelle Americhe, usavano ferri incandescenti con le proprie iniziali per marchiare il petto o le spalle degli uomini e delle donne deportati dall'Africa. Quest’atto aveva tre scopi: Identificazione commerciale per il trasporto e le compravendite. La spersonalizzazione, cancellando l'identità e il nome di origine della persona e la sottomissione psicologica, imponendo il dolore fisico come prima lezione di obbedienza assoluta al nuovo "padrone".

L'esito più estremo e sistematico del tatuaggio coatto si è avuto durante il XX secolo con il regime nazista nei campi di concentramento e sterminio, in particolare ad Auschwitz-Birkenau.

I prigionieri venivano tatuati con un numero di matricola sul braccio sinistro. Questo gesto rappresentava il vertice della spersonalizzazione burocratica: l'essere umano veniva spogliato del proprio nome, sostituito da una cifra alfanumerica. Il tatuaggio non indicava solo l'appartenenza allo Stato totalitario, ma trasformava la persona in un numero di inventario sostituibile e destinato all'annientamento.

Attraverso i secoli e le culture, l'imposizione di un marchio o di un tatuaggio ha sempre risposto alla medesima struttura di potere: chi detiene la forza scrive sulla pelle di chi subisce.

Che si tratti di un impero antico, di una potenza coloniale o, nelle dinamiche tossiche contemporanee, di un partner maltrattante, la logica sottostante rimane invariata: utilizzare l'illegittimità del dolore e l'indelebilità dell'inchiostro per trasformare la carne altrui in un manifesto della propria dominazione.

 




· Evan Stark (2007), Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life, Oxford University Press.

· Bessel van der Kolk (2014), The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma, Viking Press.

· David Le Breton (2002), Antropologia del corpo e modernità, Giuffrè Editore.

· Victoria Pitts (2003), In the Flesh: The Cultural Politics of Body Modification, Palgrave Macmillan.

· Dipartimento per le Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri, Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne.

· C. P. Jones (1987), Stigma: Tattooing and Branding in Graeco-Roman Antiquity, in «The Journal of Roman Studies», Vol. 77, pp. 139-155.

· Erodoto, Storie; Svetonio, De vita Caesarum; Ezio di Amida, Tetrabiblon.

· Marcus Rediker (2007), The Slave Ship: A Human History, Viking Press.

· Archivio e Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, Tatuaggi e numerazione dei prigionieri nel complesso concentrazionario di Auschwitz.

 

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