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  • Russia, Putin ammette l’emergenza interna: "Carenza di carburante dopo gli attacchi ucraini", Mosca verso stop all’export

    Costretto ad ammettere pubblicamente le difficoltà interne provocate da quattro anni di guerra, quello che 52 mesi dopo è un evidente fallimento rispetto alle prospettive iniziali del Cremlino: arrivare a Kiev, estromettere il governo Zelensky e annettere o quantomeno rendere l’Ucraina uno “Stato fantoccio”. Domenica intervenendo al 23esimo congresso di Russia Unita, il suo partito, Vladimir Putin ha dovuto ammettere di fronte alla platea e alla nazione che la crisi nel Paese c’è, ma allo stesso tempo ribandendo che il Cremlino non intende fermarsi e fronteggiare così quella che lo Zar ha definito un tentativo da parte delle “élite occidentali” di “destabilizzare la Russia”. Nel suo lungo discorso a far scalpore non sono le solite minacce e accuse nei confronti di Europea e Paesi occidentali, quanto l’ammissione che le conseguenze della guerra sono un problema reale che tocca tutti i cittadini russi. Nel Paese “ci sono file alle pompe di benzina e i tipi di carburante necessari non sono sempre disponibili”, è stato costretto ad ammettere Putin, annunciando che è in discussione un blocco totale delle esportazioni di diesel per fronteggiare i problemi all’Interno della Federazione, ulteriormente aggravati da una campagna militare ucraina che da mesi riesce a colpire in profondità in Russia con obiettivo le infrastrutture energetiche del Paese. Nel suo intervento Putin ha quindi ribadito concetti già espressi decine e decine di volte nel recente passato, ovvero quello di una Russia ultimo baluardo contro “l’Occidente cattivo”. “Vogliono indebolirci con ogni mezzo, sbarazzarsi di noi come fattore mondiale che si è sempre frapposto al male. Nessuno ci è mai riuscito, non funzionerà ora e non funzionerà mai. La Russia può essere solo una potenza forte e indipendente, altrimenti non ci sarà più la Russia”, le parole del leader del Cremlino nel suo intervento al congresso del partito, parlando di un tentativo da parte delle “élite occidentali” di “imporci una sconfitta strategica sul campo di battaglia”. “Volevano destabilizzare la nostra società ma falliscono sempre”, ha aggiunto. Sul fronte diplomatico in una successiva intervista al giornalista Pavel Zarubin, ripresa da Ria Novosti, Putin ha assicurato che la Russia “è pronta a proseguire i colloqui con l’amministrazione statunitense” sulle questioni discusse con Donald Trump nel vertice in Alaska di Anchorage l’anno scorso, ma “dopo la fase finale della crisi iraniana”. Il leader russo ha anche rivelato di aver ricevuto proposte dall’Ucraina per cessare gli attacchi sistematici da entrambe le parti e limitare le ostilità alle regioni di Kherson e Zaporizhia, oltre che nel Donetsk e Luhansk. “Ci sono nuove proposte, ma sono pronto a citarne alcune. Ad esempio, fermare gli attacchi in profondità da entrambe le parti. È chiaro il motivo di questa proposta, perché i nostri attacchi di rappresaglia in profondità nel territorio ucraino sono molto più potenti, efficaci e, francamente, distruttivi, e portano a conseguenze davvero gravi per il regime di Kiev”, le dichiarazioni di Putin. Russia, Putin ammette l’emergenza interna: "Carenza di carburante dopo gli attacchi ucraini", Mosca verso stop all’export

  • Salvò alcune ragazze a Cadorna: annullata la destituzione, la guardia giurata tornerà in servizio

    Lo avevamo raccontato mesi fa: alcune ragazze molestate nella metropolitana di Milano, alla stazione di Cadorna, una situazione degenerata rapidamente tra minacce, tensione e bottiglie utilizzate come armi improprie. In quel contesto una guardia giurata ATM decise di non voltarsi dall’altra parte. Un intervento rapido, senza colpi esplosi, con finalità esclusivamente deterrenti: gli aggressori desistono, si allontanano, le giovani vengono messe in sicurezza e nessuno rimane ferito. A fronte di questo esito, tuttavia, arrivò il provvedimento più duro possibile: la destituzione dal servizio. Successivamente è emerso anche un procedimento amministrativo avviato dalla Questura di Milano, destinato a incidere sull’abilitazione di Guardia Particolare Giurata. Il passaggio è tecnico ma inequivocabile: ai sensi dell’articolo 7 della legge 241/1990 viene contestato un episodio avvenuto il 23 marzo 2026 presso la stazione M1 di Cadorna, nel quale l’arma sarebbe stata estratta «per mantenere a distanza amici di un soggetto coinvolto in uno scontro fisico». In altri termini, quello che nel racconto dei fatti appariva come un intervento di contenimento e deterrenza è divenuto oggetto di una valutazione disciplinare formale. Una vicenda che ha alimentato per mesi un dibattito sul rapporto tra sicurezza reale, responsabilità operativa e tutela di chi quotidianamente è chiamato a garantire l’incolumità dei cittadini. Oggi, però, arriva una svolta destinata a cambiare radicalmente il significato dell’intera vicenda. Il Consiglio di Disciplina, riunitosi il 9 giugno 2026, ha infatti accolto il ricorso presentato dalla guardia giurata contro il provvedimento espulsivo adottato nei suoi confronti. Con delibera notificata il 25 giugno 2026, una sospensione dal servizio e dalla retribuzione della durata di quindici giorni dal servizio sostiuisce e annulla la destituzione . Contestualmente è stata revocata la sospensione cautelare, mentre ATM provvederà a comunicare le modalità della ripresa dell’attività lavorativa. In altre parole, la guardia giurata tornerà in servizio. Una decisione che rappresenta una significativa vittoria sul piano professionale e umano e che conferma pienamente quanto sostenuto sin dall’inizio dallo Studio Boreatti Colangelo, che aveva sempre denunciato la manifesta sproporzione tra un gesto che, nei fatti, ha consentito di mettere in salvo alcune ragazze e la sanzione più grave prevista dall’ordinamento disciplinare aziendale. Per mesi lo Studio Boreatti Colangelo ha sostenuto che vi fosse una distanza evidente tra la condotta contestata e il licenziamento irrogato, evidenziando come l’intervento della guardia giurata, pur suscettibile di valutazioni disciplinari, esistesse in un contesto di concreto pericolo e avesse avuto un esito inequivocabilmente positivo: nessun colpo esploso, nessun ferito, nessuna escalation, ma alcune giovani sottratte a una situazione che rischiava di degenerare ulteriormente. Il Consiglio di Disciplina ha ora stabilito che quella condotta non meritava la destituzione. E’ ancora aperto il procedimento amministrativo davanti alla Questura, ma sul piano disciplinare aziendale il giudizio è ormai chiaro: una nuova sanzione conservativa ha sostituito il licenziamento. Che non esiste più. Dopo mesi di polemiche, accuse e prese di posizione, arriva dunque una decisione che restituisce dignità professionale alla guardia giurata e che finisce inevitabilmente per dare ragione allo Studio Boreatti Colangelo, che aveva sempre affermato come fosse profondamente sproporzionato equiparare un gesto che molti hanno definito eroico alla più grave delle sanzioni disciplinari. A questo punto sarebbe auspicabile che qualcuno, all’interno di ATM, trovasse il coraggio di riconoscere l’errore commesso. Perché l’annullamento della destituzione costituisce una conferma inequivocabile: chi parlava di sproporzione aveva ragione. E forse, oltre alle scuse dovute al lavoratore coinvolto, sarebbe opportuno che qualcuno riflettesse seriamente sulle proprie responsabilità e valutasse se sia ancora opportuno continuare a ricoprire determinati incarichi. Salvò alcune ragazze a Cadorna: annullata la destituzione, la guardia giurata tornerà in servizio - Milano Post

  • Schiacciata tra due bus all'uscita del concerto di Max Pezzali, è grave

    (ANSA) - BOLOGNA, 29 GIU - Una donna di 57 anni, residente in provincia di Brescia, è rimasta ferita in modo grave dopo essere schiacciata tra due autobus, ieri sera all'uscita dal concerto di Max Pezzali allo stadio Dall'Ara di Bologna. Secondo quanto ricostruito due bus Tper erano in fila su via Andrea Costa, in fermata direzione centro, in attesa che il pubblico in uscita dal concerto salisse a bordo. Per cause in fase di accertamento, l'autobus posteriore è avanzato e ha schiacciato la donna a piedi, contro l'autobus che lo precedeva. E' stata trasportata all'ospedale Maggiore, in codice di massima gravità. (ANSA). Schiacciata tra due bus all'uscita del concerto di Max Pezzali, è grave

  • Islam e rappresentazione mediatica: oltre gli stereotipi e le semplificazioni ( dott. Khaled Alkakoni)

    Arabi e terroristi jihadisti sono categorie ovviamente completamente distinte. Facciamo un po' di chiarezza. Il terrorista jihadista corrisponde a una minoranza criminale radicale che utilizza interpretazioni distorte dell'Islam attraverso un'ideologia politica violenta. Una parte molto significativa degli attacchi terroristici e delle vittime si registra nei Paesi islamici non occidentali, dimostrando che le prime vittime dell'estremismo sono spesso gli stessi musulmani. L'Italia si colloca sotto la media rispetto ad altri Paesi dell'Unione Europea per presenza di cittadini musulmani. In Italia i musulmani sono circa 1,7 milioni di persone, pari a circa il 4% della popolazione, e non il 20% come molti erroneamente credono. È importante sottolineare che non tutti gli arabi sono musulmani. Esistono milioni di cristiani arabi in Libano, Egitto, Siria, Iraq e Giordania. Esistono inoltre arabi ebrei, drusi e appartenenti ad altre comunità religiose. La religione non definisce l'etnia araba. Circa l'80% dei musulmani nel mondo vive al di fuori del mondo arabo. Le più grandi comunità musulmane si trovano infatti in Paesi come Indonesia, Pakistan, India e Bangladesh. Diversi rapporti e studi sulla radicalizzazione evidenziano che molti terroristi jihadisti possiedono una conoscenza rudimentale dell'Islam, non frequentano regolarmente le moschee e spesso non leggono il Corano in modo approfondito. L'Islam, nelle sue principali interpretazioni religiose e nelle dichiarazioni delle maggiori autorità islamiche, condanna fermamente il terrorismo e l'uccisione di civili innocenti. Introduzione Nel dibattito pubblico contemporaneo pochi temi risultano tanto discussi e, allo stesso tempo, tanto fraintesi quanto l'Islam. Negli ultimi decenni, soprattutto in Europa e Nord America, la religione islamica è stata frequentemente associata a fenomeni quali radicalizzazione, terrorismo, conflitti culturali e problematiche legate all'immigrazione. Questa associazione, spesso amplificata dalla comunicazione mediatica e dal linguaggio politico, ha contribuito alla formazione di una percezione collettiva che tende a identificare l'Islam attraverso i suoi aspetti più controversi, trascurando la complessità storica, spirituale e culturale che caratterizza una delle maggiori tradizioni religiose dell'umanità. L'obiettivo di questo contributo non è quello di negare l'esistenza di fenomeni estremisti che si richiamano all'Islam, né di idealizzare il mondo musulmano, ma di promuovere una lettura più rigorosa e contestualizzata della realtà. Comprendere l'Islam significa infatti distinguere tra religione, cultura, identità nazionale, interpretazioni teologiche e strumentalizzazioni politiche. Islam, musulmani e mondo arabo: una distinzione necessaria Uno degli errori più frequenti nel discorso pubblico consiste nel considerare equivalenti i termini "Islam", "musulmano" e "arabo". In realtà essi indicano realtà profondamente differenti. L'Islam è una religione monoteista nata nel VII secolo nella Penisola Arabica e fondata sulla rivelazione coranica ricevuta dal profeta Muhammad. Un musulmano è una persona che aderisce a tale fede. L'essere arabo, invece, riguarda principalmente una dimensione linguistica, culturale e storica. Questa distinzione assume particolare rilevanza se si considera che la maggioranza dei musulmani nel mondo non è araba. Paesi come Indonesia, Pakistan, India e Bangladesh ospitano popolazioni musulmane numericamente superiori rispetto all'intero mondo arabo. Allo stesso tempo, esistono milioni di arabi cristiani appartenenti a diverse confessioni religiose. La sovrapposizione tra identità religiosa e appartenenza etnica rappresenta dunque una semplificazione che ostacola una corretta comprensione delle società musulmane contemporanee. Oltre le generalizzazioni: etnia, religione e radicalismo Una delle associazioni più diffuse nel dibattito pubblico contemporaneo consiste nell'identificare automaticamente l'arabo con il musulmano e il musulmano con il terrorista. Tale schema interpretativo, oltre a essere storicamente e sociologicamente scorretto, contribuisce alla diffusione di stereotipi che ostacolano una comprensione equilibrata della realtà. L'appartenenza araba rappresenta un'identità culturale e linguistica, non una confessione religiosa. Nel mondo arabo vivono infatti milioni di cristiani appartenenti a diverse Chiese orientali e occidentali, oltre a comunità di altre tradizioni religiose. Paesi come Libano, Egitto, Siria, Iraq e Giordania ospitano da secoli importanti comunità cristiane arabe che costituiscono parte integrante della storia e della cultura della regione. Parallelamente, la maggioranza dei musulmani del mondo vive al di fuori del mondo arabo. L'Islam è oggi una religione globale e multiculturale, praticata da popolazioni con tradizioni, lingue e identità differenti. Anche il fenomeno del terrorismo jihadista richiede una distinzione accurata. Le organizzazioni estremiste rappresentano una minoranza radicalizzata che utilizza riferimenti religiosi per giustificare obiettivi politici e strategie violente. Numerosi studi sulla radicalizzazione hanno evidenziato come molti soggetti coinvolti in attività terroristiche possiedano una conoscenza limitata e frammentaria della tradizione islamica e non abbiano una formazione religiosa approfondita. È inoltre significativo osservare che una parte consistente delle vittime del terrorismo jihadista appartiene alle stesse popolazioni musulmane. Questo elemento, spesso trascurato nel dibattito pubblico, dimostra come l'estremismo violento colpisca in primo luogo le società musulmane e non possa essere considerato espressione della comunità islamica nel suo insieme. Le principali autorità religiose musulmane e numerose istituzioni islamiche nel mondo hanno più volte condannato il terrorismo, ribadendo l'incompatibilità tra l'uccisione deliberata di civili innocenti e i principi fondamentali della fede islamica. I principi etici e spirituali dell'Islam Come le altre grandi religioni monoteiste, l'Islam si fonda su principi morali che riguardano il rapporto dell'essere umano con Dio e con la comunità. Nel Corano e nella tradizione profetica trovano ampio spazio concetti quali la misericordia, la giustizia, la solidarietà sociale, la responsabilità individuale e il rispetto della dignità umana. La carità verso i più deboli, l'assistenza ai poveri, la protezione degli orfani e il sostegno alle persone vulnerabili costituiscono elementi centrali dell'etica islamica. È significativo osservare come il termine stesso "Islam" condivida la medesima radice linguistica araba della parola "salam", che significa pace. Sebbene l'etimologia non esaurisca il significato teologico della religione, essa testimonia l'importanza attribuita ai concetti di armonia, riconciliazione e sottomissione volontaria a Dio. Naturalmente, come accade in tutte le tradizioni religiose, i testi sacri possono essere interpretati in modi differenti e talvolta contrapposti. Tuttavia, giudicare una religione esclusivamente attraverso le interpretazioni più radicali significa ignorare la pluralità delle sue correnti, delle sue scuole giuridiche e delle sue tradizioni spirituali. La questione del terrorismo e dell'estremismo Uno dei principali fattori che hanno contribuito alla costruzione di una percezione negativa dell'Islam è rappresentato dagli attentati terroristici compiuti da organizzazioni che si dichiarano islamiche. È fondamentale riconoscere che tali gruppi esistono e che hanno causato enormi sofferenze in diverse parti del mondo. Tuttavia, è altrettanto importante sottolineare che l'esistenza di organizzazioni estremiste non autorizza a identificare una religione professata da quasi due miliardi di persone con le azioni di una minoranza violenta. Dal punto di vista sociologico e politologico, il terrorismo contemporaneo nasce da una combinazione complessa di fattori politici, economici, geopolitici e ideologici. La religione viene spesso utilizzata come strumento di legittimazione simbolica, ma raramente costituisce l'unica causa dei fenomeni di radicalizzazione. Molti studiosi hanno inoltre evidenziato come le principali vittime del terrorismo jihadista siano state, e continuino a essere, le stesse popolazioni musulmane. Questo dato contribuisce a ridimensionare l'idea di uno scontro tra Islam e resto del mondo e invita a interpretare il fenomeno in maniera più articolata. Il ruolo dei media nella costruzione dell'immaginario collettivo La comunicazione mediatica svolge un ruolo decisivo nella formazione delle rappresentazioni sociali. Le notizie tendono naturalmente a privilegiare eventi eccezionali, conflitti e situazioni di crisi. Di conseguenza, il cittadino medio entra più frequentemente in contatto con immagini dell'Islam associate a guerre, attentati o tensioni sociali piuttosto che con la quotidianità ordinaria di milioni di famiglie musulmane. Questa dinamica non implica necessariamente una volontà deliberata di manipolazione, ma produce un effetto di selezione che può influenzare profondamente la percezione pubblica. Quando una comunità viene raccontata quasi esclusivamente attraverso episodi negativi, il rischio di generalizzazione diventa elevato. La figura del musulmano viene così spesso ridotta a una categoria astratta, mentre scompaiono le molteplici realtà che caratterizzano il mondo islamico: professionisti, insegnanti, medici, ricercatori, imprenditori, artisti e cittadini impegnati nella vita sociale dei propri Paesi. Conclusioni In un'epoca caratterizzata da crescente interconnessione culturale, la comprensione reciproca rappresenta una necessità sociale prima ancora che accademica. L'Islam, come ogni grande tradizione religiosa, non può essere compreso attraverso immagini semplificate o categorie stereotipate. Confondere una religione con le azioni di gruppi estremisti significa rinunciare all'analisi critica e favorire la diffusione di pregiudizi. Una conoscenza fondata sullo studio, sul confronto e sulla contestualizzazione storica consente invece di distinguere tra fede religiosa, appartenenza culturale e strumentalizzazioni ideologiche. Comprendere questa distinzione non significa ignorare i problemi esistenti o rinunciare al confronto critico, ma riconoscere che nessuna comunità di quasi due miliardi di persone può essere definita attraverso le azioni di una minoranza radicalizzata. Solo attraverso la conoscenza, il dialogo e l'analisi rigorosa è possibile costruire una visione più equilibrata e autentica dell'Islam e del suo ruolo nel mondo contemporaneo. Articolo a cura dott. Khaled Alkakoni

  • Cybersecurity nella PA, la sicurezza diventa infrastruttura pubblica

    La cybersecurity nella PA non è più un tema tecnico separato dalla trasformazione digitale, ma una condizione essenziale per garantire servizi pubblici affidabili, continuità operativa, protezione dei dati e fiducia dei cittadini. NIS2, resilienza cyber, formazione e governance diventano elementi centrali La trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione si è vista, dove è riuscita, prevalentemente attraverso i suoi aspetti visibili: le piattaforme, i portali, i servizi online, l’interoperabilità tra enti, la dematerializzazione dei procedimenti, tutti aspetti che hanno contribuito a orientare investimenti, politiche e aspettative. Ma un elemento essenziale è rimasto in secondo piano: la cybersecurity, e non perché fosse assente, ma perché veniva percepita, e spesso effettivamente trattata, come una questione tecnica separata, per specialisti ICT. Oggi la sicurezza informatica nella PA non è più un capitolo collaterale dell’agenda digitale: è la sua condizione di esistenza; non si può erogare un servizio pubblico digitale affidabile senza presidiare la sua sicurezza, garantendo che i dati dei cittadini siano protetti, che i sistemi siano disponibili, che gli accessi siano tracciabili, che le interruzioni vengano gestite con competenza. La cybersecurity, in questo senso, è diventata infrastruttura invisibile: non la si vede quando funziona, ma la si sente immediatamente quando viene meno. Indice degli argomenti La cybersecurity nella PA come infrastruttura invisibile Il cambio di paradigma: dal perimetro alla resilienza La Direttiva NIS2 e il nuovo quadro della cybersicurezza Continuità del servizio e del dato come fondamenta verso la fiducia Sicurezza informatica, usabilità e accesso ai servizi digitali Formazione, cultura e leadership: il fattore umano al centro della sicurezza Il cittadino al centro: fiducia come esito di un’esperienza Frammentazione della PA e capacità cyber degli enti locali Fiducia digitale e qualità democratica La cybersecurity nella PA come infrastruttura invisibile Basta osservare la cronaca degli ultimi anni per rendersene conto. Nel 2021 l’attacco ransomware nel periodo estivo alla Regione Lazio ha paralizzato per settimane il sistema di prenotazione vaccinale, proprio nel pieno della campagna anti-Covid: un danno che non era soltanto tecnico, ma sanitario, organizzativo e di credibilità istituzionale. Nel 2023 diversi Comuni italiani hanno subito compromissioni dei propri sistemi, con dati di cittadini esposti o servizi interrotti per giorni. A livello europeo, l’attacco al sistema informatico del Parlamento Europeo nel dicembre 2022 ha dimostrato che nessuna istituzione, per quanto rilevante, può considerarsi immune. Non si tratta di episodi isolati: si tratta di segnali strutturali che indicano come il rischio cyber sia diventato una delle variabili ordinarie del governo digitale. Ciò che cambia, rispetto al passato, non è soltanto la frequenza o la sofisticazione degli attacchi, ma il vero cambiamento sta nella natura delle conseguenze. Quando un sistema pubblico viene compromesso, il danno non riguarda solo dati o infrastrutture: riguarda i diritti. L’accesso al fascicolo sanitario, la trasmissione di un documento fiscale, la prenotazione di un servizio sociale, il pagamento di un tributo: tutti questi atti presuppongono che i sistemi funzionino, che i dati siano integri, che l’identità dell’utente sia verificata, che la transazione vada a buon fine. Quando qualcosa si rompe in questa catena, non è solo il sistema a fallire, ma la promessa pubblica tra PA e cittadini. Un incidente di sicurezza può erodere in pochi giorni la fiducia istituzionale che anni di investimenti nell’innovazione hanno contribuito a costruire. Da qui discende una conseguenza diretta sul piano della governance: la cybersecurity non può continuare a essere una responsabilità esclusiva dei tecnici. È una responsabilità dirigenziale, organizzativa, politica, in cui i vertici di un’amministrazione pubblica devono sapere leggere i rischi legati al mondo cyber così come leggono i rischi finanziari o legali; devono allocare risorse, supervisionare processi, richiedere rendicontazioni, approvare piani di risposta. Non devono diventare esperti di sicurezza informatica, ma debbono smettere di trattare la cyber come una questione che li riguarda solo quando sorge una problematica, pensando di relegarla ad un tema esclusivamente tecnico/tecnologico. Il cambio di paradigma: dal perimetro alla resilienza Per comprendere dove si trova oggi la sfida della cybersecurity nella PA, è utile partire da una distinzione concettuale che, negli ultimi anni, ha ridisegnato l’intera disciplina: quella tra sicurezza perimetrale e resilienza sistemica. Il modello tradizionale era fondato sull’idea del perimetro: l’organizzazione aveva una rete interna, protetta da firewall, antivirus, policy di accesso. Tutto ciò che era dentro il perimetro era considerato tendenzialmente sicuro, tutto ciò che era fuori, potenzialmente pericoloso. Questo modello ha avuto senso per decenni, ma è entrato in crisi progressiva con l’avvento del cloud computing, del lavoro ibrido, della moltiplicazione dei dispositivi connessi, dell’interoperabilità tra sistemi diversi, dell’integrazione con fornitori esterni. Oggi il perimetro non esiste più in senso stretto. O meglio: esiste, ma è diventato mobile, distribuito, poroso. Nella PA italiana, questo cambiamento è particolarmente evidente. La migrazione verso il Cloud Nazionale (il Polo Strategico Nazionale, PSN), promossa dalla strategia nazionale cloud del Dipartimento per la trasformazione digitale, porta vantaggi enormi in termini di scalabilità, affidabilità e sicurezza gestita, ma porta anche nuove sfide; ci si chiede come si possa garantire la sicurezza dei dati in transito tra sistemi on-premise e cloud, come gestire le identità in ambienti ibridi, come presidiare gli accessi privilegiati, come garantire la visibilità degli eventi di sicurezza in ecosistemi distribuiti. Sono aspetti operativi che richiedono risposte tecniche e organizzative concrete. Il concetto che meglio risponde a questa complessità non è più sicurezza, ma resilienza. La resilienza cyber indica la capacità di un’organizzazione di resistere a un attacco, di rilevarlo tempestivamente, di limitarne le conseguenze, di ripristinare le funzionalità nel minor tempo possibile e di imparare dall’esperienza. Non è l’obiettivo utopico dell’impenetrabilità totale, ma qualcosa di più realistico e, paradossalmente, più ambizioso: la capacità di continuare a funzionare, o di tornare a farlo rapidamente, anche quando qualcosa va storto. Questa visione ha importanti implicazioni pratiche. Significa che le organizzazioni devono investire non solo in tecnologie di prevenzione, ma anche in sistemi di rilevamento precoce degli incidenti (come i SIEM, Security Information and Event Management), in capacità di risposta rapida (i cosiddetti CERT o CSIRT interni o condivisi), in piani di business continuity e disaster recovery testati e aggiornati, in procedure documentate per la gestione delle crisi. Il National Computer Security Incident Response Team (CSIRT Italia), istituito presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), rappresenta il punto di riferimento nazionale per la gestione degli incidenti informatici: le amministrazioni pubbliche che segnalano tempestivamente gli eventi critici beneficiano di supporto tecnico specialistico e contribuiscono a costruire una conoscenza collettiva delle minacce. La maturità cyber di un ente non si misura nella perfezione dei suoi sistemi, ma nella sua capacità di rispondere, adattarsi e imparare dagli eventi critici. La Direttiva NIS2 e il nuovo quadro della cybersicurezza Il 16 gennaio 2023 è entrata in vigore la Direttiva (UE) 2022/2555, comunemente nota come NIS2 (Network and Information Security 2), che ha abrogato e sostituito la precedente Direttiva NIS del 2016. Recepita in Italia con il Decreto Legislativo 4 settembre 2024, n. 138, la NIS2 rappresenta il provvedimento normativo più significativo degli ultimi anni in materia di cybersicurezza per le organizzazioni pubbliche e private che operano in settori critici. La NIS2 introduce un approccio radicalmente diverso rispetto al passato. Non si limita a imporre misure minime di sicurezza: definisce un quadro organico di obblighi che riguardano la governance, la gestione del rischio, la segnalazione degli incidenti, la sicurezza della catena di fornitura e la responsabilità dei vertici aziendali e istituzionali. Per le pubbliche amministrazioni rientranti nell’ambito di applicazione, l’impatto è sostanziale. A livello operativo, la NIS2 va letta congiuntamente ad altri strumenti del quadro normativo europeo e nazionale. Il Regolamento (UE) 2022/2554 (DORA) disciplina specificamente la resilienza operativa digitale per il settore finanziario. Il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) continua a regolare la protezione dei dati personali, con implicazioni dirette nella gestione degli incidenti che comportano violazioni di dati. La Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026, elaborata dall’ACN, definisce le priorità e gli investimenti italiani nel settore. E il Piano Triennale per l’informatica nella PA include esplicitamente la cybersicurezza tra le leve della trasformazione digitale pubblica. Insieme, questi strumenti delineano un quadro che per la prima volta attribuisce alla sicurezza informatica lo spessore di una politica pubblica strutturata, non di un mero adempimento tecnico. Continuità del servizio e del dato come fondamenta verso la fiducia C’è un aspetto della cybersecurity che spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico, pur essendo tra quelli più direttamente percepibili dai cittadini: la continuità del servizio. Non si tratta solo di evitare che i dati vengano rubati o che i sistemi vengano compromessi, ma di garantire che i servizi pubblici digitali siano disponibili quando servono: quando un cittadino deve rinnovare un documento, accedere ai propri referti medici, verificare una posizione previdenziale, pagare un tributo in scadenza, presentare una domanda di contributo. La continuità operativa non è un concetto astratto, è la traduzione pratica della promessa implicita che ogni servizio pubblico digitale fa al proprio utente, che può essere mantenuta solo se l’amministrazione ha investito in ridondanza delle infrastrutture, in sistemi di backup e ripristino, in architetture che tollerano i guasti senza collassare, in piani di disaster recovery aggiornati e testati periodicamente. Nella PA italiana, questo tipo di investimento è stato storicamente diseguale: alcune grandi amministrazioni centrali hanno sviluppato capacità sofisticate, mentre moltissimi enti locali operano ancora con infrastrutture fragili, scarsamente ridondanti e prive di piani di continuità strutturati. Un tema strettamente connesso è quello della continuità del dato. La disponibilità di un servizio non vale nulla se i dati su cui quel servizio si basa sono stati alterati, persi o resi inaccessibili. La data integrity è uno dei principi fondamentali della sicurezza informatica, ma nella PA assume una dimensione ulteriore: i dati pubblici non sono solo asset informatici, sono registri di diritti, posizioni giuridiche, identità, storie amministrative. Un dato alterato non è solo un errore tecnico: è potenzialmente un falso, un atto lesivo di diritti, una compromissione della certezza giuridica. Per questo la gestione della continuità del dato richiede, oltre ai consueti strumenti di backup e replica, anche meccanismi di verifica dell’integrità, controlli di coerenza, log di audit che consentano di ricostruire la storia di ogni modifica, e procedure di ripristino che garantiscano la correttezza e la tracciabilità dei dati ripristinati. In un’amministrazione che ambisce alla qualità del dato come fondamento della personalizzazione dei servizi e dell’efficienza amministrativa, la sicurezza non è solo protezione: è garanzia epistemica. Senza di essa, il dato pubblico smette di essere affidabile. Sicurezza informatica, usabilità e accesso ai servizi digitali Una delle obiezioni più frequenti che si incontrano quando si parla di cybersecurity nella PA è che la sicurezza si paga in termini di usabilità: più si aumentano i livelli di protezione, più si complica l’accesso per l’utente. Autenticazioni a più fattori, password complesse, sessioni brevi, verifica dell’identità: tutto questo rende il sistema più sicuro, ma anche più faticoso da usare. Il rischio è che la sicurezza diventi una barriera, soprattutto per le fasce di utenza meno digitalizzata. Il problema è reale, ma l’alternativa non è rinunciare alla sicurezza per favorire l’accesso. L’alternativa è progettare la sicurezza in modo intelligente, mettendo al centro l’esperienza dell’utente. Il principio del security by design, spesso evocato nel dibattito tecnico, ha una diretta implicazione per il design dei servizi: la sicurezza deve essere incorporata nel flusso dell’esperienza utente in modo che sia efficace senza essere percepita come ostacolo. Un esempio paradigmatico, in Italia, è quello di SPID e della CIE (Carta d’Identità Elettronica). Formazione, cultura e leadership: il fattore umano al centro della sicurezza Nella stragrande maggioranza dei casi si può osservare come il vettore iniziale di un attacco è il fattore umano. Phishing, social engineering, credenziali compromesse, errori di configurazione, comportamenti incauti: l’elemento umano rimane la principale superficie di attacco, indipendentemente dalla sofisticazione delle tecnologie di difesa adottate. Il rischio che si corre, specie nel pubblico, è quello di una formazione sulla cybersicurezza ridotta a moduli e-learning generici, completati una volta l’anno per adempiere a un obbligo formale; questo approccio non produce risultati apprezzabili, perché la formazione diventa efficace solo se contestualizzata, continua e differenziata per ruolo. L’ACN ha pubblicato nel 2023 il Quadro Nazionale per la Cybersicurezza e la Protezione dei Dati, che include specifiche indicazioni per la formazione e la sensibilizzazione degli operatori pubblici; il quadro si allinea al NIST Cybersecurity Framework, ormai standard internazionale di riferimento, e introduce una struttura di competenze differenziata che può essere utilizzata dalle amministrazioni per progettare percorsi formativi adeguati. Un altro aspetto spesso trascurato è la comunicazione interna sulla sicurezza; occorre costruire un ambiente di lavoro in cui le persone si sentono incoraggiate a segnalare anomalie, a fare domande, a esprimere dubbi senza timore di essere giudicate incompetenti. In molte organizzazioni, il timore di fare brutta figura impedisce la segnalazione tempestiva di incidenti o comportamenti sospetti, con conseguenze ben peggiori, e riuscire a porre un clima psicologicamente sicuro attorno alla sicurezza informatica è un compito di leadership, prima ancora che un compito tecnico. Proprio per questo la formazione della dirigenza pubblica sulla cybersicurezza deve diventare un investimento sistematico. Il cittadino al centro: fiducia come esito di un’esperienza Tutto ciò che abbiamo analizzato porta ad una questione di prospettiva: nella maggior parte dei dibattiti tecnici e normativi sulla cybersecurity, il punto di osservazione è quello dell’organizzazione, cosa fare per ottenere protezione dei sistemi, certificazioni, come adempiere agli obblighi normativi; esiste però un’altra prospettiva altrettanto importante, che nel dibattito pubblico rimane spesso sullo sfondo: quella del cittadino. Il cittadino non vede le architetture di sicurezza, non legge i report di audit, non conosce le policy di gestione degli incidenti. Il cittadino di fatto accedendo ed utilizzando i sistemi e le piattaforme della PA vive un’esperienza; da questa esperienza, cumulata nel tempo e condivisa con altri, emerge un giudizio, sull’affidabilità o meno dei sistemi utilizzati, da cui deriva appunto la fiducia verso l’ente e il giudizio sulla gestione del digitale nella PA italiana. La fiducia digitale, in questo senso, non è un concetto astratto, è il risultato aggregato di milioni di esperienze individuali, ognuna delle quali è influenzata dalla qualità tecnica dei sistemi, dalla chiarezza dell’interfaccia, dalla velocità del servizio, dalla correttezza della gestione dei dati, dalla risposta in caso di problemi. La cybersecurity, nella sua accezione più ampia, contribuisce a tutte queste dimensioni. Di fatto un sistema sicuro è anche un sistema affidabile, disponibile, integro, tracciabile, ovvero la sicurezza non rimane separata dalla qualità del servizio ma ne è una componente costitutiva. Il Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione Europea misura ogni anno il grado di digitalizzazione degli stati membri, includendo indicatori specifici sulla fiducia digitale dei cittadini. I dati degli ultimi anni mostrano un miglioramento progressivo dell’Italia, ma anche una persistente distanza rispetto ai paesi più avanzati (Estonia, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi) proprio nelle dimensioni legate alla fiducia e alla sicurezza. Colmare questo gap non è solo una questione tecnica: è una questione di maturità istituzionale complessiva. Aumentare la fiducia dei cittadini verso il digitale pubblico richiede un approccio integrato. Uno dei punti, forse il più ovvio, è investire in tecnologie sicure, attività necessaria ma non sufficiente; occorre, come abbiamo visto, anche semplificare l’accesso, garantire la continuità dei servizi, formare il personale, comunicare in modo trasparente, progettare con il principio del security by design, presidiare la supply chain, formare la dirigenza, adempiere con sostanza (non solo con forma) agli obblighi della NIS2. Ognuno di questi elementi contribuisce a costruire l’esperienza di un cittadino che, accedendo a un portale pubblico, non deve chiedersi più se i propri dati siano al sicuro o meno, perché l’amministrazione ha meritato la sua fiducia. Frammentazione della PA e capacità cyber degli enti locali Uno degli aspetti più critici della cybersecurity nella PA italiana, nell’ottica della costruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini, è la sua frammentazione strutturale; il sistema delle autonomie locali conta oltre 7.900 Comuni, più di cento Province e Città metropolitane, numerose Comunità montane, Unioni di Comuni, Regioni e migliaia di enti strumentali. Ognuno di questi soggetti è, almeno in teoria, responsabile della sicurezza dei propri sistemi informatici, ognuno con dimensioni, risorse, competenze e livelli di maturità digitale molto diversi. Per un grande Comune o una Regione strutturata, l’investimento in cybersecurity è un costo gestibile all’interno di bilanci significativi, mentre per un Comune di mille abitanti, con un ufficio tecnico di due persone e un budget informatico di poche decine di migliaia di euro, il quadro è radicalmente diverso. Eppure, anche quel piccolo Comune gestisce dati sensibili, eroga servizi ai cittadini, è connesso alle reti nazionali, è soggetto agli obblighi normativi. E può essere, paradossalmente, un bersaglio appetibile proprio perché è percepito come meno protetto. La risposta strutturale a questo problema non può essere chiedere a ogni piccolo ente di costruire autonomamente una propria capacità cyber, ma occorre passare per l’aggregazione, la condivisione di servizi e competenze, la centralizzazione controllata. Il modello dei Centri di Competenza Territoriali previsto dalla Strategia Nazionale di Cybersicurezza, la centralizzazione di alcune funzioni di sicurezza a livello regionale, l’offerta di servizi SOC condivisi da parte di soggetti aggregatori: sono tutti percorsi che vanno nella direzione giusta. Un modello interessante a livello internazionale è quello dei Centri di Condivisione e Analisi delle Informazioni (ISAC, Information Sharing and Analysis Centers), presenti in diversi paesi per settori specifici (sanità, energia, trasporti, finanza). In Italia esistono esperienze in alcuni settori regolati (in particolare bancario e finanziario, grazie al CERTFin), ma il modello è ancora scarsamente diffuso nella PA. Creare meccanismi strutturati di condivisione delle informazioni sulle minacce tra enti pubblici consentirebbe di moltiplicare la capacità difensiva di ogni singola organizzazione senza che ognuna debba sostenere da sola il costo della conoscenza. La distanza tra ciò che la normativa richiede e ciò che molte amministrazioni sono oggi in grado di fare è ancora significativa. La carenza di competenze cyber nella PA è un dato strutturale che richiede anni di investimento per essere colmato. La frammentazione del sistema delle autonomie locali genera diseconomie e vulnerabilità che non possono essere risolte con strumenti puramente normativi. La cultura della sicurezza, dentro e fuori le amministrazioni, è ancora largamente insufficiente. Fiducia digitale e qualità democratica Il percorso da compiere, però, non è solo tecnico o normativo, ma prima di tutto culturale; richiede che la cybersecurity cessi di essere vissuta come un mero adempimento con costi necessari da sopportare e inizi a essere percepita come una componente della qualità istituzionale, un fattore di competitività del sistema paese, una garanzia per i diritti dei cittadini. La fiducia digitale diventa, in questo contesto, il risultato concreto di un’amministrazione virtuosa, come la forma più moderna di qualità democratica. Un’amministrazione sicura è un’amministrazione che può permettersi di essere aperta, digitale, interconnessa, capace di offrire servizi personalizzati e proattivi, in cui la sicurezza non chiude ma abilita, proteggendo non solo i sistemi ma soprattutto la relazione tra lo Stato e i suoi cittadini. Cybersecurity nella PA, la sicurezza diventa infrastruttura pubblica - Agenda Digitale

  • Agente morto a Milano, tutto quello che non torna nel racconto del conducente albanese arrestato

    È stato ascoltato dagli inquirenti Genti Berisha, il 25enne albananese che nella serata di lunedì è scappato da un posto di blocco, dando origine a un pericoloso inseguimento tra Milano e Peschiera Borromeo che ha portato alla morte dell'agente della polizia locale Francesco Imprezzabile. Il poliziotto, impegnato a inseguire l'Audi Q8, è caduto dalla moto ed è morto a causa delle ferite. Stando a quanto riferito fino ad ora, Genti Berisha è stato trovato in un'abitazione di ringhiera di via Guardi, a Monza, dopo una notte di ricerche. Con lui c'era un amico connazionale, Andrea P. L'auto, invece, è stata rinvenuta nel quartiere Satellite di Pioltello. Il 25enne, risultato avere precedenti di polizia anche se senza condanne definitive, è stato arrestato. Parlando con le forze dell'ordine, il giovane albanese ha ammesso di essersi trovato alla guida dell'auto, presa a noleggio, e di essere fuggito dal posto di blocco degli agenti della locale. "Avevo addosso un po' di hashish e siccome ho l'obbligo di firma, quando mi hanno dato l'alt sono scappato. Non volevo guai", ha dichiarato, come riportato da Il Corriere. Queste le sue parole, che tuttavia non convincono molto gli inquirenti. Così come non si capisce come mai il giovane non voglia fare i nomi dei due amici che si trovavano a bordo dell'Audi noleggiata con lui. Ciò che sappiamo, è che lunedì sera sono state tre le moto della polizia locale a lanciarsi all'inseguimento dell'Audi che non si è fermata all'alt. Fra queste, anche quella di Imprezzabile. Una corsa durata due chilometri, tra le strade strette e difficili dei campi che costeggiano Linate. Poi, la moto dell'agente 39enne perde il controllo, esce di strada, finisce nei campi. L'agente Francesco Imprezzabile finisce a terra e, malgrado il tempestivo intervento dei colleghi e dei soccorsi, perde la vita. Inutile il trasporto via elisoccorso al Niguarda, il 39enne non ha mai ripreso conoscenza. Quello che gli inquirenti devono capire è se ci sia stato o meno un contatto tra auto e moto. Per il momento ciò viene escluso. Tuttavia è da comprendere se il 25enne abbia eseguito delle manovre pericolose che possono aver causato l'incidente del poliziotto. "Non l'ho toccato, neppure mi sono accorto che era caduto", ha dichiarato. "Chiedo scusa alla famiglia e allo Stato italiano. Mi chiedo se posso fare qualcosa per i familiari". Al momento, Berisha è in arresto per per fuga pericolosa. Su di lui si indaga anche per omicidio stradale. Si attendono gli esiti degli accertamenti disposti dal pm sui mezzi coinvolti. fonte: Agente morto a Milano, tutto quello che non torna nel racconto del conducente albanese arrestato

  • La nave Yasa Moon del gruppo D’Amico esce dal Golfo Persico grazie alla Marina Militare

    Nota del gruppo. L’operazione costituisce il primo dispiegamento operativo di fatto della Marina italiana nell’area di Hormuz dopo l’intesa tra Usa e Iran, in sinergia con la Marina americana Il 21 giugno 2026, d’Amico Società di Navigazione ha comunicato in una nota che la Marina Militare ha coordinato, in collaborazione con la US Navy, il passaggio in sicurezza della portarinfuse Yasa Moon attraverso lo Stretto di Hormuz. L’operazione, stando alle indicazioni fornite dal gruppo attivo nel settore del trasporto marittimo e confermate dalla Marina Militare, è scattata quarantotto ore dopo la firma dell’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran. Di fatto l’operazione costituisce il primo dispiegamento operativo di fatto della Marina italiana nell’area di Hormuz dopo l’intesa tra Usa e Iran, in sinergia con la Marina americana. Intanto i due cacciamine Crotone e Rimini della classe Gaeta, posizionati a Gibuti da giugno nell’ambito della missione anti-pirateria Atalanta, e formalmente inquadrabili nella missione Aspides (Mar Rosso), attendono che il governo chieda il via libera al parlamento per il loro impiego nell’attività di sminamento, sotto l’ombrello di una missione internazionale, dello Stretto di Hormuz. La nota di d’Amico Società di Navigazione «d’Amico Società di Navigazione ringrazia la Marina Militare Italiana per il determinante supporto nell’uscita dal Golfo Persico della nave portarinfuse YASA MOON, noleggiata da d’Amico Dry», è il titolo della nota divulgata domenica 21 giugno dal gruppo italiano a conduzione familiare attivo nel trasporto marittimo nei settori dry cargo e product tankers. «d’Amico Società di Navigazione - si legge ancora nel documento - esprime il proprio più sentito ringraziamento alla Marina Militare Italiana ed in particolare la Squadra Navale per il supporto prezioso e costante fornito sin dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, avvenuta il 4 marzo scorso, e in modo particolare nelle operazioni degli ultimi giorni che hanno consentito l’uscita in sicurezza dal Golfo Persico della porta rinfuse YASA MOON». Interessata una nave portarinfuse «La YASA MOON - viene spiegato - è una nave portarinfuse per il trasporto di carico secco, idonea anche al trasporto di project cargo, impiegata da tempo a noleggio da d’Amico Dry, società controllata di d’Amico Società di Navigazione. Al momento è impegnata nel trasporto di un carico di fertilizzanti. A seguito delle gravi criticità operative determinate dalla chiusura dello Stretto, il Gruppo d’Amico ha scelto di affiancare l’armatore della YASA MOON mettendo a disposizione un equipaggio di Sirius Ship Management, la società del Gruppo specializzata nel manning e nella gestione degli equipaggi, che si è imbarcato appositamente due giorni fa per garantire il delicato transito verso acque sicure». «Coordinamento operativo con la United States Navy» «Se tale operazione si è conclusa con successo - conclude la nota -, il merito va attribuito in maniera in particolare alla Marina Militare Italiana, che ha garantito il coordinamento operativo con la UNITED STATES NAVY che negli ultimi quindici giorni vigila su un corridoio di navigazione sicuro a ridosso delle coste dell’Oman. È grazie a questa presenza costante e determinata che è stato possibile coordinare e proteggere il passaggio della YASA MOON in uno scenario di straordinaria complessità». La nave Yasa Moon del gruppo D’Amico esce dal Golfo Persico grazie alla Marina Militare - Il Sole 24 ORE

  • Monastir, “Il centro di accoglienza scoppia, è una bomba a orologeria”: nessun controllo di sera, risse e fughe

    La trasformazione del centro migranti di Monastir in Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) riaccende il dibattito sulla gestione dell’immigrazione in Sardegna. Se da un lato il deputato di Fratelli d’Italia Salvatore Deidda parla di una risposta concreta per contrastare l’immigrazione irregolare e accelerare le procedure di espulsione, dall’altro il sindacato di Polizia ANIP Italia Sicura denuncia gravi criticità organizzative e carenze nei sistemi di sicurezza della struttura. Deidda accoglie con favore il passaggio a Cpr, definendolo uno strumento fondamentale per affrontare i continui arrivi di migranti algerini sulle coste sarde. Dopo un recente sopralluogo nel centro, il parlamentare ha però chiesto un rafforzamento delle misure di sicurezza a tutela degli operatori e delle comunità locali. Tra le proposte avanzate anche quella di attivare rimpatri diretti dalla Sardegna all’Algeria, evitando il trasferimento dei migranti verso Roma e riducendo tempi e costi delle procedure. Di segno opposto il giudizio di ANIP Italia Sicura, che parla di una gestione inefficace dell’Hotspot-Centro di Prima Accoglienza attivato nelle scorse settimane. Secondo il sindacato, la struttura soffrirebbe di problemi di coordinamento, carenza di controlli e insufficienza del personale impiegato nella vigilanza, a fronte di una presenza complessiva stimata tra 500 e 600 persone. Tra le criticità segnalate ci sono la limitata copertura dei servizi di sorveglianza, l’inadeguatezza delle recinzioni e alcuni episodi di allontanamento di migranti dal centro, che di sera è totalmente fuori controllo. “Le guardie giurate incaricate del controllo degli accessi terminano il servizio alle 17. Da quel momento il centro, di fatto, rimane privo di un adeguato presidio: ingressi e uscite avvengono senza controlli efficaci, trasformando la struttura in una vera e propria zona franca”, spiega il sindacato. “Anche le barriere perimetrali si dimostrano del tutto inadeguate. La vegetazione non viene nemmeno mantenuta, riducendo ulteriormente la visibilità e favorendo l’allontanamento delle persone ospitate. Emblematico quanto accaduto due giorni fa, quando un gruppo di migranti “appena”sbarcati si è allontanato dalla struttura, facendo perdere completamente le proprie tracce. Una situazione che rappresenta non solo un evidente spreco di risorse pubbliche, ma anche il fallimento di un modello gestionale incapace di garantire gli standard minimi di sicurezza e operatività”. Per questo il sindacato ha annunciato l’invio di un dossier al Ministero dell’Interno e alle autorità competenti, chiedendo interventi immediati per garantire maggiore sicurezza sia agli operatori sia ai cittadini del territorio. Monastir, "Il centro di accoglienza scoppia, è una bomba a orologeria": nessun controllo di sera, risse e fughe - Casteddu On line

  • Casal del Marmo: agente ferito al volto con un pezzo di battiscopa, poi le fiamme nel carcere minorile

    Nuovo episodio di violenza all'interno dell'Istituto Penale per i Minorenni di Casal del Marmo, a Roma. Nella serata di martedì 23 giugno, intorno alle ore 21:00, un detenuto straniero maggiorenne ristretto presso la struttura ha attuato una aggressione nei confronti di un appartenente alla polizia penitenziaria. Dopo aver divelto un pezzo di battiscopa dalla parete della cella, lo ha scagliato contro il poliziotto, colpendolo violentemente al volto. L'agente ha riportato una ferita lacero-contusa che ha reso necessari quattro punti di sutura e una prognosi di sette giorni. Contestualmente, il detenuto ha anche provocato incendi e ulteriori disordini all'interno dell'istituto, rendendo necessario un immediato e complesso intervento del personale in servizio. A denunciarlo è il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), che attraverso il segretario generale Donato Capece e il segretario nazionale per il Lazio Maurizio Somma esprime ferma condanna per quanto accaduto e richiama l'attenzione delle istituzioni sulla crescente emergenza sicurezza negli istituti penitenziari. "Siamo di fronte all'ennesimo episodio di una violenza sempre più frequente e intollerabile nei confronti delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria - denunciano Capece e Somma -. Non è più accettabile che chi garantisce ogni giorno legalità, sicurezza e ordine all'interno delle carceri sia esposto a rischi così elevati, spesso in condizioni operative difficilissime e con organici insufficienti". I dirigenti del Sappe evidenziano come l'aggressione di Casal del Marmo rappresenti solo l'ultimo di una lunga serie di episodi che stanno interessando gli istituti penitenziari italiani, compresi quelli minorili, sempre più spesso alle prese con detenuti particolarmente problematici, violenti e difficili da gestire. Lo stesso sindacato dei baschi azzurri aveva denunciato di come qualche giorno fossero stati sequestrati quattro smartphone, due caricabatteria e circa 58 grammi di hashish, rinvenuti sempre nell'IPM di Casal del Marmo, nel corso di una ordinaria attività di perquisizione eseguita dal personale della polizia penitenziaria. Nel medesimo contesto si erano registrati anche nuovi episodi di scavalcamento e un ulteriore evento critico, con alcuni detenuti dei reparti 233 e femminile che avevano oltrepassato le aree verdi dell'istituto, rifiutandosi inizialmente di fare rientro nei rispettivi reparti. -- Casal del Marmo: agente ferito al volto con un pezzo di battiscopa, poi le fiamme nel carcere minorile https://www.romatoday.it/cronaca/aggressione-incendio-carcere-minorile-casal-del-marmo.html © RomaToday

  • Gestione Grandi Eventi: Perché i "Corridoi di Sicurezza" non sono semplici spazi vuoti, ma arterie vitali (e come blindarli) (Danilo Bellardini)

    Nello scenario della gestione della sicurezza per i grandi eventi e le manifestazioni pubbliche, c’è un errore di valutazione che un Safety Manager non può permettersi di compiere: considerare le vie di fuga e i corridoi di sicurezza come semplici "spazi vuoti" da disegnare su una planimetria. In un evento ad alta densità di affollamento, quei corridoi rappresentano letteralmente la linea di demarcazione tra una gestione ordinata delle criticità e il caos. Non sono zone passive; sono infrastrutture dinamiche che richiedono pianificazione rigorosa, calcoli precisi e, soprattutto, un presidio umano impeccabile. Scomponiamo questo asset cruciale dal punto di vista normativo, tecnico e operativo. 1. Il Quadro Normativo: Sicurezza (Safety) e Organizzazione (Security) In Italia, la progettazione dei corridoi di sicurezza e delle vie di esodo risponde a un doppio binario normativo che integra la prevenzione incendi e la gestione dell'ordine pubblico: ● Il D.M. 19 agosto 1996: Regola i locali di pubblico spettacolo e definisce i criteri strutturali per il calcolo delle larghezze delle vie di uscita in base alla capacità di deflusso (es. il concetto di "modulo" di passaggio, pari a 60 cm). ● Le Linee Guida del Ministero dell'Interno (Direttiva Gabrielli 2017 e Circolare Piantedosi 2018): Hanno ridefinito l'approccio integrato tra Safety (dispositivi e misure a tutela dell'incolumità delle persone) e Security (servizi di ordine pubblico). Le linee guida impongono corridoi interni di separazione e percorsi d'accesso dedicati per i soccorritori, calcolati in base al massimo affollamento sostenibile. Il principio cardine: I corridoi di sicurezza devono garantire una capacità di deflusso che eviti il collasso statico o dinamico della folla (crowd crushing) e devono rimanere liberi da ostacoli per l'intera durata dell'evento. 2. Misure Tecniche: Dimensionamento e Compartimentazione Un corridoio di sicurezza efficace deve rispondere a requisiti strutturali rigidi: ● Larghezza minima calcolata: Non si improvvisa. La larghezza totale delle vie di esodo deve essere proporzionata al numero di partecipanti (es. 50 persone per modulo da 60 cm nei sistemi standard, variabile in base alla tipologia di luogo chiuso o all'aperto). ● Layout e Segnaletica: I corridoi devono essere chiaramente identificabili, illuminati da sistemi di emergenza autonomi e supportati da segnaletica ad alta visibilità (UNI EN ISO 7010). ● Sistemi di separazione: L'uso di transenne (del tipo "antipanico" o barriere a pressione) deve essere strategico. Devono canalizzare il flusso senza creare colli di bottiglia o angoli morti dove la folla possa rimanere intrappolata. 3. Il Presidio Operativo: Chi controlla i corridoi e come? Una planimetria perfetta non serve a nulla se il presidio sul campo fallisce. I corridoi di sicurezza devono essere presidiati attivamente. Chi deve presidiare? Il personale deputato al controllo si divide in figure chiare, ciascuna con compiti precisi stabiliti nel Piano di Sicurezza e Emergenza (PSE): 1. Steward (Personale di Controllo iscritto all'albo): Professionisti formati (D.M. 8 agosto 2007 e s.m.i.) posizionati nei punti nevralgics. 2. Addetti Antincendio / Gestione Emergenze: Personale con formazione a rischio elevato (ex D.M. 2 settembre 2021) pronto a intervenire in caso di principio di incendio o necessità di evacuazione medica. 3. Safety Supervisor / Coordinatore di Area: Il collante operativo che relaziona direttamente con il Safety Manager in sala regia (COC/GOS). Come devono essere presidiati? Il presidio non è statico. Gli steward e gli addetti devono operare secondo procedure dinamiche ben definite: Fase dell'Evento Focus del Presidio nei Corridoi Fase di Afflusso Monitoraggio dei flussi per evitare inversioni di marcia; controllo che i corridoi rimangano sgomberi da zaini, attrezzature o venditori abusivi. Fase di Evento (Live) Contrasto al fenomeno dello "stazionamento". Le persone tendono a fermarsi nei corridoi per vedere meglio lo spettacolo; gli addetti devono mantenere il corridoio dinamicamente vuoto, invitando i partecipanti a raggiungere i propri settori. Fase di Deflusso Apertura totale dei varchi di sicurezza e facilitazione del flusso verso l'esterno, prevenendo spinte o rallentamenti in prossimità delle uscite. Il fattore umano: Comunicazione e Leadership Mantenere libero un corridoio di sicurezza richiede fermezza, ma anche eccellenti doti di comunicazione (soft skills). Il personale di presidio deve essere addestrato a gestire l'ansia della folla, a dare indicazioni chiare e assertive e a non farsi superare fisicamente. La tecnologia (telecamere count-people, droni, radio multifrequenza) supporta l'architettura della sicurezza, ma l'occhio del personale di terra resta l'avamposto più importante per anticipare il rischio. Bellardini Danilo. Security & Safety Manager

  • Chi ha provato Mythos dice che è la cosa migliore che potesse accadere alla cybersecurity

    PArla Sam Curry, CISO (responsabile della sicurezza informatica interna) di Zscaler, che non ha esitato a definire il nuovo arrivato una vera e propria rivoluzione Mythos, il modello AI di Anthropic che si è dimostrato bravissimo nel trovare le vulnerabilità, è sulla bocca di tutti. Inizialmente messo a disposizione di poche aziende (raggruppate nel “progetto Glasswing”) perché provvedessero a mettere in sicurezza i sistemi critici degli USA, è stato recentemente ritirato dalla disponibilità per timori sulla sicurezza nazionale. Chi l’ha provato, però, ne è entusiasta e dice che è la cosa migliore che poteva accadere alla cybersecurity. Lo sappiamo perché durante lo Zenith Live 2026, evento annuale di Zscaler tenutosi a Vienna, abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con Sam Curry, CISO (responsabile della sicurezza informatica interna) dell’azienda, che non ha esitato a definire il nuovo arrivato una vera e propria rivoluzione per il settore della cybersecurity, predicandone la capacità di trasformarlo sin dalle fondamenta. Nel panorama della sicurezza informatica attuale, la figura del Chief Information Security Officer di Zscaler si trova a gestire una delle infrastrutture cloud più vaste e critiche al mondo, agendo come un vero e proprio sistema di autorizzazione globale attraverso cui passa ogni singola transazione delle maggiori organizzazioni internazionali. Con una tale responsabilità, non sorprende che da qualche settimana stia dedicando molto del suo a quella che è stata presentata come una minaccia apocalittica e si è detto sorpreso d’aver scoperto che è, in realtà, una manna dal cielo. Da bravo nerd superspecializzato, quando parla di Mythos non lo descrive non come una semplice evoluzione tecnologica, ma come una rivoluzione paragonabile a quella che fu l’introduzione di Kali Linux per il mondo del penetration testing. Le sue capacità, infatti, sono davvero superumane. Mythos non si limita a identificare singole vulnerabilità, ma intere catene di exploit, collegando rischi medi e bassi che insieme diventano critici, e scrivendo codice di attacco in tempo reale. È come se organizzando furti in banca, il sistema di AI non fosse solo in grado di aprire la cassaforte, ma anche di pianificare tutto il resto della rapina: dall’identificazione dei complici, al percorso per arrivare al caveau, fino alla fuga con il malloppo. E gli elementi che lo distingue radicalmente dai software che finora rappresentavano l’avangardia nella caccia alle vulnerabilità, come Qualys o Rapid7, sono l’accuratezza e la quantità: mentre questi ultimi hanno spesso un tasso di veri positivi che si aggira intorno al venti per cento, Mythos raggiunge l’ottantadue per cento, rendendo quasi ogni sua segnalazione un pericolo reale e dimostrabile. A questo bisogna aggiungere che se prima si trovavano 10 vulnerabilità al mese, adesso Mythos ne trova almeno 100 (di cui 82 pericolose). Questa trasformazione sta cambiando radicalmente il rapporto tra uomo e macchina nel campo degli attacchi informatici, segnando il passaggio da un’era in cui l’intelligenza artificiale assisteva l’uomo a una in cui gli umani assistono l’intelligenza artificiale in attacchi collaborativi e complessi. “Per le aziende,” – dice Curry – “questo significa dover affrontare un volume di patch e aggiornamenti senza precedenti; se prima si gestivano pochi interventi critici a settimana, con Mythos si passerà a doverne gestire decine o centinaia ogni giorno, mettendo a dura prova la continuità operativa di molte organizzazioni che non sono strutturate per ritmi simili.” La postura di sicurezza dovrà diventare irreprensibile, con una particolare attenzione al fatto che nessuno potrà permettersi di restare al passo, almeno inizialmente, e che quindi si dovrà ricorrere a un abbondante uso delle migliori pratiche per evitare danni dalle intrusioni. Una di queste, quella di elezione secondo lui, è quella dello Zero Trust. Certo, questa impostazione è stata teorizzata e immessa sul mercato proprio da Zscaler, ma nonostante l’apparente conflitto di interesse, l’architettura Zero Trust è stata riconosciuta come una dei tasselli fondamentali per raggiungere una protezione di altissimo livello. Mythos rischia di uccidere il linguaggio di programmazione C++ Altri aspetti fondamentali emersi dalla chiacchierata riguardano il debito tecnico e la scelta dei linguaggi di programmazione. Secondo l’esperienza del CISO, è diventato imperativo abbandonare linguaggi come il C++ a favore di alternative che gestiscono la memoria in modo più sicuro, come Rust, Go o Swift, per eliminare alla radice intere classi di vulnerabilità che Mythos è in grado di sfruttare con facilità. Inoltre, l’impatto di Mythos sta paradossalmente migliorando la collaborazione interna tra i team di sicurezza e quelli di ingegneria software. In passato, la sicurezza doveva lottare per dimostrare la validità delle proprie scoperte tra molti falsi positivi; oggi, l’estrema precisione di Mythos permette di presentare prove inconfutabili, portando gli sviluppatori a invitare i team di sicurezza nelle fasi iniziali del processo di creazione del software. Sebbene alcune aree come la governance e la conformità vedranno una riduzione del personale grazie all’automazione, le operazioni di sicurezza richiederanno probabilmente più esperti umani per gestire l’enorme flusso di segnali reali generati dall’intelligenza artificiale. “Si sta assistendo” – dice Curry – “a un reset globale del concetto di rischio accettabile. Pratiche che un tempo erano vanto di pochi, come l’autenticazione a più fattori e l’approccio zero trust, sono oggi il requisito minimo per restare in gioco in un mondo dove la velocità di evoluzione dei modelli di frontiera ha superato ogni previsione, trasformando piani quinquennali in necessità urgenti da affrontare in poche settimane.” Quali possono essere le soluzioni? Curry è una persona molto concreta e non fa giri di parole: i primi mesi in cui i criminali riusciranno a mettere le mani su sistemi “simil-Mythos” saranno un delirio perché non tutti saranno pronti. L’implementazione dell’architettura zero trust, una volta complessa e riservata solo a grandi aziende, oggi risulta molto più immediata e garantisce un ottimo livello di protezione anche in caso di violazione. Innalzare il livello della postura di sicurezza delle aziende nascondendo i punti che i criminali potrebbero attaccare è un’altra pratica raccomandata, ma quella che ha stampato un sorriso sulla faccia del CISO mentre me ne parlava è la trappola per l’AI attaccante. “L’idea è quella di creare una piccola rete fasulla gestita a sua volta dall’AI in cui attirare gli attaccanti e fargli consumare token (la moneta usata per far funzionare l’AI). Dopo qualche ora passata a girare a vuoto, l’attaccante avrà terminato il budget che voleva destinare all’attacco e si ritirerà.” – conclude Curry. Uno scenario quasi da fantascienza, ma i tempi sembrano ogni giorno più maturi… https://www.ilsole24ore.com/art/chi-ha-provato-mytos-dice-che-e-cosa-migliore-che-potesse-accadere-cybersecurity-AIPwgCoD?refresh_ce&nof

  • Kim, 'il nostro arsenale nucleare deve superare quello del resto del mondo'

    (ANSA) - PECHINO, 23 GIU - Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha sollecitato l'impegno a potenziare ulteriormente le risorse nucleari del proprio Paese "con l'obiettivo di superare il resto del mondo". Lo riferisce l'Agenzia centrale di notizie coreana (Kcna) citata da Yonhap. Il Partito dei lavoratori della Corea (Wpk) ha convocato sabato la seconda riunione plenaria del suo nono comitato centrale, della durata di tre giorni e presieduta dal leader Kim, per valutare l'andamento delle politiche del Paese nella prima metà dell'anno e riesaminare l'agenda stabilita in occasione di un importante congresso del partito tenutosi a febbraio. La riunione ha ribadito l'impegno della Corea del Nord ad ampliare le proprie forze nucleari, descrivendole come "il nucleo della sovranità militare" della nazione e "il perno dell'attuazione della strategia di deterrenza o di guerra". Il rapporto afferma che la sessione plenaria ha deciso all'unanimità che "esercitare appieno la posizione di Stato dotato di armi nucleari è il modo più corretto e unico per affrontare attivamente e con fiducia la situazione militare e politica internazionale imprevedibile, che si sta complicando sotto molteplici aspetti". (ANSA). Kim, 'il nostro arsenale nucleare deve superare quello del resto del mondo'

SQUAD

SQUAD                                DIVISIONI                                                          SETTORI                        BENEFICI                                SERVIZI             

Chi Siamo                            Security:  Private Security Companies      Land                                Securjob                                  Legali                   

Soci                                                        Security Officers                             Maritime                        Punteggi Matricolari          Medici                 

Referenti                                                                                                           Aviation                          Crediti Formativi                Fiscali                 

Istruttori                              Military: Military Groups                               Geopolitics                       Vip Pass                                Psicologici         

Progetti                                                Military Officers                              Cyber Security                  Concorsi                               Commerciali       

Affilia                                                                                                                 Intelligence                       Formazione                         

Partners                                 Police:    Police Groups                                Security Manager           Convenzione                      

Notizie                                                   Police Officers                                Detectives                         Ricollocamento                  

Articoli                                                                                                              Crimes

Analysis                                                                                                            Safety

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