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Vulnerabilità sistemiche irrisolvibili e limiti della Sicurezza Passiva: i Soft Targets nell'era delle asimmetrie (dott. Francesco Salmeri )


 

Lo “spazio sicuro” è morto, viva lo spazio sicuro : probabilmente cio’ è accaduto molto tempo fa ma, in generale, la sensibilità diffusa è rimasta per certi versi affezionata al paradigma sotteso a quel termine, anche con riferimento alla percezione che ne può avere il comune cittadino piuttosto che un tecnico che abbia effettivamente posto “boots on the ground” , invece che in aule accademiche rigorosamente on line.

 

Il concetto tradizionale di sicurezza fisica , basato sulla protezione perimetrale e sul filtraggio degli accessi alle infrastrutture critiche, è comunque andato incontro a revisioni che hanno condotto alla modifica della filosofia di base in chiave integrata, con una forte pressione alla proattività, pur senza declinarsi ad una reale comprensione dei fenomeni osmotici che legano la vita aziendale alle dinamiche esterne ai cancelli, specialmente nelle piccole e medie imprese.

 

Ma fuori dai contesti aziendali e delle infrastrutture critiche cosa accade e, soprattutto, cosa può ancora accadere?

Uno sguardo generale , ma non distratto, agli autori della minaccia : “lone wolves” ancorchè radicalizzati, soggetti affetti da disadattamento sociale o patologie psichiatriche sfuggite alle larghe maglie del controllo sociale e sanitario , gruppi organizzati di matrice terroristica, pare abbiano compreso un principio elementare della guerra asimmetrica urbana: colpire dove la difesa è assente per definizione.

I “Soft Targets” non sono più semplici alternative agli "Hard Targets" (obiettivi militari o istituzionali); diventando l’appetibile teatro operativo d'elezione, per l’evidente, intrinseca forse, vulnerabilità, fisica e psicosociale. Centri commerciali, aree pedonali, snodi di trasporto pubblico, scuole, luoghi di culto e distretti della movida rappresentano il collante della vita civile e, al tempo stesso, “vulnerabilità sistemiche irrisolvibili”, all'interno di identità statuali connotate da forme di aperta democrazia.

 

Sono le nostre “safe zones” sociali.

L'osservazione degli ultimi fatti di cronaca internazionale, conferma una pericolosa convergenza di scelta verso tattiche a basso costo e ad alto impatto emotivo. Quest’ultimo, lo ripetiamo per mera accademia, è uno dei requisiti tipizzanti l’agire per finalità di terrore, teleologicamente connesso all’implementazione di fenomeni ultronei , destinati a produrre incertezza, debolezza e sbandamento nella collettività.

Queste sommesse riflessioni si concentrano su quanto è davanti ai nostri occhi, cioè un panorama diversificato per tipologia di soggetti ed ampia scelta di scenari ed abbinamenti tecnica-scenario, che innegabilmente ci restituiscono suggestioni che non ci lasciano indenni da fondate preoccupazioni.

Lo storico fenomeno degli “Active Shooters” negli U.S.A. , definito dalla proiezione della violenza armata negli spazi ludico - educativi e commerciali americani, ha dimostrato l'inefficacia dei tempi di reazione standard delle forze di polizia, di fronte a soggetti armati con fucili d'assalto, in contesti ad alta densità di affollamento.


Il fattore temporale gioca a favore del tiratore in ragione della tipologia di arma, verosimilmente lunga, di cui si è dotato, ed è sotto gli occhi di tutti come, ogni secondo di ritardo nell'intervento neutralizzante, si traduca in perdite inaccettabili. L’equazione della morte reca in sé quindi , il fattore tempo che è il sovrano indiscusso nella gestione delle emergenze, in un perfido e letale gioco altalenante tra il “tempo uno” dell’autore della minaccia , il “tempo due” di percezione della stessa da parte dell’obiettivo e conseguente attivazione della “emergency”, ed infine il “tempo tre” che è il ben noto tempo di risposta.

 

Circa il tempo di risposta ed intervento ci si interrogava già nei primi anni novanta, quando il mondo del pronto intervento, affidato alle Squadre Volanti della Polizia di Stato , stava già vivendo il processo di revisione che condusse alla creazione dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico : per mera narrazione aneddotica, mi piace ricordare come il Dr. Annunziata, Dirigente delle Volanti di Napoli, già nel 1993 condivideva una sua analisi sui tempi di intervento, razionale e coordinato, degli equipaggi delle Volanti, di cui rilevava appunto il dato numerico della tempistica intercorsa tra la segnalazione radio e l’intervento, rapportandolo agli altri fattori esterni concorrenti.

 

L’esperienza statunitense ci ha restituito anche la figura del “good guy in a bad land”, che identifica il libero cittadino legittimamente armato ( in versione concealed carry o meno), che coraggiosamente si slatentizza come “first responder” , contrastando prima dell’arrivo delle FF.O, il già citato tiratore.

E’ di due giorni fa la notizia della sparatoria presso il ristorante “ In -N – out Burger” in Idaho, ove un ventiquattrenne, armato di un fucile d’assalto su base AR, ha ucciso tre persone prima di togliersi la vita, venendo fronteggiato da un agente di Polizia “off duty”, e da un “good guy”.

Non avrebbe senso elucubrare sul mondo statunitense, guardandolo con i nostri italici occhi, peraltro offuscati dall’attuale periodo storico , caratterizzato da episodi che son diventati pane quotidiano per dei cantastorie interessati esclusivamente all’esercizio del personal branding estremo.

 

L'utilizzo di veicoli commerciali come arieti umani ( “ramming”) , e le azioni indiscriminate condotte con l’uso dell'arma bianca (“stabbing”), sono apparsi idonei a sorprendere i dispositivi preventivi, condannando i “first responders”, il più delle volte, alla “raccolta dei cocci”. Non serve in effetti, un addestramento paramilitare per condurre un camion in velocità, contro una folla su una promenade europea o colpire passanti in una via dello shopping; serve unicamente la determinazione psicologica e l'assenza totale di empatia.

E’ già tempo di interrogarsi sulla rispondenza ed adeguatezza del “sistema di controllo del territorio”, che in quanto tale è multifattoriale e multilivello, sia dal punto di vista culturale che da quello tecnico operativo : in difetto di una “cultura della sicurezza” che implica la costruzione di comportamenti virtuosi e lo sviluppo di capacità proattive, ogni sforzo tecnico operativo probabilmente, non risulterebbe realmente performante.

E’ innegabile che domini la sub cultura del “ non è mai successo niente” e del “ si è sempre fatto così” tacciando di affezione da ansia chi, quale novella Cassandra, conduce analisi di proiezione.

Il sistema di controllo del territorio sconta quindi, ancora, ritardi culturali inaccettabili. Si continua a gestire la sicurezza urbana con i paradigmi del secolo scorso, fondati sulla reazione ex post anziché sulla effettiva predizione e sulla resilienza attiva.

 

Si vive probabilmente l'illusione della prevenzione tecnologica passiva, per cui se nessuno osserva in diretta le telecamere di sorveglianza ad altissima definizione, esse serviranno solo a registrare la tragedia in 4K. Cartellonistica e dissuasori urbani estetici (i cosiddetti "fiorami antiterrorismo")


servono unicamente a spostare la scelta del bersaglio, se non sono inseriti appunto in un sistema dinamico, preceduto da una analisi severa del contesto.

E’ la “cultura della transenna”, è mera passività , prossima alla sciatteria.

Nel modello operativo del pronto intervento, il tempo medio di arrivo delle “Volanti” e delle “Gazzelle”, in ragione della endemica decurtazione delle aliquote di risorsa umana, può essere un'eternità geometrica rispetto alla durata di un'azione di fuoco o di accoltellamento, che si consuma

, a parere di esperti, interamente nei primi 180 secondi.

Richiamando, come ho già fatto, gli anni ’90, di base l’algoritmo del controllo del territorio è un modello puramente matematico, legato banalmente, al rapporto tra la risorsa umana impiegata e frazionata per unità operative, e l’estensione territoriale da coprire , articolata per zone urbanistiche o per aree definite per elezione di obiettivi.

 

Probabilmente possiamo parlare di un diffuso deficit di “situational awareness” nella cittadinanza, che pare vivere in uno stato di anestesia sensoriale permanente, distratta dal quotidiano e da dispositivi elettronici, incapace di riconoscere i segnali prodromici di una minaccia o di attuare protocolli di auto-protezione basilari, in un processo indotto appunto dalla mancanza di una “cultura della sicurezza”, partecipata e vissuta ma soprattutto stimolata dalle Autorità.

 

Ho usato provocatoriamente l’espressione “vulnerabilità sistemiche irrisolvibili”, con l’auspicio che si possa rimuovere il concetto di rassegnazione, intrinseco al termine “irrisolvibile”, attraverso percorsi e processi strutturati, finalizzati alla progressiva e reale costruzione di una cultura della sicurezza, stimolando proattività , resilienza e comportamenti virtuosi attagliati alla realtà.

La sicurezza non è un diritto acquisito per grazia divina, ma il risultato di un controllo studiato, pervasivo e cinico del territorio, un investimento che in generale è finalizzato dapprima alla conservazione del bene, quindi al miglioramento degli standards in ragione dell’evoluzione situazionale connessa al periodo storico e sociale.


articolo a cura del dott. Francesco Salmeri

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