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Vivere e lavorare in equilibrio con l’avvento dell’IA: dove l’intelligence riesce ma il suo intorno vacilla ! (dott.ssa Daniela Bellomi)

E’ cosa risaputa, è conoscenza diffusa che il prestare molta, troppa importanza a qualcosa – o anche a qualcuno – genera un atteggiamento controproducente: nascono aspettative molto, troppo alte, alcune volte anche irrealistiche e non oggettive e il tutto sfocia – inevitabilmente – in una pressione emotiva sproporzionata. E’ un meccanismo quasi perverso perché offusca il nostro equilibrio di valutazione, andando – da una parte – a sopravvalutare il giudizio esterno – e dall’altra parte – a temere eccessivamente il fallimento. Spesso il risultato è quello di un rallentamento – se non si arriva anche, purtroppo – ad una paralisi delle nostre azioni. E non possiamo dimenticare che le nostre azioni sono il frutto di un ragionamento misto ad altri meccanismi. La maggior parte di questi meccanismi sono psicologici e quando a “qualcosa” viene applicata troppa rilevanza ci si trova poi -  a chiedersi – per quale motivo il giudizio degli altri abbia un peso, un valore così importante: semplicemente si è perso l’ascolto consapevole e la capacità di analizzare e filtrare i giudizi degli altri, oltre alla ragionevolezza che ci ricorda che le opinioni altrui non vanno mai sovrastimate e tanto meno che critiche o pareri altrui non definiscono il nostro vero valore. Ma non solo. Psicologicamente questa attitudine ad attribuire eccessiva importanza alla perfezione, al temere il giudizio e l’opinione altrui, porta ansia e stress. Ed entrambe non favoriscono, anzi, bloccano i nostri processi creativi. Non è del successo né della perfezione che ci si deve prendere cura quanto piuttosto della nostra infinita capacità di imparare e di apprendere: è in questa dinamica che troviamo la parte sana che riguarda “l’errore”, una parte integrante della crescita e del percorso evolutivo di ogni essere vivente, se condotto con  i criteri corretti. Nelle dinamiche relazionali cercare l’approvazione altrui, temere il giudizio degli altri, essere alla ricerca della perfezione porta a squilibri affettivi ma – e questo riguarda anche l’ambito lavorativo –  anche ad una perdita della propria centratura. Perdendo questa il tempo si espande all’infinito e non si è più in grado di restare focalizzati sul semplice principio che “molti” elementi o fattori a cui – nel presente attuale – viene data importanza, in un ipotetico ma certo “domani” non avranno più lo stesso peso. E, ugualmente, si perde il senso dei confini che non si è più in grado di stabilire chiaramente, con l’ovvia conseguenza della dispersione dell’energia mentale che va a dedicarsi – o a perdersi – verso una determinata persona o situazione in maniera eccessiva. Il tutto va a discapito del proprio benessere personale che non deve mai dipendere da un singolo elemento ma da una complessità: lavoro – relazioni ed opinioni vanno a comporre il quadro di riferimento. Coltivare passioni ed interessi emotivi rende il singolo più stabile e meno soggetto a pressioni esterne. L’avvento della tecnologia “invasiva” – i media di oggi – avrebbe dovuto trovarci “forti” e “consapevoli”. Ma non è stato così. E la maggior parte delle persone – sia nella propria vita privata che in quella lavorativa – subiscono le conseguenze del non essersi presi cura con consapevolezza di se stessi. Oggi viviamo in quella che possiamo definire una altissima sovraesposizione mediatica: sui media si parla TROPPO e di troppi argomenti specifici. Questo “troppo” ha due conseguenze naturali ed opposte. Da una parte può essere controproducente per l’argomento stesso perché il carico eccessivo porta alla noia, alla stanchezza, allo scetticismo o ad un deciso rifiuto da parte dell’opinione pubblica, andando sottobraccio alla frammentazione dei contenuti dell’argomento che  danneggia lo stesso, a partire dalla perdita di controllo e di precisione della sua stessa narrazione, entrando in un caos di comprensione. Si presta meno attenzione perché ci si abitua istantaneamente alla presenza del tema e si perde la reale attenzione che meritano le reali novità. Dall’ altra aumenta il rischio di contraddirsi e di essere credibili, spesso il tutto accompagnato da dichiarazioni imprecise o da ripetizioni continue. Le persone abbassano la loro soglia di “sopportazione” e si sentono infastidite dall’eccessiva insistenza mediatica e la grande quantità di dettagli si porta come conseguenza la confusione che sfocia nel non comprendere più il messaggio centrale, quello reale, quello importante. Per non parlare delle critiche che possono spaziare tra incongruenze fino ad arrivare ad attaccare la reputazione. Queste e molte altre cose simili si verificano quando si parla in maniera “quantitativa” e non “qualitativa”. Ed anche quando si parla sempre e non solo quando si ha qualcosa di nuovo e di rilevante da comunicare. All’interno di un’analisi di Intelligence lo spazio e il tempo che si è dedicato e si dedica all’avvento dell’IA è un tempo di qualità e non di quantità. Ma pare che questo sia rimasto uno dei pochi ambiti deve regni questo equilibrio: la sovraesposizione mediatica ha colpito – ovviamente – sul proprio campo d’azione anche l’Intelligenza Artificiale con l’effetto di una serie di aspettative assolutamente irrealistiche accompagnate da un abbassamento culturale e cognitivo, oltre ad un perdita di oggettività dei limiti reali della tecnologia. Qualcuno la rifiuta “concettualmente”, mostrando una totale chiusura verso qualcosa con cui già convive e dando dimostrazione – se pur desiderando il contrario – di darLe molta importanza. Questi vanno di pari passo con coloro che – invece – gli attribuiscono una coscienza o una capacità di non fallire che chiaramente non ha. Uno dei suoi tanti aspetti che ha prodotto queste reazioni è chiaramente stato il modello linguistico che “colpisce” la percezione umana nel profondo: la non corretta informazione in merito alla capacità della stessa di poter creare modelli linguistici generando testi basati su probabilità statistiche e pattern linguistici e non su una comprensione reale dei concetti. Ed è confusione, mista a paura e rifiuto, con un pizzico di curiosità. Fieri dell’essere approdati nell’Era dell’Informazione lasciamo che si diffonda la disinformazione. E questo, nelle nostre analisi, è diventato un criterio al quale prestare molta attenzione perché sta andando a distorcere la realtà, facendo salire il nostro indice di attenzione nella scrematura e nell’osservazione. Il fatto che alcuni sistemi di IA possano produrre – come gli esseri umani – affermazioni errate o anche inventate totalmente – definite in gergo “allucinazioni” – ma che non si sia in grado di percepirle perché presentate con assoluta certezza sta generando danni di cui paghiamo e pagheremo caro e salato il conto finale. L’eccessiva fiducia riposta negli assistenti virtuali – a chi non è ancora capitato di dare una risposta e “sentire” nell’aria una voce a caso che “recita” : “chiediamolo all’IA !” ?. Una sorta di dipendenza cognitiva che viene applicata a se stessi e agli altri si accompagna al ricorrere costantemente all’IA per scrivere, sintetizzare e – peggio ancora – decidere quale decisione prendere, andando a ridurre e a non allenare più le capacità cognitive del singolo, dall’apprendimento alla verifica fino alla critica. In un’analisi d’Intelligence l’uso della stessa non è attuato con modalità sconsiderate ma – per fare un esempio assolutamente semplice – nel rispetto della condivisione di dati personali segreti o informazioni riservate. E’ uno dei pochissimi contesti lavorativi dove non si è perso di vista l’obiettivo – che è sempre chiaro e misurabile – e dove non ci si è fatti guidare dall’entusiasmo tecnologico ma si è imparato a farne un idoneo uso nei casi reali. Ma anche in “casa Intelligence” la scivolata in questo malcostume è palpabile. L’avvento di Internet aveva – più o meno – creato la stessa rivoluzione metodologica ed emotiva. Con una differenza: l’IA ha democratizzato l’accesso a capacità che avevamo conosciuto solamente come “umane”. E così che si è acceso un dibattito costante e sul quale stiamo vedendo nascere la sua sovraesposizione mediatica: l’IA è passata da un concetto astratto ad uno strumento quotidiano grazie alla pronta disponibilità per chiunque abbia uno smartphone o un computer. Il suo uso di automatizzazione dei compiti complessi che sta modificando il futuro di molte professioni andando sia a creare paure per la possibile perdita dell’occupazione sia a creare grandi speranze di maggior efficienza e produttività, le urgenti riflessioni e decisioni da prendere in merito ad una normativa che la regolamenti, la tentazione affascinante e tentacolare di poter interagire con la stessa, come se fosse una persona e, al contempo,  il dubbio timoroso che possa superare le capacità cognitive umane sono i suoi principali argomenti di confronto e scontro.

E’ chiaro che anche nell’ambito dell’ Intelligence il fenomeno IA e tutto quel che ne comporta sia stato preso in considerazione, valutato e abbia avuto il suo degno tempo di attenzione. Ed è ovvio che trattandosi di argomento in continua e folle evoluzione venga sempre monitorata. Ma non con le paure, i timori, i dubbi che indeboliscono quanto con le massime capacità cognitive che possono realmente ponderare la realtà e il fenomeno. Quello che nell’ Intelligence – e quindi nemmeno in un’analisi d’ Intelligence – non viene attuato è “l’effetto megafono”: non è stato dibattuto “oltre” – e non lo viene fatto nel presente quotidiano -  diventando virale e creando un ciclo continuo in cui è la stessa attenzione mediatica che alimenta il fenomeno stesso e viceversa. L’effetto megafono porta all’amplificazione sociale del quale vediamo l’effetto che spinge anche chi non se ne intende a parlare. In aggiunta le piattaforme digitali premiano l’interazione ovvero le discussioni che enfatizzano le tematiche, accelerando la loro diffusione. Si passa -  spesso – da questa fase a quella della cessazione del fenomeno che smette di sembrare straordinario e diventa parte integrante della quotidianità.  E questo ciclo crea spesso una sovra rappresentazione della realtà, dove la frequenza con cui un argomento viene discusso supera di gran lunga la sua reale incidenza pratica. Da non sottovalutare che il cervello umano assimila con difficoltà i flussi continui e quindi mantenere un equilibrio tra l’esprimersi e l’ascoltare è fondamentale. La mente umana tende a non seguire più i concetti quando sono diluiti in troppe parole. E le conseguenze passano dal disagio sociale, all’ansia e all’insicurezza a causa del sovraccarico. L’analista d’ Intelligence – in mezzo a questo panorama – non avendo perso la parte Umanistica sa quanto sia vero che “dire troppo significa dire nulla”.


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