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Quindici punti su un foglio e cinque condizioni che li azzerano (dr. Angelo De Pascale)


Il 26 marzo, a bordo di Air Force One, Donald Trump ha dichiarato che l’Iran “ha accettato la maggior parte dei punti” del piano americano in 15 articoli trasmesso via Pakistan. Nessuno a Teheran ha confermato nulla. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha continuato a negare l’esistenza stessa di negoziati formali. Il presidente del parlamento Mohammad Bagher Qalibaf ha scritto su Telegram che le voci di accordo erano “psicologia della guerra” utile a manipolare i mercati petroliferi. Trump stava parlando a molti interlocutori

contemporaneamente. L’Iran era forse il meno urgente.


Il piano Il piano in 15 punti esiste. Lo confermano Reuters, Associated Press, Al Jazeera e Wall Street Journal. Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, lo ha definito pubblicamente un’”action list” trasmessa a Teheran tramite Pakistan. Il contenuto, ricostruito da Channel 12 israeliano e da funzionari citati dal Wall Street Journal, è questo: smantellamento fisico dei tre principali siti nucleari iraniani (Natanz, Isfahan e Fordow), arresto dell’arricchimento dell’uranio, sospensione del programma missilistico, taglio dei legami con le milizie alleate nel Libano, in Yemen e in Iraq, riapertura dello Stretto di Hormuz. In cambio: revoca delle sanzioni legate al nucleare, assistenza americana alla centrale di Bushehr e rimozione del meccanismo di “snapback”, che consente la reintroduzione automatica delle sanzioni internazionali.


Qualsiasi negoziatore con esperienza nel Medio Oriente direbbe la stessa cosa: un piano che esige la resa totale del programma di deterrenza di un paese sotto attacco militare attivo non è una proposta. È un inventario delle capitolazioni che si vuole poter dire di aver chiesto. Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l’International Crisis Group e partecipante ai negoziati del Piano d’Azione Globale Congiunto nel 2015, lo ha detto chiaramente: l’amministrazione non cercava un accordo, cercava “un accordo di resa”. Che non era mai percorribile.


Ginevra, poi le bombe

Il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury. Due giorni prima, a Ginevra, il mediatore omanita Badr bin Hamad Al Busaidi aveva dichiarato che i colloqui avevano fatto “progressi sostanziali” e che un accordo era “a portata di mano”. Trump il 27 febbraio aveva detto di non essere “soddisfatto” del ritmo negoziale. Il giorno dopo aveva bombardato. L’Arms Control Association ha documentato che, quando i negoziatori americani erano ancora seduti al tavolo, Trump aveva quasi certamente già preso la decisione di intervenire militarmente. Nulla di meno di una capitolazione completa avrebbe potuto fermare i raid. Il problema non era la posizione iraniana al tavolo: era che il tavolo era già un accessorio scenografico. Non è un’accusa morale. È la descrizione di come funziona la guerra ibrida quando la conduce una potenza che ha già deciso di usare la forza e deve costruire la narrativa della buona fede perduta.


Il vero obiettivo

Trump non ha scelto come obiettivo primario il nucleare iraniano. Ha scelto lo Stretto di Hormuz. Attraverso lo Stretto passa circa il 20% del commercio mondiale di petrolio greggio. Quando le Guardie della Rivoluzione Islamica lo hanno chiuso il 28 febbraio, il Brent era intorno ai 65 dollari al barile. Il 26 marzo superava i 107. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar: il petrolio intrappolato nel Golfo Persico è anche il loro petrolio. I mercati europei e asiatici che dipendono da quelle rotte hanno reagito immediatamente. Le scadenze imposte da Trump sulle centrali elettriche iraniane servono a questo: costruire un corridoio di pressione economica abbastanza visibile da giustificare ogni mossa successiva. La prima scadenza, poi rinviata. La seconda, fissata al 6 aprile. Ogni rinvio annunciato su Truth Social, con ora esatta e avvertimento incorporato, è un comunicato ai mercati prima ancora che a Teheran. Il 26 marzo l’Iran aveva lasciato passare dieci petroliere attraverso Hormuz, prevalentemente pakistane e indiane. Trump ha interpretato il gesto come un “regalo” in vista dei colloqui. Era la quantità minima di apertura necessaria per giustificare un altro rinvio senza perdere la postura di forza.


Dinamiche mediorientali

Il 29 marzo a Islamabad si sono riuniti i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan. È un asse che non esiste su quasi nessun altro dossier. Qui esiste perché tutti e quattro subiscono le conseguenze economiche dirette della guerra e nessuno ha interesse a un conflitto prolungato. Il generale pakistano Syed Asim Munir è emerso come principale interlocutore tra Washington e Teheran, grazie ai suoi legami con le Guardie della Rivoluzione Islamica. È un canale indiretto, opaco per definizione. Il suo valore non è tecnico: è la possibilità di trasmettere messaggi tra due governi che ufficialmente non si parlano. Israele guarda questa fase con un’inquietudine che i suoi funzionari faticano a nascondere. Non teme che si faccia un accordo. Teme che Trump accetti qualcosa di parziale che lasci intatta parte dell’infrastruttura nucleare iraniana, replicando la logica del Piano d’Azione Globale Congiunto del 2015 che Netanyahu aveva combattuto per anni. Secondo Al Jazeera, dietro le porte chiuse Israele condivide i 15 punti americani ma si preoccupa di quanto Trump sia disposto a cedere per ottenerli.


Il teatro che conviene a entrambi

È il punto che l’analisi corrente tende a perdere.

Trump costruisce la narrazione di negoziati produttivi perché ha bisogno di copertura diplomatica mentre prepara o conduce operazioni militari. Teheran nega i negoziati perché ammettere di trattare con chi ti sta bombardando equivale a una sconfitta interna prima ancora che militare. Ma Teheran risponde ai 15 punti con cinque condizioni proprie: riparazioni di guerra, sovranità su Hormuz, fine delle aggressioni su tutti i fronti che sa benissimo essere inaccettabili. Non è un errore negoziale. Anche Teheran ha bisogno che i colloqui esistano senza produrre nulla, almeno fino a quando la situazione militare non raggiungerà un equilibrio che cambia il peso delle rispettive posizioni. Pakistan gestisce messaggi tra due governi che tecnicamente non si parlano e che, per ora, non hanno interesse reale a farlo.


Chiusura

Il 6 aprile è il prossimo punto di crisi formale.

Se Islamabad riuscirà a organizzare anche solo un incontro di secondo livello prima di quella data, i mercati reagiranno prima che i negoziatori abbiano aperto bocca. Trump lo sa. Teheran lo sa. Per questo tengono in vita un processo che nessuno dei due ha fretta di concludere. La domanda non è se ci sarà un accordo. È chi dei due riuscirà a far sembrare all’altro di aver vinto abbastanza da sedersi davvero a un tavolo, e se quella finestra esisterà ancora quando il petrolio a 107 dollari avrà fatto abbastanza danno da cambiare i calcoli di qualcuno.


articolo a cura dr. Angelo De Pascale











 
 
 

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