Profili psicologici dei truffatori e dinamiche di aggancio: una lettura criminologico-psicologica (dr.ssa Maria Gaia Pensieri)
- dr.ssa Maria Gaia Pensieri

- 6 apr
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 7 apr

Le truffe contemporanee non possono essere comprese esclusivamente come fenomeni tecnologici o espressioni di criminalità opportunistica; esse rappresentano, piuttosto, un complesso intreccio di dinamiche relazionali, cognitive ed emotive. Alla base di ogni raggiro si colloca infatti una relazione – seppur artificiale, asimmetrica e finalizzata allo sfruttamento –tra autore e vittima. In tale prospettiva, l’analisi dei profili psicologici dei truffatori e delle strategie di aggancio assume un ruolo centrale non solo nella prevenzione, ma anche nella comprensione dei meccanismi di vulnerabilità umana.
Dal punto di vista psicologico, il truffatore non corrisponde a un archetipo unico e rigidamente definito; tuttavia, la letteratura criminologica evidenzia la ricorrenza di specifici tratti di personalità. Tra questi emerge, in primo luogo, una marcata capacità manipolativa, spesso riconducibile a forme di empatia cognitiva piuttosto che affettiva. Il truffatore è in grado di riconoscere e interpretare le emozioni altrui, ma utilizza tale competenza in modo strumentale, orientato al vantaggio personale¹. Tale caratteristica si inserisce frequentemente all’interno di costellazioni di tratti riconducibili alla cosiddetta “Dark Triad” – narcisismo, machiavellismo e psicopatia – che risultano significativamente associate a comportamenti ingannevoli e opportunistici².
Un ulteriore elemento distintivo è rappresentato dalla riduzione o assenza del senso di colpa. I truffatori tendono a ricorrere a meccanismi di disimpegno morale, giustificando le proprie azioni attraverso razionalizzazioni “la vittima è stata ingenua” o mediante processi di disumanizzazione³. In questo quadro, la truffa appare come una condotta lucidamente pianificata, più che come un atto impulsivo.
Accanto a tali aspetti, si osserva frequentemente una componente narcisistica e una forte flessibilità cognitiva. Il truffatore esperto modifica rapidamente strategia, linguaggio e identità narrativa in funzione dell’interlocutore. Questa capacità emerge con particolare evidenza nei casi di frode relazionale complessa, come dimostrato dal noto caso di Simon Leviev, protagonista di una vasta truffa sentimentale internazionale. Attraverso l’utilizzo di un’identità fittizia associata a uno stile di vita lussuoso, Leviev instaurava relazioni affettive con le vittime, costruendo nel tempo un legame fiduciario e una dipendenza emotiva. Solo successivamente introduceva una situazione di emergenza (presunte minacce alla sua sicurezza), inducendo le vittime a trasferire ingenti somme di denaro. Il caso evidenzia in modo paradigmatico l’intreccio tra manipolazione emotiva, costruzione della fiducia e sfruttamento dell’urgenza.
Contrariamente allo stereotipo dell’azione impulsiva, molte truffe si caratterizzano per una significativa pazienza strategica. In particolare, nelle truffe relazionali, il truffatore investe tempo nella costruzione del rapporto, alimentando progressivamente il coinvolgimento emotivo della vittima fino a rendere plausibile la richiesta economica. Questo schema si ritrova anche in numerose indagini europee su reti di “romance scam”, in cui gruppi organizzati operano attraverso profili falsi e scenari narrativi standardizzati⁴.
La fase di aggancio rappresenta un momento cruciale dell’interazione fraudolenta. In tale fase, il truffatore attiva specifiche leve psicologiche volte a catturare l’attenzione e a ridurre le difese critiche della vittima. Tra queste, un ruolo centrale è svolto dal principio di urgenza, che limita la capacità di elaborazione razionale e favorisce decisioni impulsive⁵. Un esempio emblematico è rappresentato dalle truffe informatiche legate al falso supporto tecnico, come nel caso della rete criminale smantellata nel 2020 tra Europa e India, che impersonava operatori di grandi aziende tecnologiche per convincere le vittime a concedere accesso remoto ai propri dispositivi e a effettuare pagamenti per servizi inesistenti⁶. In tali contesti, la combinazione di urgenza (“il tuo computer è infetto”) e autorità percepita (“chiamo da un servizio ufficiale”) si rivela particolarmente efficace.
Il richiamo all’autorità costituisce infatti una delle leve più potenti, sfruttando la naturale tendenza all’obbedienza verso figure percepite come legittime⁷. Parallelamente, la costruzione della fiducia (relationship building) agisce soprattutto nelle truffe di lungo periodo, in cui il legame emotivo diventa il principale strumento di controllo.
Le dinamiche di aggancio si fondano inoltre su meccanismi cognitivi ben noti. Il bias di conferma porta gli individui a privilegiare informazioni coerenti con le proprie aspettative; l’effetto scarsità aumenta il valore percepito di opportunità limitate nel tempo; il principio di reciprocità e quello di impegno e coerenza contribuiscono a consolidare progressivamente il coinvolgimento della vittima⁸.
I contesti operativi sono molteplici: phishing, social engineering, truffe sentimentali, falsi investimenti, ma il denominatore comune resta la centralità della relazione e della manipolazione psicologica. La tecnologia, in questo senso, rappresenta un amplificatore, non la causa primaria del fenomeno.
Per quanto riguarda le vittime, la ricerca evidenzia come non esista un profilo tipico. Chiunque può essere coinvolto, indipendentemente da livello culturale o competenze cognitive. Risultano invece determinanti fattori situazionali quali stress, urgenza decisionale, vulnerabilità emotiva o aspettative specifiche. I truffatori non selezionano individui “ingenui”, ma contesti psicologici favorevoli alla manipolazione⁹.
In tale quadro, le strategie di prevenzione devono necessariamente integrare dimensioni cognitive ed educative. Rallentare i processi decisionali, verificare le fonti, riconoscere l’attivazione di emozioni intense e confrontarsi con terzi rappresentano strumenti fondamentali di difesa.
Le truffe non funzionano per un deficit cognitivo delle vittime, ma per l’elevata competenza degli autori nel manipolare processi psicologici universali. L’analisi dei casi concreti dimostra come la combinazione di costruzione relazionale, pressione emotiva e sfruttamento dei bias cognitivi costituisca la vera architettura della frode. Comprendere tali dinamiche consente di superare approcci semplicistici e di sviluppare modelli di prevenzione più efficaci e consapevoli.
Un esempio particolarmente significativo nel contesto italiano è rappresentato dalle cosiddette truffe del “finto carabiniere” o del “finto nipote”, fenomeno ampiamente diffuso e oggetto di numerose operazioni da parte dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato. In tali casi, il truffatore contatta telefonicamente la vittima, spesso una persona anziana, fingendosi un appartenente alle forze dell’ordine o un avvocato, e comunica una situazione di emergenza che coinvolgerebbe un familiare (tipicamente un nipote o un figlio), ad esempio un grave incidente stradale o un problema giudiziario.
La dinamica è costruita su una combinazione estremamente efficace di leve psicologiche: l’urgenza “serve denaro immediatamente per evitare conseguenze penali”, la paura “il rischio di arresto del familiare” e l’autorità “l’interlocutore si presenta come carabiniere o legale”. Alla vittima viene quindi richiesto di consegnare denaro contante o gioielli a un complice che si presenta presso l’abitazione, spesso nel giro di poche ore.
Dal punto di vista criminologico, questo schema evidenzia con chiarezza come la truffa non sia basata su sofisticate competenze tecnologiche, ma su una raffinata capacità di manipolazione emotiva e gestione della comunicazione. Il truffatore, infatti, guida attivamente la conversazione, impedendo alla vittima di verificare le informazioni (ad esempio invitandola a non riagganciare o a non contattare altri familiari) e mantenendo costante la pressione psicologica.
Numerose indagini condotte in Italia hanno evidenziato come tali reati siano spesso organizzati in forma strutturata, con divisione dei ruoli tra chi effettua la telefonata e chi si reca fisicamente a ritirare il denaro Operazioni coordinate dalla Direzione Investigativa Antimafia e dalle Procure territoriali hanno inoltre messo in luce collegamenti con gruppi criminali organizzati, capaci di replicare lo schema su larga scala.
Sul piano psicologico, questo caso è particolarmente rilevante perché dimostra come la vittima non agisca per ingenuità, ma sotto l’effetto di una condizione di forte attivazione emotiva. La paura per un familiare, unita alla pressione temporale e alla percezione di autorità, riduce drasticamente la capacità di valutazione critica. Si tratta, in altri termini, di una vera e propria “compressione cognitiva” indotta, in cui le risorse decisionali vengono temporaneamente compromesse.
Questo modello di truffa rappresenta un esempio paradigmatico dell’efficacia delle strategie di adescamento basate su emozioni primarie e relazioni significative, confermando come i truffatori selezionino non tanto individui vulnerabili in senso assoluto, quanto contesti emotivi altamente sfruttabili.
Dal punto di vista giuridico, le condotte descritte rientrano nella fattispecie di truffa disciplinata dall’ Art. 640 c.p. che punisce chiunque, mediante artifici o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. La norma individua quindi tre elementi essenziali: l’uso di inganno (artifici o raggiri), l’induzione in errore della vittima e il conseguimento di un profitto ingiusto con correlativo danno patrimoniale.
Nel contesto delle truffe analizzate, tali elementi risultano chiaramente integrati: la costruzione narrativa dell’emergenza costituisce il raggiro, lo stato emotivo indotto nella vittima determina l’errore, mentre la consegna di denaro o beni realizza il profitto illecito.
La disciplina prevede inoltre specifiche circostanze aggravanti, tra cui quelle richiamate dall’art. 640 c.p. che si applicano, ad esempio, quando il fatto è commesso a danno dello Stato o di un ente pubblico, oppure quando si approfitta di circostanze di tempo, luogo o persona tali da ostacolare la difesa della vittima. Quest’ultimo profilo assume particolare rilevanza nelle truffe ai danni di persone anziane, in cui la vulnerabilità della vittima viene consapevolmente sfruttata dall’autore.
In ambito digitale, inoltre, possono concorrere ulteriori fattispecie, come quelle relative all’accesso abusivo a sistemi informatici o alla frode informatica, previste rispettivamente dagli artt. 615-ter e 640-ter c.p., a conferma della natura sempre più ibrida delle condotte fraudolente contemporanee.
L’interpretazione degli elementi costitutivi della truffa è stata oggetto di un consolidato orientamento della Corte di Cassazione, che ha progressivamente ampliato la nozione di artifici e raggiri, svincolandola da una concezione meramente materiale o sofisticata dell’inganno. In particolare, la Corte ha chiarito che gli artifici e raggiri possono consistere anche in una semplice menzogna, purché inserita in un contesto idoneo a trarre in inganno la vittima13.
Tale principio risulta di particolare rilievo nelle truffe odierne, nelle quali l’inganno si realizza prevalentemente attraverso la comunicazione e la costruzione narrativa, piuttosto che mediante mezzi fraudolenti complessi.
La giurisprudenza ha inoltre ribadito che l’idoneità della condotta ingannatoria deve essere valutata in concreto, con giudizio ex ante, alla luce delle condizioni soggettive della persona offesa e del contesto in cui si realizza la condotta14.
Questo orientamento assume particolare rilevanza nelle truffe basate su dinamiche emotive, dove la vulnerabilità della vittima – anche temporanea – incide significativamente sulla capacità di resistenza all’inganno.
Infine, con riferimento allo sfruttamento di condizioni di debolezza, la Corte ha affermato che integra l’aggravante della minorata difesa l’abuso di condizioni personali della vittima, anche connesse all’età avanzata15.
La truffa, dunque, non è soltanto un reato contro il patrimonio, ma un sofisticato dispositivo relazionale che sfrutta vulnerabilità situazionali e meccanismi cognitivi universali; comprenderne la struttura significa non solo migliorare l’efficacia dell’intervento penale, ma soprattutto rafforzare le strategie di prevenzione in una società sempre più esposta a forme di manipolazione evolute.
Bibliografia
1. Paulhus D.L., Williams K.M., The Dark Triad of Personality, Journal of Research in Personality, 2002.
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3. Bandura A., Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities, 1999.
4. Whitty M.T., Anatomy of the Online Dating Romance Scam, Security Journal, 2015.
5. Cialdini R.B., Influence, 2007.
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7. Milgram S., Behavioral Study of Obedience, 1963.
8. Kahneman D., Thinking, Fast and Slow, 2011.
9. Button M., Lewis C., Tapley J., Fraud Victims in England and Wales, 2009.
10. Arma dei Carabinieri. Campagne informative sulle truffe agli anziani, vari rapporti annuali.
11. Polizia di Stato, Truffe agli anziani: modalità operative e prevenzione, materiale divulgativo istituzionale. Vedi: https://www.poliziadistato.it/statics/06/vademecum-truffe-anziani.pdf
12. Direzione Investigativa Antimafia. Relazioni annuali sull’attività svolta (sezioni su truffe organizzate e criminalità diffusa).
13. Fiandaca G., Musco F., Diritto penale. Parte speciale II: Reati contro il patrimonio, Giuffrè, Milano, 2020, p. 412-415; Mantovani R., Diritto penale. Parte speciale, Zanichelli, Bologna, 2019, p. 305-310.
14. Antolisei F., Manuale di diritto penale. Parte speciale, CEDAM, Padova, 2018, p. 220-225; Marinucci C., R., Dolcini E., Manuale di diritto penale. Parte speciale, Giappichelli, Torino, 2019, p. 185-190.
15. Fiandaca G., Musco F., Diritto penale. Parte speciale II: Reati contro il patrimonio, Giuffrè, Milano, 2020, p. 418-420; Mantovani R., Diritto penale. Parte speciale, Zanichelli, Bologna, 2019, p. 312-315; Corte di Cassazione, Sez. II penale, n. 40045/2019.
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