“Mi sono liberato di loro”: duplice omicidio del caso Moriconi (dott.ssa Mariana Berardinetti)
- dott.ssa Berardinetti Mariana

- 2 giorni fa
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Con questa frase, l’uomo che a Lucca ha ucciso il figlio e la moglie rivela la logica profonda del suo gesto. Quel “loro” indica due persone che, nella sua mente, non aderivano più all’immagine di sé e della famiglia che aveva costruito. Non la famiglia reale, ma una famiglia immaginata, una fantasia rigida che nel tempo era diventata il luogo psichico in cui aveva scelto di vivere. Un modello chiuso, impermeabile alla realtà, dove i membri della famiglia dovevano aderire alle sue aspettative e a quelle che lui considerava “le richieste della società”: un modello familiare binaristico, lineare, prescritto — l’uomo lavora, la donna accudisce, ci si sposa, si fanno i figli, si cresce secondo ruoli fissi. In quella fantasia non c’era spazio per la differenza, né per l’autonomia.
Per comprendere questa dinamica, è necessario chiarire il concetto di alterità. Alterità non è diversità: è il riconoscimento dell’altro come soggetto autonomo. Significa fare spazio all’altro, accogliere la sua presenza senza ridurla a proiezione o funzione. La coppia è il primo luogo in cui questo si impara: due persone che si riconoscono come soggetti, non come estensioni. Se nella coppia non si impara a fare spazio all’altro, non si farà spazio nemmeno al figlio reale.
Nella genitorialità, l’alterità diventa ancora più decisiva: accogliere il figlio come un nuovo soggetto, non come la continuazione di sé. Significa riconoscere che il figlio arriva come soggetto, non come estensione; che è un incontro che chiede una trasformazione: il figlio non aderisce al genitore, lo cambia; che non è un oggetto da modellare, perché questa è la radice della logica narcisistica; e che obbliga a rivedere sé stessi, perché la genitorialità è crescita, non possesso.
La genitorialità nasce da un lutto: il lutto del figlio ideale.
Solo lasciando morire l’immagine che il genitore aveva costruito si può fare spazio al figlio reale, al soggetto che arriva con la sua identità e la sua unicità.
Chi non attraversa questo lutto resta prigioniero della propria fantasia e continua a rincorrere un fantasma, mentre il figlio — nel percorso della sua vita — diventa sempre più reale.
Il figlio cresce, si definisce, si rivela; il genitore narcisistico no: resta fermo a inseguire ciò che non esiste più.
Nel caso di Lucca, la frattura nasce esattamente qui. L’identità sessuale del figlio non è stata percepita come una dimensione della sua persona, ma come la prova definitiva che il figlio reale non aderiva più al modello immaginato. Per un genitore narcisistico, il figlio non deve essere accettato né riconosciuto: deve aderire. Aderire al ruolo, alla fantasia familiare, al copione che lui riteneva “normale” e “socialmente richiesto”. La sessualità del figlio non è qualcosa da accogliere: nella logica narcisistica non dovrebbe esistere, perché introduce una unicità che il narcisista non tollera. Il figlio deve ripetere il padre, non discostarsi da lui. E quando il figlio non aderisce più, quella unicità viene vissuta come una minaccia alla propria identità.
Molti genitori, davanti alla sessualità dei figli, non vedono il figlio: vedono sé stessi.
Proiettano la propria storia, la propria educazione, la propria identità.
La sessualità del figlio smette di essere una sua unicità e diventa un riflesso del genitore.
Ed è questa proiezione che spiega perché, alla rivelazione dell’omosessualità, alcuni reagiscono con comportamenti estremi: cacciarlo di casa, disconoscerlo, punirlo, arrivare persino a distruggerlo.
Non reagiscono alla sessualità del figlio: reagiscono alla frattura della propria immagine.
Il figlio non ha tradito sé stesso: ha tradito il modello del genitore.
E quando il genitore non distingue tra il proprio sé e il figlio, la sua unicità diventa una minaccia da eliminare.
Nel mio percorso professionale venni contattata da una madre che mi chiese di “far guarire” suo figlio.
Diceva di aver pregato per un miracolo, perché “era malato”: era omosessuale.
Usava la religione in modo estremo, come se la sessualità del figlio fosse una colpa da espiare, una parte da estirpare, un errore da cancellare.
Non vedeva la sua identità, né la sua unicità: vedeva solo la propria paura.
E in quella paura il figlio non era più un soggetto: era un bersaglio della sua angoscia.
Ma perché uccidere anche la madre? Perché nella logica del narcisismo genitoriale, chi riconosce l’alterità del figlio diventa automaticamente una minaccia. La madre, che aveva compiuto quella crescita — che aveva visto il figlio reale, che ne aveva riconosciuto l’identità — rappresentava la smentita vivente della fantasia familiare in cui l’uomo si era rifugiato. Non era solo il figlio a non aderire più al modello ideale: era anche chi lo accoglieva. In una struttura mentale così rigida, la madre non era più percepita come partner, ma come traditrice dell’ordine interno. Eliminare “loro” significava eliminare ciò che metteva in crisi la famiglia immaginata e l’immagine di sé che l’uomo aveva costruito.
La frase “Mi sono liberato di loro” rivela esattamente questo: il figlio e la madre non sono percepiti come persone, ma come ostacoli; non come vite autonome, ma come minacce; non come alterità, ma come errori da cancellare. Il gesto non nasce da un conflitto improvviso, ma dall’incapacità di riconoscere l’altro come soggetto. È la conseguenza estrema di una genitorialità che non ha mai compiuto la propria crescita.
E qui sta il punto decisivo: per un genitore sufficientemente equilibrato, la sessualità del figlio non si accetta - si riconosce.
Perché non è un’opinione, non è una scelta, non è un comportamento da giudicare: è una dimensione della sua identità e della sua unicità.




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