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Inchiesta Rogoredo, altri due poliziotti del commissariato Mecenate indagati. Per Cinturrino oltre trenta capi d'accusa

  • Immagine del redattore: squadsmpd
    squadsmpd
  • 17 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Quattro poliziotti erano già stati iscritti -per favoreggiamento e omissione di soccorso - in merito a quel 26 gennaio, e ai lunghi minuti successivi allo sparo che ha abbattuto «Zack»

La «guerra» di Carmelo Cinturrino (e soci) contro Abderrahim Mansouri e l’esercito di pusher e tossici che affollano Rogoredo era straripata fin dentro gli uffici del commissariato di polizia di Mecenate. Dove i «fantasmi» del boschetto (almeno in un caso, contestato dagli inquirenti) venivano presi, rinchiusi arbitrariamente in una stanza del palazzo di via Quintiliano, e pestati. È uno degli episodi che ha portato ad allargare l’inchiesta aperta in procura dopo l’omicidio di «Zack». E che ha portato a scoperchiare il lato oscuro di «Luca» Cinturrino. I pestaggi. Le minacce. Le richieste di «droga e soldi». Il fascicolo vede ora indagati altri sei agenti di Mecenate, oltre al 41enne assistente capo. Quattro colleghi erano già stati iscritti — per favoreggiamento e omissione di soccorso — in merito a quel 26 gennaio, e ai lunghi minuti successivi allo sparo che ha abbattuto «Zack». E per tre di loro — a leggere la richiesta di incidente probatorio depositata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, che coordinano le indagini condotte dalla squadra mobile, guidata da Alfonso Iadevaia — il ventaglio d’accuse, in concorso con Cinturrino, si è ampliato: estorsione, rapina, falso ideologico. A loro s’aggiungono altri due poliziotti del commissariato, che devono rispondere, a vario titolo, di arresto illegale, calunnia, concussione, spaccio, falso, sequestro di persona.

Quest’ultima accusa è legata a un episodio dell’8 dicembre scorso. «Luca Corvetto», uno dei tanti nickname affibbiati da pusher e tossici all’assistente capo, è con uno dei due nuovi agenti indagati. Insieme, acchiappano uno spacciatore in commissariato. E lo rinchiudono in una stanza. Dentro, la vittima, un 29enne marocchino, viene tempestata di botte. In faccia, e in testa. È un nome conosciuto dai due. Che in più occasioni l’avevano fermato, controllato, arrestato. Anche con metodi illegali. Il 3 aprile del 2025 l’avevano intercettato per strada. Il verbale (falso) giustificherà il suo arresto — senza mai citare i 50 euro che gli faranno sparire — per la scoperta nei suoi vestiti di 28 grammi di hashish. Quella «roba» non sarebbe stata sua, però. Gliela avrebbero piazzata addosso i due poliziotti.


Spesso i pestaggi, anche a colpi di martello, servivano a Cinturrino a recuperare informazioni sugli «imboschi» di Abderrahim Mansouri. Per scoprire dove nascondesse droga e soldi. Dalle tasche dei «cavallini» a volte la droga spariva (per poi magari «piazzarla» addosso a qualcuno, per poterlo arrestare), più spesso i soldi. Qualche decina di euro, in genere. Ottocento euro, in contanti, in un’occasione. Lo scorso luglio, la violenza di «Luca» si era abbattuta su un pusher moldavo in carrozzina. Insieme a due agenti l’avevano costretto a spogliarsi. L’avevano gettato a terra. E poi Cinturrino l’aveva pestato col martello su sterno e fianchi, per poi spaccargli una bottiglia di birra in testa. «Dammi la storia... qua non comandano Zack e Minour».

Ma in un paio di episodi, i protagonisti sarebbero stati due suoi colleghi indagati (con lui il giorno dello sparo a «Zack»). Hanno minacciato e pestato due tossici, un 38enne e un 39enne italiani, per razziare le «scorte» nascoste dei Mansouri. Ieri sono iniziati, nei laboratori della polizia Scientifica della Questura, gli accertamenti tecnici su una mazza-sbarra di legno e un martello sequestrati degli inquirenti alla ricerca di tracce biologiche delle eventuali vittime dei pestaggi.


 
 
 

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