Il lato oscuro del litio: nel Sahel la transizione energetica rischia di alimentare una nuova economia di guerra (dott.ssa Diletta Fileni)
- dott.ssa Diletta Fileni

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Il litio è uno dei simboli della transizione energetica. È indispensabile per le batterie delle auto elettriche, per l'elettronica e per i sistemi di accumulo dell'energia. La sua domanda cresce insieme alla necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Ma dietro la corsa globale a questo metallo strategico si nasconde una domanda che l'industria e i governi non possono più permettersi di ignorare, ovvero, chi controllerà le nuove catene di approvvigionamento nelle aree più fragili del pianeta?
La storia africana offre esempi difficili da ignorare. Diamanti, oro e altre materie prime hanno dimostrato che una risorsa naturale può diventare contemporaneamente fonte di crescita e carburante per la violenza. La cosiddetta resource curse non è una caratteristica geologica: è il risultato di istituzioni deboli, corruzione, disuguaglianze, conflitti e catene commerciali opache. Il rischio, dunque, non è che il litio diventi necessariamente il “nuovo oro del terrorismo”. Questa formula sarebbe eccessiva e, allo stato attuale, non sufficientemente dimostrata. Il rischio reale è che la corsa globale al litio crei nuove rendite in territori nei quali esistono già soggetti pronti ad appropriarsene. E qui emerge una contraddizione della transizione energetica.
L’Europa, la Cina, gli Stati Uniti e gli altri grandi consumatori vogliono rendere più sicure le proprie catene di approvvigionamento di minerali critici. Ma la sicurezza della fornitura non può essere misurata soltanto in tonnellate prodotte, contratti firmati o nuove miniere inaugurate. Una catena di approvvigionamento è davvero sicura soltanto se è anche tracciabile, trasparente e sostenibile dal punto di vista politico e sociale. Per questo la risposta non può limitarsi alla sicurezza privata delle miniere. Servono sistemi di certificazione e tracciabilità del minerale, cooperazione tra Stati sulle frontiere, formalizzazione dell’attività mineraria artigianale e soprattutto una presenza effettiva delle istituzioni nelle regioni produttrici.
C’è poi un’altra questione strategica: la trasformazione locale. Se il Sahel continuerà semplicemente a estrarre spudoratamente e a esportarlo verso gli impianti di lavorazione stranieri, una parte considerevole del valore economico rimarrà fuori dai paesi produttori. Creare capacità locali di trattamento e trasformazione potrebbe invece generare occupazione, entrate fiscali e maggiore controllo sulla filiera. Ma anche qui bisogna evitare un’illusione. Costruire un impianto industriale non significa automaticamente costruire uno Stato più forte. Se le istituzioni rimangono deboli, una nuova infrastruttura può diventare semplicemente un’altra fonte di rendita da controllare. La posta in gioco, quindi, va molto oltre il mercato del litio.
Il mondo sta entrando in una nuova competizione per le materie prime strategiche. Il petrolio ha segnato la geopolitica del XX secolo; litio, rame, cobalto, nichel, grafite e terre rare saranno tra gli elementi decisivi dell’economia del XXI secolo. Ma la transizione energetica non sarà davvero sostenibile se per costruire batterie più pulite si continueranno a replicare vecchi modelli di sfruttamento, opacità e conflitto. Il Sahel potrebbe diventare un importante polo mondiale del litio. Potrebbe trasformare una risorsa mineraria in entrate pubbliche, occupazione e sviluppo. Oppure potrebbe assistere alla nascita di una nuova economia estrattiva nella quale una parte dei profitti finisce nelle mani di intermediari, trafficanti e gruppi armati.
La differenza non la farà il litio. La faranno le istituzioni. Il punto decisivo non consiste nel decidere se estrarre o meno il litio, ma nel riuscire a farlo prima che siano altri, fuori dal controllo dello Stato, a decidere chi può estrarlo, trasportarlo e venderlo. La transizione energetica ha bisogno di minerali critici. Ma prima ancora ha bisogno di una governance critica. Altrimenti il rischio è che, mentre il mondo costruisce le batterie della propria economia verde, nel Sahel si costruiscano le fondamenta di una nuova economia di guerra.
dott.ssa Diletta Fileni




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