Il gabinetto nella stanza (dott. Angelo De Pascale)
- dr. De Pascale Angelo

- 29 mag
- Tempo di lettura: 5 min

Martedì 27 maggio, al Knesset di Gerusalemme, Itamar Ben Gvir si è presentato davanti alle telecamere e ha detto in ebraico: "So che il Primo ministro Netanyahu e tutti noi, come governo di Israele, non possiamo permettere che questo accada." "Questo" era l'accordo in via di negoziazione tra Washington e Teheran. Non una fuga di notizie. Non un'opposizione interna sussurrata. Una dichiarazione pubblica di veto, firmata dal ministro della Sicurezza Nazionale, mentre il premier era al telefono con Trump.
Tienila a mente, questa immagine. Perché spiega una cosa che le analisi sullo stallo negoziale tendono a sottovalutare: il problema non è che Israele e gli Stati Uniti hanno interessi divergenti. Il problema è che il gabinetto israeliano è dentro la trattativa americana, non fuori. E nessuno lo ha invitato.
La mappa del labirinto
Partiamo dai fatti verificabili, perché la nebbia delle narrative contrapposte rende difficile distinguere cosa esiste già nell'accordo da quello che è propaganda strumentale.
Il framework negoziale è un memorandum d'intesa in tre fasi: fine formale della guerra, riapertura dello Stretto di Hormuz, apertura di una finestra di trenta giorni per i colloqui sul nucleare. I media statali iraniani hanno diffuso una bozza che descriveva ritiro militare americano dalle zone vicino al territorio iraniano e revoca del blocco navale ai porti. La Casa Bianca ha risposto definendola "totale invenzione". Trump, su Truth Social, ha scritto che l'accordo era "largamente negoziato". Due versioni della stessa cosa che si contraddicono pubblicamente, in tempo reale, da entrambi i lati.
Questa non è disorganizzazione. È gestione del consenso interno. Nessuno dei due governi può presentare la firma come una resa ai propri sostenitori. La guerra delle bozze è il meccanismo che prepara l'atterraggio narrativo prima che l'accordo esista.
440,9 chilogrammi
Il numero che conta di più nei negoziati non è quello dell'offerta americana né quello della richiesta iraniana. È 440,9. Tanti chilogrammi di uranio arricchito al 60% di purezza che l'Iran detiene oggi, secondo i dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). Il 90% è la soglia tecnica per un'arma. La distanza tra queste due cifre è questione di settimane di lavoro in centrifuga.
Washington chiede blocco dell'arricchimento per almeno dodici anni con clausola di proroga automatica, e ritiro fisico delle scorte dal territorio iraniano. L'Iran si è offerto di sospendere l'arricchimento oltre il 3,6% per dieci anni e di diluire internamente le scorte più concentrate. Le Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), attraverso l'agenzia Fars, hanno smentito qualsiasi impegno sul nucleare. La distanza tra le posizioni non è una questione di linguaggio diplomatico. È strutturale.
C'è una lettura che circola nei circoli negoziali americani, secondo cui Teheran userebbe il programma nucleare come moneta di scambio, pronta a cederlo quando le condizioni lo rendessero accettabili politicamente. È una lettura da resistere. Il programma nucleare iraniano sopravvive da trent'anni a sanzioni, sabotaggi, assassinii di scienziati e due attacchi militari diretti. Non è un chip negoziale. È la garanzia esistenziale di un regime che sa cosa è successo ai leader che vi hanno rinunciato.
Hezbollah non ha firmato
Il 16 aprile Israele e il Libano hanno concordato un cessate il fuoco, esteso di tre settimane il 23 aprile. Hezbollah non è parte di quell'accordo. Non l'ha negoziato, non l'ha firmato.
La sua assenza dal testo non è una svista procedurale: è la faglia che tiene in vita il conflitto. I droni di Hezbollah continuano a colpire posizioni israeliane. Israele risponde con quella che chiama "difesa". Il 28 maggio le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno attraversato via terra la linea del cessate il fuoco, superando il fiume Litani. Gli attacchi israeliani dall'entrata in vigore della tregua hanno ucciso almeno 608 persone. Beirut è stata colpita nelle ultime 24 ore con almeno 28 morti.
L'Iran ha posto la fine dei combattimenti in Libano come condizione per qualsiasi accordo che includa la riapertura di Hormuz. La clausola sarebbe già nella bozza circolante. Netanyahu ha espresso a Trump la sua contrarietà. Secondo fonti israeliane, Trump lo avrebbe rassicurato che non firmerà nulla senza smantellamento del programma nucleare e ritiro delle scorte. Se questa rassicurazione è reale, la finestra negoziale si è appena chiusa. Se non lo è, Trump sta gestendo i due dossier in parallelo con promesse incompatibili.
La struttura di incentivi che nessuno nomina
C'è una lettura di questa crisi che il mainstream diplomatico fatica ad articolare perché implica una conclusione scomoda: Israele ha un interesse strutturale nel fatto che i negoziati USA-Iran non si chiudano.
Ogni settimana di stallo è una settimana in più per colpire le infrastrutture di Hezbollah, costruire buffer territoriali oltre il Litani, ridurre la capacità missilistica del gruppo. Netanyahu lo ha detto esplicitamente: Israele ha eliminato "la maggior parte della minaccia missilistica" e costruito un "buffer di sicurezza" oltre confine. Danny Citrinowicz dell'Atlantic Council ha osservato che "il Libano ha un'importanza strategica vitale per l'Iran" e che Hezbollah è un elemento centrale dell'Asse della Resistenza. Se Israele
smantella quella struttura prima che l'accordo imponga un cessate il fuoco, l'Iran arriva al tavolo nucleare con uno strumento di pressione regionale in meno.
Il paradosso americano è che Washington sa tutto questo e continua a coprire diplomaticamente le operazioni israeliane mentre spinge per la chiusura dell'accordo. Un alto funzionario USA il 25 maggio ha fatto sapere che Washington "avrebbe potuto autorizzare" un'operazione israeliana su larga scala contro Hezbollah come risposta ai droni. Pressione e copertura nello stesso momento.
Il precedente che nessuno cita
Nel settembre 1978, Jimmy Carter portò Menachem Begin e Anwar Sadat a Camp David e li tenne fisicamente isolati dai rispettivi gabinetti per tredici giorni. L'accordo si fece. La distanza dalla politica interna era la condizione del negoziato.
Il 2026 è il rovescio di quella logica. Ben Gvir e Smotrich partecipano alla riunione di sicurezza convocata da Netanyahu dopo ogni telefonata con Trump. Smotrich ha approvato due miliardi di shekel per "soluzioni tecnologiche alla minaccia dei droni" nello stesso giorno in cui chiedeva dieci edifici a Beirut per ogni drone lanciato. Ben Gvir ha dichiarato pubblicamente che l'intero gabinetto è contrario all'accordo. Netanyahu non è isolato dalla sua destra. Ne è prigioniero.
Questo non significa che l'accordo sia impossibile. Significa che per firmarlo Netanyahu dovrebbe sopravvivere politicamente alla firma. E quella è una variabile che nessuna analisi esterna può calcolare.
La domanda che rimane
Torna all'immagine di Ben Gvir al Knesset. Un ministro che dice "non permetteremo" mentre il suo premier negozia. In qualsiasi sistema democratico funzionante, quella dichiarazione pubblica dovrebbe avere conseguenze: o il premier la smentisce, o il ministro si dimette, o la posizione diventa quella del governo.
Netanyahu non ha smentito. Ben Gvir non si è dimesso. La posizione è diventata quella del governo.
Resta da capire se Trump leggerà quella dichiarazione come un veto reale da gestire o come rumore interno da ignorare. La risposta cambierà la geometria del MoU, il destino del Libano, e la domanda su quanta autonomia Washington è disposta a concedere a Tel Aviv quando il costo è un accordo con Teheran.
Ben Gvir ha detto "non permetteremo" mentre Netanyahu era al telefono con Trump. Il gabinetto israeliano non è fuori dal negoziato USA-Iran. È dentro. E nessuno lo ha invitato.
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