Costa Rica: la svolta securitaria ispirata a Bukele. Dott.ssa Diletta Fileni.

Il Paese che ha abolito l'esercito nel 1948 si prepara a inaugurare una megacarcerazione ispirata al modello salvadoregno. Una svolta che racconta le paure dell'America Latina, il consenso delle politiche securitarie e il difficile equilibrio tra ordine pubblico e Stato di diritto.
C'è un'immagine che racconta meglio di molte analisi il cambiamento in corso in America Latina, il Costa Rica, uno dei Paesi che hanno costruito la propria identità politica sulla pace e sull'assenza di un esercito permanente, si prepara ad aprire una prigione ispirata al modello di Nayib Bukele. Un complesso da 35 milioni di dollari, con una capienza prevista di 5.100 detenuti, destinato a diventare il simbolo di una nuova stagione della sicurezza regionale.
L'inaugurazione del Centro de Alta Contención contra el Crimen Organizado (CACCO), annunciata per il 14 ottobre nel complesso penitenziario di La Reforma, vicino a San José, non è soltanto un evento edilizio o amministrativo. È una scelta politica. E, soprattutto, è il segnale di quanto il modello salvadoregno sia riuscito a superare i confini nazionali, trasformandosi in un riferimento per governi che devono rispondere alla crescente paura della criminalità organizzata.
Il messaggio è semplice, potente e politicamente redditizio, ovvero, di fronte alla violenza, lo Stato deve mostrare la propria forza. Carceri di massima sicurezza, restrizioni più severe, isolamento dei detenuti considerati pericolosi. Una strategia che promette risultati visibili e immediati, ma che solleva interrogativi difficili da eludere.
La paura come motore della svolta
Il Costa Rica non è più l'isola relativamente tranquilla che per lungo tempo ha rappresentato un'eccezione nel panorama centroamericano. La crescita degli omicidi, le guerre tra gruppi legati al narcotraffico e il rafforzamento delle reti criminali hanno modificato profondamente il dibattito pubblico. Nel 2023 il Paese ha registrato un record di circa 900 omicidi. Nel 2025, secondo i dati dell'Organismo de Investigación Judicial, le vittime sono state 873.
Numeri che spiegano perché una parte della classe politica ritenga necessario cambiare passo. La sicurezza non è un'invenzione propagandistica: è un problema concreto, che riguarda la vita quotidiana delle persone, la libertà di circolare nei quartieri e la fiducia nelle istituzioni. Ma riconoscere la gravità del problema non significa considerare automaticamente efficace qualsiasi soluzione proposta per affrontarlo.
Il nuovo carcere viene presentato dal governo come uno strumento per contenere i capi delle organizzazioni criminali, i detenuti violenti e le persone ritenute particolarmente pericolose. L'obiettivo è impedire che il potere delle bande continui a esercitarsi anche dietro le sbarre. È una finalità legittima. La questione è capire con quali strumenti verrà perseguita, quali controlli saranno garantiti e quali risultati produrrà nel tempo.
C'è, inoltre, un dato che impone prudenza: il numero degli omicidi costaricani ha cominciato a diminuire rispetto al picco del 2023 prima che il CACCO accogliesse detenuti. Attribuire alla nuova struttura risultati che ancora non può aver prodotto significherebbe confondere la propaganda con la valutazione dei fatti.
Il modello Bukele e il prezzo della sicurezza
In El Salvador, Nayib Bukele ha costruito gran parte del proprio consenso sulla repressione delle bande criminali. Dall'introduzione dello stato di emergenza nel marzo 2022, decine di migliaia di persone sono state arrestate. Il governo rivendica una drastica riduzione degli omicidi e la riconquista di territori che per anni erano stati condizionati dalla violenza delle gang.
Per molti cittadini salvadoregni, il cambiamento della sicurezza quotidiana rappresenta un risultato tangibile. Ignorarlo significherebbe non comprendere perché Bukele sia diventato un modello politico per altri Paesi. Eppure, dietro il successo della sua immagine pubblica, resta una questione essenziale: quali garanzie vengono sacrificate quando la lotta alla criminalità diventa una priorità assoluta?
Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato accuse di detenzioni arbitrarie, torture, morti in custodia e violazioni del diritto a un processo equo. Nel 2025, inoltre, oltre 250 venezuelani espulsi dagli Stati Uniti sono stati trasferiti al CECOT senza un processo penale ordinario in El Salvador. Le autorità salvadoregne respingono le accuse di abusi e difendono la strategia adottata.
Il problema, quindi, non consiste nello scegliere astrattamente tra sicurezza e diritti umani. Consiste nel verificare se sia possibile garantire entrambe le cose, evitando che l'emergenza diventi una condizione permanente e che il sospetto si trasformi in una condanna anticipata. Un carcere di massima sicurezza non è, di per sé, incompatibile con la democrazia. Lo diventa una questione costituzionale quando le restrizioni sono arbitrarie, le condizioni di detenzione violano la dignità umana o il controllo giudiziario perde efficacia. È proprio su questo terreno che il Costa Rica dovrà dimostrare di non limitarsi a importare un modello, ma di saperlo sottoporre alle proprie leggi e alle proprie garanzie.
Un carcere come manifesto politico
Il CACCO è anche il prodotto di una precisa strategia di comunicazione. La posa della prima pietra, avvenuta nel gennaio 2026 alla presenza di Bukele e dell'allora presidente Rodrigo Chaves, ha conferito al progetto una forte dimensione simbolica. La struttura è stata concepita non soltanto come risposta a un problema penitenziario, ma anche come dimostrazione della volontà del governo di adottare una linea più dura.
La presidente Laura Fernández, successora politica di Chaves, ne ha fatto uno dei punti qualificanti della propria agenda sulla sicurezza. La prevista partecipazione di esponenti politici regionali all'inaugurazione rafforza ulteriormente il significato dell'operazione: il carcere diventa una vetrina, un messaggio rivolto ai governi vicini e agli elettori.
Non è un caso che modelli simili siano entrati nel dibattito politico di altri Paesi latinoamericani. In una regione attraversata da narcotraffico, estorsioni e violenza organizzata, la promessa di ristabilire l'ordine attraverso la forza offre una risposta immediatamente comprensibile a problemi complessi.
Ma una politica pubblica non può essere giudicata soltanto dalla sua capacità di produrre immagini efficaci. Una struttura imponente non dimostra, da sola, che le reti criminali siano state smantellate. Un aumento degli arresti non equivale necessariamente a un aumento delle condanne fondate su prove. E una riduzione temporanea degli omicidi non garantisce che la violenza non possa ripresentarsi sotto altre forme.
La repressione può essere una componente della strategia di sicurezza. Non può sostituire un sistema giudiziario efficiente, le indagini finanziarie, il contrasto alla corruzione e il controllo dei traffici illeciti.
La sfida della democrazia
L'inaugurazione è stata contestata anche sul piano costituzionale. Il ricorso presentato dal professore Ricardo Zeledón chiede di bloccare l'apertura della struttura e il trasferimento dei detenuti, denunciando i rischi per i diritti fondamentali. La decisione spetta alla giustizia costaricana, chiamata a valutare la compatibilità del progetto con l'ordinamento nazionale.
Il contenzioso mette in luce una contraddizione solo apparente: uno Stato può rafforzare la propria capacità di contrastare la criminalità e, nello stesso tempo, essere tenuto a rispettare limiti rigorosi nell'esercizio del potere punitivo. Anzi, è proprio quando la paura cresce che le garanzie costituzionali diventano più importanti. Non perché la sicurezza debba passare in secondo piano, ma perché il potere pubblico deve dimostrare di saper agire senza sottrarsi alla legge.
Il Costa Rica dispone di una tradizione istituzionale diversa da quella salvadoregna. La sua identità democratica non è una garanzia automatica contro gli abusi, ma rappresenta un patrimonio che il governo è chiamato a preservare anche nella gestione della criminalità organizzata.
La vera prova del CACCO non sarà dunque la cerimonia inaugurale, né il numero di detenuti che potrà ospitare. Sarà la sua capacità di contribuire alla riduzione della violenza senza trasformarsi in uno spazio sottratto alla trasparenza, alla tutela giudiziaria e al controllo indipendente.
La sicurezza non si misura soltanto dietro le sbarre
Il rischio più grande, per il Costa Rica come per il resto dell'America Latina, è confondere la visibilità della repressione con la soluzione del problema criminale. Le organizzazioni che controllano il narcotraffico non sono soltanto gruppi di individui da rinchiudere: sono reti economiche, logistiche e relazionali che prosperano anche grazie alla corruzione, alla vulnerabilità sociale e alla capacità di infiltrarsi nelle istituzioni.
Per indebolirle servono carceri sicure, ma anche investigatori preparati, magistrati indipendenti, controlli finanziari, cooperazione internazionale e politiche capaci di impedire il reclutamento di nuovi affiliati. Senza questi strumenti, la repressione rischia di colpire i singoli senza intaccare i meccanismi che riproducono la criminalità. Il 14 ottobre il Costa Rica potrebbe inaugurare molto più di una prigione. Potrebbe sancire l'ingresso definitivo del modello Bukele nel dibattito sulla sicurezza di un Paese che, per decenni, ha rivendicato una strada diversa.
La scelta di contrastare con decisione la criminalità organizzata è comprensibile. Ma la questione decisiva rimane aperta: quanto potere è disposto a concedere lo Stato in nome della sicurezza, e quali garanzie è determinato a non sacrificare? La risposta non arriverà dalle uniformi, dalle mura o dalle dichiarazioni solenni. Arriverà dai risultati verificabili, dalle condizioni reali dei detenuti, dal rispetto delle decisioni dei giudici e dalla capacità di ridurre la violenza nel tempo. Perché uno Stato dimostra la propria forza non soltanto quando riesce a imprigionare chi viola la legge, ma anche quando riesce a farlo rispettando la legge stessa.







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