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QUANTO CONOSCI DAVVERO UNA PERSONA? (Dott.ssa Natalia Carmen Gentile)

2 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

L'illusione dell'introspezione e il lato invisibile delle nostre scelte


Se chiedessi a chiunque di descrivere il proprio migliore amico, il partner o i motivi per cui ha preso una decisione fondamentale nella vita, la risposta sarebbe immediata e sicura. Siamo profondamente convinti di conoscere chi ci sta accanto e, soprattutto, di sapere esattamente perché facciamo quello che facciamo. Eppure, le neuroscienze e la psicologia cognitiva contemporanea dimostrano che questa certezza è, in buona parte, un'illusione rassicurante. Negli esperimenti pionieristici condotti alla Lund University sul fenomeno della Choice Blindness (Cecità alla Scelta), ideati da Petter Johansson e Lars Hall, ai partecipanti veniva mostrata una coppia di fotografie di volti femminili chiedendo di scegliere quello ritenuto più attraente. Attraverso un abile gioco di prestigio con un doppio mazzo di carte, l'esperimentatore scambiava in modo velato la foto scelta con quella scartata, consegnando al soggetto l'immagine opposta a quella desiderata. I risultati sono stati sconcertanti: oltre il 75% dei partecipanti non si è nemmeno accorto dello scambio. Non solo: messi di fronte alla foto mai scelta, i soggetti hanno iniziato a inventare al momento motivazioni logiche, dettagliate e appassionate per giustificare una preferenza che non avevano mai espresso. Questo fenomeno, definito confabulazione introsLogic, dimostra che la nostra mente costruisce continuamente spiegazioni a posteriori per convincerci di avere il pieno controllo delle nostre decisioni.

     

Figura 1: Protocollo della Choice Blindness (Lund University Cognitive Studies).

Se non siamo pienamente consapevoli delle nostre stesse scelte, come possiamo pretendere di conoscere davvero un'altra persona? Come spiega il neuroscienziato Anil Seth (University of Sussex), il nostro cervello è letteralmente racchiuso all'interno del guscio buio e silenzioso del cranio. Non riceve una visione diretta del mondo esterno, ma solo impulsi elettrici ambigui provenienti dagli organi di senso. Per sopravvivere e dare un senso all'ambiente, il cervello lavora continuamente dall'interno verso l'esterno (inside-out): non registra passivamente la realtà, ma la predice continuamente. In questa prospettiva, la percezione degli altri e del mondo non è un video oggettivo, ma un'allucinazione controllata. Quando guardiamo chi ci sta di fronte, il cervello combina i segnali visivi con i nostri pregiudizi, i ricordi storici e le aspettative. Non vediamo l'altro per come è realmente, ma la versione che il nostro cervello ha previsto che sia. Inoltre, Seth richiama la teoria delle emozioni formulata da William James e Carl Lange: l'emozione non è una reazione immediata della mente, ma la percezione che il cervello ha delle modificazioni fisiologiche del corpo (ad esempio la frequenza cardiaca, il cortisolo oppure la sudorazione). La nostra mente interpreta questi segnali corporei all'interno del contesto sociale, costruendo l'esperienza cosciente di paura, attrazione o diffidenza.

        

Figura 2: Schema del Cervello Predittivo (Anil Seth, Sussex University).


Come riusciamo allora a sintonizzarci con gli stati d'animo e le intenzioni di chi ci circonda? La neuroscienziata Andreea Diaconescu (University of Zurich) dimostra che la capacità di comprendere gli altri, la cosiddetta Teoria della Mente, si basa su precisi modelli neurocomputazionali. Durante un'interazione sociale, il cervello costruisce una vera e propria 'scultura mentale' dell'altra persona, aggiornando progressivamente le proprie stime di affidabilità attraverso un processo in tre fasi:


Figura 3: Le tre fasi neurobiologiche della Teoria della Mente (Diaconescu et al.).


I tre stili con cui il nostro cervello giudica gli altri


Che cosa accade al nostro modello predittivo quando ci troviamo in situazioni di forte stress, ansia o percepita minaccia? La ricerca neuroscientifica dimostra che lo stress altera radicalmente il bilanciamento tra l'interno e l'esterno, trasformando il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri.

1)       L'Iper-Attivazione dei 'Priors' di Pericolo: In condizioni di allarme (attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene con rilascio di cortisolo e adrenalina), l'amigdala assume un controllo prioritario. Il cervello diventa iper-predittivo verso la minaccia: attribuisce un peso sproporzionato alle proprie ipotesi di pericolo (inside-out) e riduce la ricettività verso le informazioni sensoriali reali (outside-in). Di conseguenza, ogni segnale ambiguo, un ritardo in una risposta; un tono di voce neutro oppure uno sguardo stanco, viene immediatamente interpretato come un segnale di ostilità o rifiuto.

2)       Il Cortocircuito Viscerale-Cognitivo: Collegandosi alla teoria di James e Seth, sotto stress la frequenza cardiaca accelerata, la tensione muscolare e la respirazione corta inviano un flusso continuo di segnali di allarme dal corpo al cervello. Il cervello interpreta questo stato viscerale concludendo: “Se il mio corpo è così agitato, significa che sono sotto attacco”. Si genera così un circolo vizioso in cui l'ansia fisiologica fabbrica minacce esterne che non esistono nella realtà.

3)       La Paralisi della Scultura Mentale: Nelle situazioni di conflitto o percezione di rischio relazionale, la flessibilità della Teoria della Mente si interrompe. Il cervello smette di aggiornare la propria rappresentazione dell'altro e rimane bloccato in un'interpretazione difensiva rigida: l'altro viene categorizzato come nemico o inaffidabile, rendendo impossibile la comprensione empatica fino a quando lo stato di allarme non rientra.

Per ripristinare la capacità del cervello di leggere correttamente gli altri, è fondamentale agire prima sul corpo che sui pensieri. Ridurre la risposta fisiologica di allarme tramite, ad esempio, la respirazione profonda e il radicamento corporeo, invia segnali di sicurezza al cervello, consentendo alle aree prefrontali di riprendere l'analisi empatica e flessibile degli altri.Spesso, di fronte all'incapacità di spiegare razionalmente perché ci fidiamo di qualcuno o come abbiamo preso una decisione lampo, ci rifugiamo nel mito dell'inconscio infallibile. Si tende a credere che 'dormirci sopra' o lasciar agire un misterioso pilota automatico sottocorticale produca decisioni superiori rispetto al pensiero analitico. Gli studi rigorosi pubblicati dai docenti di psicologia Ben R. Newell (UNSW Sydney) e David R. Shanks (University College London) su MIT Press Reader sfatano questo mito. Analizzando in dettaglio celebri esperimenti, Newell e Shanks dimostrano che non esiste alcuna evidenza empirica per un inconscio magico che elabori scelte complesse in background. L'intuito non è un messaggio arcano dalla mente inconscia: come sottolineava il premio Nobel Herbert Simon: “L'intuito non è niente di più e niente di meno che riconoscimento”. Quando prendiamo una decisione istintiva su una persona o una situazione, il nostro cervello sta semplicemente riconoscendo istantaneamente uno schema memorizzato in passato. Come confermava Albert Einstein: “L'intuito è soltanto il risultato di un'esperienza intellettuale precedente”. Capire quanto conosciamo davvero una persona ci porta a una conclusione rivoluzionaria: la conoscenza degli altri non è uno stato statico, ma un processo dinamico e continuo. Riconoscere i limiti dell'introspezione e le trappole della Choice Blindness ci insegna un'importante lezione di umiltà cognitiva. Le nostre valutazioni sugli altri dicono spesso più sui nostri modelli predittivi interni che sulla persona che abbiamo davanti. La tentazione di etichettare o dare per scontato chi amiamo rischia di ingabbiarlo nelle predizioni fise del nostro cervello. Conoscere davvero qualcuno non significa prevederne ogni mossa, ma avere il coraggio di smontare la nostra scultura mentale per lasciarci sorprendere, ogni giorno, da chi quella persona sta diventando.


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