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Quando il nome non basta: funzione, ruolo e corretta qualificazione dei servizi (Massimiliano Spataro Ph.D.)

3 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

SECURITY IN ITALIA

Quando il nome non basta: funzione, ruolo e corretta qualificazione dei servizi


Nella Security, il nome attribuito al servizio non basta a definirne la natura: contano la funzione realmente esercitata, le modalità operative e i limiti applicabili.

Nel settore della Security italiana una delle criticità più persistenti nasce prima ancora dell’operatività: nasce dalle parole. Vigilanza, sorveglianza, custodia, guardiania, portierato, presidio, controllo accessi, servizi fiduciari e servizi ausiliari alla sicurezza vengono spesso avvicinati come se indicassero attività equivalenti. In realtà possono corrispondere a funzioni, responsabilità, limiti e regimi autorizzatori profondamente diversi.

Il problema non è soltanto semantico. Quando la denominazione commerciale sostituisce l’analisi della funzione, l’errore può trasferirsi nel capitolato, nell’ordine di servizio, nella formazione dell’operatore e nell’attività concretamente richiesta. Il “Manuale operativo dei Servizi Ausiliari alla Sicurezza (SAS)” parte proprio da questo nodo: qualificare il servizio sulla base di ciò che realmente viene svolto, della finalità, delle modalità operative e dei limiti attribuiti al personale.

Quando la denominazione non descrive la funzione

La giurisprudenza offre casi nei quali il nome utilizzato dalle parti non è stato considerato decisivo. Nella Cassazione penale, sez. I, n. 30251/2016, l’impresa sosteneva di svolgere portierato; gli accertamenti descrivevano invece personale in uniforme, pattugliamenti anche notturni, autovetture e servizi rivolti a molteplici esercizi commerciali. La Corte ha richiamato il principio secondo cui, ai fini dell’art. 134 T.U.L.P.S., occorre guardare alla natura reale dell’attività e non alla sola etichetta contrattuale.

Il caso è particolarmente significativo perché mostra il punto metodologico: “portierato”, “sorveglianza” o “security” non qualificano da soli un servizio. La domanda corretta è un’altra: quale funzione viene concretamente esercitata? È la stessa logica adottata dal Manuale SAS, che distingue denominazione, attività, finalità, modalità di esecuzione, competenze e limiti prima di attribuire una qualificazione operativa.

Situazioni reali: il confine si vede nell’attività

La Cassazione penale, sez. I, n. 22238/2024, è tornata sul confine tra portierato liberalizzato e vigilanza o custodia soggetta ad autorizzazione. Il procedimento riguardava servizi svolti presso un campeggio, un albergo e un evento privato. La Corte ha ribadito che il portierato si caratterizza per un rapporto diretto e stabile con l’immobile e per un ambito determinato e limitato; il problema cambia quando l’attività viene organizzata professionalmente per conto di terzi e assume, in concreto, funzione di vigilanza o custodia.

Anche le attività di controllo amministrativo mostrano la stessa criticità. Nel maggio 2023 la Questura di Ancona riferì di un’associazione che, secondo gli accertamenti, pubblicizzava un’attività continuativa di vigilanza e sicurezza privata chiamandola di volta in volta “portierato” o “cortesia”. Ne seguirono deferimenti all’Autorità giudiziaria per le ipotizzate violazioni degli artt. 134 e 140 T.U.L.P.S. Il dato va letto per ciò che è: una contestazione in fase investigativa, non una condanna definitiva. Ma l’episodio rende evidente il rischio di usare la terminologia come sostituto della qualificazione funzionale.

Nel 2026 il tema è riemerso anche negli appalti. Il TAR Lazio, Roma, n. 9395/2026 ha esaminato un affidamento denominato “servizi di portierato e sorveglianza” presso immobili e aree di EUR S.p.A. In appello, il Consiglio di Stato, con ordinanza cautelare n. 2631/2026, ha descritto la controversia come questione di confine tra vigilanza attiva e passiva e ha richiamato l’orientamento penale sull’art. 134 T.U.L.P.S. La decisione cautelare non chiude il merito, ma conferma quanto il confine resti attuale e concretamente controverso.

Dal caso al criterio operativo

Il Manuale propone una lettura che consente di attraversare questi casi senza partire dal nome. La corretta qualificazione deve considerare la reale natura delle attività, le funzioni richieste, le modalità concrete di esecuzione, i limiti applicabili al personale e la finalità organizzativa del servizio. In questa prospettiva il SAS non è definito dal semplice fatto di essere “non armato”: opera nella continuità operativa, nella gestione dei flussi, nell’osservazione del contesto, nella prevenzione situazionale, nel presidio passivo e nella segnalazione delle anomalie.

La distinzione diventa allora funzionale. Il controllo di un titolo d’ingresso, l’orientamento dell’utenza, la gestione di una coda o la segnalazione di un’anomalia possono appartenere a un servizio ausiliario quando restano attività organizzative e procedurali. Se invece la prestazione viene trasformata in tutela attiva del patrimonio, pattugliamento operativo, attività coercitiva o funzione riservata, non è sufficiente conservarne il nome originario: è cambiata la natura dell’attività.

Questa è anche la ragione per cui il Manuale insiste sulla coerenza tra servizio progettato, formazione, ordini di servizio, procedure e comportamento dell’operatore. L’errore di qualificazione può nascere molto prima dell’esecuzione materiale e trasferire sull’ultimo anello della catena una responsabilità che appartiene, in origine, alla progettazione e alla governance del servizio.

 

“Il SAS governa il contesto operativo. La Vigilanza Privata tutela attivamente il patrimonio.”

Il problema nasce prima dell’operatore

Il Ministero dell’Interno è intervenuto nel 2019 con specifici indirizzi applicativi dedicati alla distinzione tra servizi di vigilanza e custodia del patrimonio riservati agli istituti autorizzati ex art. 134 T.U.L.P.S. e servizi di portierato, proprio nell’ambito del contrasto all’esercizio abusivo della vigilanza privata. Il fatto stesso che sia stato necessario un indirizzo nazionale dimostra che il confine non può essere affidato a formule generiche o prassi commerciali.

Dal 2023 le norme UNI 11925 e UNI 11926 hanno inoltre definito rispettivamente i requisiti professionali degli operatori SAS e i servizi ausiliari alla sicurezza, individuando ambiti quali portierato, monitoraggio aree, gestione dei flussi, informazione, controllo dei titoli in ingresso, accoglienza e assistenza. Le norme sono volontarie e non sostituiscono la disciplina cogente della vigilanza privata; contribuiscono però a dare un lessico tecnico e criteri organizzativi a un settore che per anni è stato descritto con terminologie molto più fluide.

Metodo, limite e responsabilità

Nel Metodo P.G.E.® applicato ai SAS, osservazione, raccolta delle informazioni, segnalazione, attivazione dei referenti, tracciabilità e continuità operativa formano un processo. Il valore del modello non consiste nell’attribuire nuovi poteri, ma nel governare ciò che l’operatore deve osservare, come deve comunicarlo, a chi deve trasferirlo e fino a quale limite può agire. Il limite diventa quindi una componente della competenza e non una semplice formula difensiva.

Il “Manuale operativo dei Servizi Ausiliari alla Sicurezza (SAS)” propone così una chiave di lettura del settore: prima di chiedersi come chiamare un servizio, occorre comprendere quale funzione esercita. È questo passaggio che distingue gestione del contesto e tutela attiva, osservazione e vigilanza, presidio passivo e intervento operativo. Quando le parole si sovrappongono, la corretta qualificazione nasce dalla realtà dell’attività, dalla competenza e dal limite.

Criminologo - Ricercatore - Autore del Metodo P.G.E.®

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