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Pamela Mastropietro e Pamela Genini: quando il cadavere diventa la scena del crimine (dott.ssa Mariana Berardinetti)


Il 30 gennaio 2018, in un appartamento di via Spalato a Macerata, veniva consumata una delle scene più

agghiaccianti della cronaca nera italiana recente: Pamela Mastropietro, una ragazza romana di appena diciotto anni, veniva uccisa, il suo corpo smembrato e i resti occultati in due trolley da viaggio, ritrovati il giorno seguente lungo una strada di campagna a Pollenza, in

provincia di Macerata. Quello che inizialmente sembrava l'epilogo drammatico di una sparizione si è rivelato un crimine multidimensionale, dove l'omicidio è stato solo il primo atto di una ferocia calcolata. Il caso solleva

interrogativi profondi sulla natura di un reato specifico del nostro ordinamento, la distruzione di cadavere, un atto che la legge punisce non solo per la sua brutalità, ma per il tentativo scientifico di cancellare la verità.

Pamela era una ragazza fragile, allontanatasi volontariamente da una comunità di recupero nella speranza di trovare un passaggio per tornare a Roma. In questo contesto di estrema vulnerabilità ha incontrato Innocent Oseghale, uno spacciatore di origini nigeriane, dietro la cui porta di casa si è consumata la tragedia. Lì sono avvenuti la violenza sessuale, l'omicidio per accoltellamento e, infine, lo scempio del corpo. Nel dibattito pubblico si è fatto spesso un uso generico del termine vilipendio di cadavere, ma dal punto di vista del


Codice Penale esistono distinzioni nette. Il vilipendio punisce gli atti di puro disprezzo o profanazione, mentre l'occultamento riguarda il semplice nascondimento. Nel caso di via Spalato si è configurata invece una pluralità di reati concorrenti: vilipendio, occultamento e distruzione di cadavere, quest'ultima intesa come vera e propria operazione di smantellamento del corpo finalizzata alla cancellazione totale delle prove del reato precedente.

Nelle prime fasi delle indagini la Procura era convinta che un simile scempio non potesse essere l'opera di una sola persona, ipotizzando l'azione di un "branco" e arrestando altri due sospettati. I tabulati telefonici e il tracciamento delle celle hanno successivamente scagionato i presunti complici, portando Oseghale a essere l'unico condannato per l'omicidio e la distruzione. Va tuttavia precisato che l'ipotesi dell'azione solitaria non è mai stata accettata come definitivamente chiusa dalla famiglia di Pamela, che ha continuato a segnalare agli inquirenti la presenza di DNA non identificati e

intercettazioni di soggetti che si dichiaravano presenti nell'appartamento in quel giorno. Secondo la ricostruzione processuale, Oseghale agì spinto dal movente del silenzio: coinvolgere qualcun altro avrebbe significato condividere un segreto troppo pesante, mentre il suo solo obiettivo era far sparire ogni traccia biologica dello stupro per evitare l'ergastolo.

Ciò che rende questa vicenda un unicum per la criminologia italiana è la precisione chirurgica con cui il


cadavere è stato trattato. Il corpo è stato depezzato in numerose parti, disarticolato, scuoiato, privato degli

organi interni e accuratamente lavato con litri di candeggina. Lo stesso medico legale che eseguì l'autopsia descrisse lo smembramento come avvenuto "in modo scientifico." Questa non è stata l'azione disordinata di un uomo in preda al panico, ma un'operazione metodica durata ore per degradare il

DNA ed eliminare le tracce biologiche della violenza sessuale subita dalla ragazza prima di morire. Questa alterazione radicale ha rappresentato una sfida enorme per la medicina forense. Per mesi la difesa ha sostenuto la tesi della morte per overdose, affermando che lo smembramento fosse successivo e dovuto alla paura, ma i consulenti tecnici della Procura sono riusciti a dimostrare che le ferite da arma da taglio erano state inferte mentre la ragazza era ancora in vita. L'iter giudiziario si è chiuso con la condanna definitiva all'ergastolo per Oseghale, confermata dalla Corte di Cassazione il 23 gennaio 2024, riconoscendo in concorso l'omicidio volontario aggravato, la violenza sessuale, il vilipendio, la distruzione e l'occultamento di cadavere.

Per comprendere appieno quanto il corpo possa diventare l'oggetto centrale di un disegno criminale, è impossibile non tracciare un collegamento con un altro drammatico caso di cronaca, quello di Pamela Genini, ventinove anni. Se nel caso Mastropietro la distruzione del cadavere avviene nell'immediatezza del delitto come


strumento di pulizia forense, nel caso di Pamela Genini l'orrore si sposta su un piano temporale e psicologico completamente diverso. Uccisa a Milano il 14 ottobre 2025 con settantasei coltellate dall'ex compagno Gianluca Soncin, Pamela fu sepolta nel cimitero di Strozza, vicino a Bergamo. Gli elementi disponibili indicano che la profanazione avvenne in realtà molto presto dopo il funerale, presumibilmente già il 24 ottobre 2025, ma fu scoperta soltanto il 23 marzo 2026, quando alcuni operai incaricati di trasferire il feretro dalla cappella di famiglia notarono viti saltate e silicone sui

bordi della bara. All'interno trovarono il corpo della giovane decapitato post-mortem, con la testa trafugata e mai ritrovata.

In questo secondo dramma il cadavere non è più la scena del crimine originaria da ripulire per farla franca, ma diventa una nuova scena del crimine del tutto autonoma. Mentre Oseghale distrugge il corpo per nascondere un reato precedente rispondendo a un'esigenza utilitaristica, l'autore della profanazione della tomba di Pamela Genini agisce spinto da una logica di ossessione, controllo o feticismo che sopravvive alla morte stessa della vittima. Dal punto di vista legale si passa così dalla distruzione finalizzata all'impunità al pieno configurarsi del vilipendio di cadavere e della sottrazione di parti di esso, aggravati dalla violazione di un luogo di sepoltura.

A differenza della vicenda di Macerata, questo secondo mistero legato alla profanazione è ancora aperto e


l'indagine è in pieno svolgimento. Gli inquirenti della Procura di Bergamo, coordinati dal sostituto procuratore Giancarlo Mancusi, si trovano a lavorare su un unico indagato: Francesco Dolci,probabilmente ex fidanzato di Pamela. Dolci, del tutto estraneo all'omicidio materiale, si trova ora indagato a piede libero con le accuse di vilipendio di cadavere e furto. I sospetti si concentrano su di lui principalmente per ragioni tecnologiche: le telecamere di sorveglianza del cimitero di Strozza avrebbero ripreso una figura compatibile per l'80-90% con la sua sagoma in prossimità della tomba, e sarebbero state individuate fotografie scattate da lui al sepolcro tra novembre 2025 e marzo 2026. Nonostante il quadro indiziario, l'uomo continua a professarsi completamente innocente, e la Procura prosegue le

analisi forensi sui dispositivi digitali sequestrati nel tentativo di ricostruire il movente di questa morbosa ossessione. La testa di Pamela non è ancora stata individuata. È doveroso ricordare che, trattandosi di

indagini in corso, Dolci è da presumersi innocente fino a eventuale pronuncia definitiva.

Entrambe le storie, pur nella loro diversa dinamica, mostrano la medesima, spaventosa riduzione del corpo della donna a un oggetto su cui esercitare un potere assoluto, anche quando la vita è già cessata. Il reato di distruzione e vilipendio di cadavere ci ricorda che la tutela della legge non cessa con la fine della vita biologica. Infierire su un corpo, che sia nell'immediatezza di un delitto in un appartamento o nel


silenzio di un cimitero, è un attacco diretto alla giustizia stessa. Nei casi di Pamela Mastropietro e Pamela Genini, i corpi sono stati trasformati nel campo di battaglia principale tra il tentativo dei criminali di violare l'identità delle vittime e lo sforzo degli inquirenti di restituire loro una voce, ricordandoci che sotto l'orrore della cronaca resta il diritto fondamentale e inviolabile alla sacralità della memoria.


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