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L’Algoritmo della Compassione: l’analisi della Missing White Woman Syndrome nel caso Gabby Petito." (dr.ssa Berardinetti Mariana)

Nella tarda estate del 2021, la scomparsa di Gabby Petito ha innescato una tempesta mediatica senza precedenti, trasformando un caso di cronaca in un esperimento di massa di "investigazione digitale". Tuttavia, dietro l'apparente mobilitazione globale, si cela una distorsione sistematica che la criminologia definisce Missing White Woman Syndrome. Mentre milioni di utenti analizzavano ogni fotogramma dei video della coppia, nel solo Wyoming — lo Stato in cui Gabby è stata ritrovata — risultavano scomparse oltre 700 donne indigene delle quali l'opinione pubblica ignorava persino l'esistenza. Questa disparità non è solo un problema di etica della comunicazione, ma rappresenta una vera e propria gerarchia della giustizia che influenza l'esito delle indagini e l'allocazione delle risorse forensi.

Sotto il profilo tecnico, il caso Petito è il paradigma della "Vittima Ideale" descritta da Nils Christie. In vittimologia forense, la percezione della vittima determina la velocità della risposta istituzionale. Gabby incarnava l'archetipo della vulnerabilità accettabile: giovane, bionda, inserita in un contesto sociale rispettabile e capace di generare un'immediata proiezione empatica. Quando una vittima risponde a questi canoni, si attiva un meccanismo di "investimento emotivo pubblico" che agisce come moltiplicatore delle risorse. Al contrario, per le vittime appartenenti a minoranze o a contesti di marginalità (le cosiddette less-than-ideal victims), scatta spesso una neutralizzazione della colpa basata sui fattori di rischio ambientale o sullo stile di vita, che giustifica socialmente l'inerzia investigativa. L'impatto di questa sindrome sulla procedura penale è devastante. La pressione mediatica agisce come un acceleratore forzato: spinge le Procure a dare priorità a certi faldoni rispetto ad altri, garantendo l'accesso immediato a tecnologie avanzate come la triangolazione satellitare capillare, l'analisi del DNA accelerata e l'impiego massiccio di unità cinofile specializzate. Nel caso Petito, l'attenzione globale ha creato un "effetto lente" che ha permesso di individuare resti umani in tempi record. Per le "vittime invisibili", invece, la mancanza di pressione si traduce in un allungamento dei tempi tecnici che spesso compromette irrimediabilmente la scena del crimine e la raccolta delle prove testimoniali, condannando il caso a diventare un cold case prima ancora che l'indagine sia realmente decollata. Come professionisti del settore sociale e criminologico, dobbiamo analizzare criticamente questo "algoritmo della compassione". Il rischio è che la giustizia smetta di essere un diritto universale per diventare un premio legato al valore di mercato dell'immagine della vittima. La sfida della criminologia moderna è garantire che il diritto alla ricerca e alla verità sia garantito a ogni individuo, evitando che il silenzio mediatico diventi complice dell'impunità dell'offender. Solo decostruendo questi bias cognitivi potremo passare da una giustizia dei riflettori a una giustizia dei fatti.


Articolo della dr.ssa Berardinetti Mariana (vedi profilo come editrice per suoi altri articoli)


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