Intervista alla dott.ssa Mariantonietta Deiana autrice del libro “Il Bullo Che Non Volevo Essere’’ (dott. Dario Procida)
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- 7 giorni fa
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Il bullo che non volevo essere
autore dott.ssa Mariantonietta Deiana Criminologa e Mediatrice Familiare
Chi è davvero il bullo? Dietro l’aggressività, spesso si nascondono solitudini, traumi e richieste d’aiuto inascoltate. Questo libro non offre giustificazioni, ma invita a guardare più a fondo, oltre il gesto, oltre l’etichetta. Attraverso uno sguardo educativo e umano, Mariantonietta Deiana accompagna il lettore in una riflessione cruda e necessaria sulla complessità del fenomeno del bullismo. Un viaggio tra emozioni taciute, contesti disfunzionali, ferite invisibili che si trasformano in atti di violenza. Autrice di "Schermi di Ombre" e "Destini Sospesi", Deiana torna con un’opera che fonde esperienza professionale e sensibilità narrativa. "Il Bullo Che Non Volevo Essere" raccoglie non solo riflessioni ma anche numerose testimonianze vere, toccanti, a tratti sconvolgenti. Un libro per chi educa, per chi ascolta, per chi vuole capire prima di condannare.
Il presidente Dario Procida ha così intervistato l'autore chiedendo:
Dario Procida: Dalla scelta del titolo si percepisce subito un cambio di prospettiva drastico. Come è nata l'esigenza di dare voce proprio a "il bullo" anziché focalizzarsi, come spesso accade, sulla figura della vittima?
Mariantonietta Deiana: Questa scelta nasce da un percorso di ricerca continuo e, in modo molto concreto, da un momento di fortissimo scambio con i lettori. Avevo già pubblicato un precedente testo dedicato alle dinamiche del bullismo e della prevaricazione, ed è stato proprio durante le presentazioni di quel libro che ho ricevuto l'input decisivo. Dal pubblico, composto da genitori, insegnanti e operatori, emergeva costantemente una domanda latente, quasi un appello: la necessità di capire cosa scattasse nella mente dell'aggressore, come intervenire prima che la condotta diventasse irreparabile. Ho capito allora che per completare il quadro era indispensabile un cambio di paradigma. Spesso la narrazione collettiva tende a polarizzare la realtà in modo bidimensionale, concentrandosi giustamente sulla sacrosanta tutela della vittima, ma lasciando in un'ombra indistinta la radice del problema. Scegliere questo titolo significa accendere i riflessori sull'autore della condotta aggressiva. Non per giustificarlo, sia chiaro, ma per comprendere i meccanismi psicologici e relazionali sottostanti. Il "bullo che non volevo essere" rappresenta la presa di coscienza e il conflitto interiore di un ragazzo intrappolato in un ruolo distruttivo che, molto spesso, maschera un profondo malessere o una fragilità emotiva non gestita, che non trova altre valvole di sfogo se non la prevaricazione del più debole.
Dario Procida: Nel libro emerge chiaramente l'idea che l'aggressore sia a sua volta una persona che vive una situazione di forte sofferenza. Sotto la superficie della prepotenza, come si manifesta e da dare scaturisce questo disagio profondo?
Mariantonietta Deiana: Nella mia esperienza sul campo, ho potuto constatare che l'aggressività e la prepotenza sistematica non sono quasi mai la causa primaria di un comportamento, bensì il sintomo visibile di un malessere sommerso. Dietro la maschera del ragazzo forte, arrogante e refrattario alle regole, si nascondono frequentemente contesti di profonda deprivazione affettiva, un'incapacità cronica di gestire le proprie frustrazioni, o contesti relazionali disfunzionali in cui il giovane ha interiorizzato il conflitto e la forza bruta come unici canali validi per comunicare e per imporsi. Molti di questi ragazzi sperimentano una profonda solitudine esistenziale e un vuoto emotivo spaventoso. Non avendo sviluppato gli strumenti per elaborare queste sensazioni internamente, tentano di colmare quel vuoto dominando l'altro. In questo modo, l'atto di bullismo diventa un tentativo disperato e disfunzionale di sentirsi visibili, riconosciuti e considerati dal gruppo dei pari. Il bullo, in fin dei conti, è un soggetto fragile che urla il proprio disagio attraverso la prevaricazione, rimanendo a sua volta vittima del personaggio che ha costruito.
Dario Procida: Sotto il profilo dell'analisi criminologica e pedagogica, qual è l'errore più comune e dannoso che le istituzioni o gli adulti commettono quando si trovano ad affrontare un caso di bullismo?
Mariantonietta Deiana: L'errore più diffuso e, purtroppo, più dannoso è quello di fermarsi all'atto punitivo immediato, limitandosi a sanzionare l'episodio o, peggio ancora, a etichettare il ragazzo in modo definitivo con la formula "è un bullo". Quando un adulto applica un'etichetta rigida, non fa altro che rinforzare quell'identità deviante, spingendo il ragazzo a identificarsi totalmente nel ruolo del "cattivo" e a chiudersi a qualsiasi possibilità di cambiamento. L'approccio puramente repressivo e sanzionatorio è fallimentare perché non risolve la dinamica relazionale profonda né cura il disagio sottostante che ha generato la violenza. È invece fondamentale adottare una prospettiva pedagogica integrata che analizzi le dinamiche del gruppo e le carenze educative del contesto. Dobbiamo avere il coraggio di leggere il comportamento deviante come un chiaro segnale d'allarme, un sintomo che richiede non solo il contenimento della condotta, ma soprattutto un intervento tempestivo di recupero, di ascolto e di vera e propria alfabetizzazione emotiva.
Dario Procida: Il ruolo della famiglia è un tema centrale nel dibattito educativo. In che modo le dinamiche e i conflitti interni alle mura domestiche influiscono sulla strutturazione di questi comportamenti prevaricatori?
Mariantonietta Deiana: La famiglia rappresenta il primo, fondamentale specchio in cui il bambino e poi l'adolescente impara a relazionarsi con il mondo esterno e a strutturare la propria identità. Quando all'interno del nucleo familiare mancano canali di ascolto empatico, o quando vi è un'esposizione costante a conflitti non mediati, a modelli comunicativi rigidi o, nei casi peggiori, a dinamiche di violenza psicologica o fisica, il giovane tende inevitabilmente a replicare quegli stessi schemi all'esterno, considerandoli l'unico modo per stare al mondo. Esiste però anche il problema opposto: una totale assenza di confini educativi chiari, o un'iper-protezione ansiosa che deresponsabilizza sistematicamente il minore di fronte a ogni suo fallimento. Entrambi gli estremi impediscono lo sviluppo di una sana empatia e della capacità di mettersi nei panni dell'altro. Se un ragazzo non impara a casa il valore del limite e il rispetto dell'alterità, cercherà di stabilire i propri confini nel gruppo sociale attraverso la sopraffazione.
Dario Procida: Nel testo si avverte una forte attenzione alla gestione dei conflitti e alla riparazione del danno. Quali sono gli strumenti relazionali per guidare un ragazzo a comprendere l'impatto reale delle proprie azioni?
Mariantonietta Deiana: Per scardinare la corazza di un ragazzo che agisce comportamenti prepotenti, il percorso non deve mai puntare sulla colpevolizzazione sterile o sul giudizio morale. Questi approcci generano soltanto ulteriore rabbia, senso di ingiustizia e chiusura difensiva. La chiave di volta è la responsabilizzazione. Bisogna attivare percorsi strutturati di mediazione e di giustizia riparativa, in cui l'autore della prevaricazione sia guidato a guardare, senza filtri o meccanismi di negazione, l'effetto concreto e doloroso delle proprie azioni sulla vita dell'altro. Riconnettersi con la sfera emotiva della vittima, vederne la sofferenza e riconoscerla come reale è l'unico modo per disinnescare i meccanismi di difesa psicologica, come la minimizzazione o la razionalizzazione del danno. Solo quando il ragazzo comprende intimamente il dolore che ha causato può scattare la spinta interiore verso una reale riparazione, che permette di ricostruire il legame sociale spezzato e di avviare una profonda maturazione personale.
Dario Procida: Quali sono i segnali premonitori o gli indicatori di rischio a livello educativo e comportamentale che dovrebbero allarmare genitori e insegnanti prima che il bullismo si strutturi in modo definitivo?
Mariantonietta Deiana: Gli adulti di riferimento devono sviluppare uno sguardo attento e sensibile per cogliere i mutamenti improvvisi e significativi nel comportamento dei ragazzi. Tra gli indicatori di rischio principali vi è senza dubbio un aumento marcato dell'irritabilità, scoppi d'ira apparentemente immotivati o sproporzionati, e la tendenza a sfidare in modo sistematico e provocatorio l'autorità degli adulti o le regole del contesto in cui si trova. Un altro segnale d'allarme importante è un atteggiamento cinico, marcatamente privo di compassione o di empatia di fronte alle difficoltà o alle fragilità dei coetanei, spesso accompagnato dal bisogno ossessivo di primeggiare o di controllare gli altri. Molto frequentemente, dietro questa facciata di finta sicurezza e superiorità, si nasconde una forte ansia sociale, una profonda insicurezza o la paura intollerabile del fallimento, che il ragazzo non sa gestire se non proiettando all'esterno la propria vulnerabilità sotto forma di aggressività.
Dario Procida: Nel senso comune, molti tendono ancora a liquidare il bullismo come "una ragazzata" o una fase fisiologica della crescita. Dove finisce il fisiologico disagio adolescenziale e dove inizia una condotta deviante strutturata?
Mariantonietta Deiana: Questa è una distinzione fondamentale che va ribadita con estrema chiarezza. La linea di confine non è data dalla gravità del singolo episodio, ma da tre fattori precisi: l'intenzionalità della condotta, la sua reiterazione nel tempo e l'asimmetria di potere che si stabilisce all'interno della relazione. Il litigio, la provocazione occasionale o lo scontro verbale isolato rientrano nelle dinamiche esplorative, fisiologiche e a volte conflittuali della crescita e della ricerca della propria identità in adolescenza. Il bullismo, al contrario, è un phenomenon sistematico in cui vi è la volontà deliberata di umiliare, isolare e sottomettere un coetaneo che si trova in una posizione di debolezza e che non può difendersi facilmente. Quando questa modalità prevaricatoria cessa di essere un episodio isolato e diventa l'unico strumento relazionale strutturato attraverso cui il ragazzo sta nel gruppo e afferma se stesso, allora non siamo più di fronte a una crisi di crescita, ma a una condotta deviante consolidata che richiede un esame approfondito dei fattori ambientali, familiari e individuali del minore.
Dario Procida: Dal punto di vista della prevenzione all'interno della comunità sociale e scolastica, quanto è prioritario lavorare sull'educazione all'empatia e sulla gestione delle emozioni?
Mariantonietta Deiana: Non è solo prioritario, è l'unica vera strada percorribile se vogliamo fare prevenzione a lungo termine. L'educazione affettiva e la promozione delle competenze sociali non dovrebbero essere considerate attività extra o interventi d'emergenza, ma parte integrante e quotidiana di ogni percorso formativo e scolastico. Insegnare ai ragazzi a esplorare il proprio mondo interiore, a riconoscere, dare un nome e gestire in modo costruttivo le proprie emozioni — comprese quelle più scomode e difficili come la rabbia, l'invidia, la vergogna o la paura del fallimento — significa disinnescare alla radice la necessità di scaricare tali tensioni attraverso la violenza sul prossimo. Se educhiamo i giovani all'ascolto di sé, imposteranno di conseguenza relazioni basate sul rispetto dell'altro. Costruire contesti che valorizzino la cooperazione, l'inclusione e il mutuo soccorso significa togliere progressivamente ossigeno alle logiche di potere e di sopraffazione.
Dario Procida: La transizione verso l'età adulta per un ragazzo che ha agito dinamiche di bullismo può essere estremamente complessa. Quali sono i rischi evolutivi a lungo termine se non si interviene in tempo utile sul piano educativo?
Mariantonietta Deiana: I rischi a lungo termine sono di estrema gravità, non solo per il singolo individuo ma per l'intera società. Se il comportamento aggressivo e prevaricatorio non viene intercettato, compreso ed elaborato durante l'età evolutiva, vi è il pericolo concreto che queste modalità relazionali disfunzionali si cronicizzino e si strutturino stabilmente nella personalità del soggetto. Tradotto nell'età adulta, questo può manifestarsi con lo sviluppo di tratti antisociali, disturbi della condotta, gravi difficoltà nel mantenere relazioni affettive o lavorative sane e stabili, e una marcata propensione a risolvere i conflitti attraverso l'abuso di potere o la violenza. Inoltre, vi è una correlazione statistica significativa tra il bullismo non trattato nell'infanzia e una maggiore vulnerabilità, in età adulta, verso condotte penalmente rilevanti o dipendenze patologiche. Intervenire precocemente sul minore, quindi, non significa solo proteggere il gruppo classe oggi, ma fare un'opera di prevenzione sociale fondamentale per garantire la salute del tessuto comunitario di domani.
Dario Procida: Qual è il messaggio principale e più profondo che spera arrivi ai lettori del suo libro, in particolare agli educatori e alle famiglie che quotidianamente si trovano a gestire queste complesse situazioni?
Mariantonietta Deiana: Il messaggio fondamentale che attraversa ogni pagina del libro è che dietro ogni comportamento disfunzionale, violento o apparentemente incomprensibile di un ragazzo c'è sempre una storia che grida per essere ascoltata, decodificata e compresa. Come adulti, educatori e genitori, non dobbiamo avere paura del conflitto o delle manifestazioni di aggressività dei nostri giovani, né dobbiamo liquidarle con il giudizio o con il rifiuto. Dobbiamo imparare a leggerle come sintomi evidenti di una profonda richiesta di contenimento, di regole chiare e, soprattutto, di una guida autorevole e presente. Salvare il "bullo" dalle proprie derive relazionali significa spezzare una catena di sofferenza invisibile, sottrarlo a un destino di isolamento e offrire a un giovane la possibilità concreta di non rimanere schiacciato o prigioniero del ruolo distruttivo che ha assunto o che gli è stato cucito addosso. Significa, in ultima analisi, restituirgli la dignità di essere ascoltato e la libertà di scegliere consapevolmente chi vuole essere davvero nel suo futuro.
Ringraziamo la: La Dott.ssa Mariantonietta Deiana
Mariantonietta Deiana è una figura di spicco nel panorama della criminologia e delle scienze sociali, una professionista che coniuga con rigore scientifico la competenza tecnica della criminalista e la profonda sensibilità dell'educatrice e mediatrice familiare. Criminologa qualificata AICIS, la sua attività si snoda attraverso un approccio multidisciplinare che spazia dai servizi specialistici di consulenza criminologica all'analisi accurata del criminal profiling, offrendo un supporto tecnico indispensabile nella comprensione delle dinamiche delittuose più complesse. La sua profonda esperienza nel campo della devianza e della criminalità adolescenziale e giovanile l'ha resa una voce autorevole nella prevenzione e nel contrasto ai fenomeni degenerativi che colpiscono le nuove generazioni, impegno che si riflette anche nella sua prolifica attività di autrice di libri e saggi specialistici dedicati a temi cruciali quali il bullismo, il cyberbullismo e le criticità del sistema minorile. Oltre alla produzione editoriale, la Dott.ssa Deiana contribuisce attivamente al dibattito scientifico attraverso la pubblicazione di numerosi articoli tecnici su diverse testate di settore, consolidando la sua reputazione come esperta nell'analisi della minaccia in contesti delicati legati a persecuzioni, stalking, mobbing e ogni forma di violenza fisica o psicologica. Grazie alla sua doppia anima di studiosa e operatrice sul campo, è in grado di fornire pareri professionali di altissimo livello e interventi di mediazione volti alla risoluzione dei conflitti, mettendo la propria professionalità al servizio della giustizia e del benessere sociale con dedizione e integrità, restando rintracciabile per consulenze specialistiche al contatto telefonico 3487804251 o tramite l'indirizzo email mariantoniettad@yahoo.it.
Ricordiamo che la dott.ssa Mariantonietta Deiana è Referente SQUAD quale si presta ad attività come consulenze, formazione, editoria ed altre attività professionali...





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