Andrea Moretti, 22 anni e una caduta di dieci metri: quando la sicurezza sul lavoro non può essere un semplice adempimento (Danilo Bellardini)

Andrea Moretti, 22 anni e una caduta di dieci metri: quando la sicurezza sul lavoro non può essere un semplice adempimento
Roma – Ci sono notizie che non dovrebbero essere archiviate come una delle tante cronache degli incidenti sul lavoro.
La morte di Andrea Moretti, 22 anni, precipitato durante un intervento al Colosseo mentre era impegnato nei lavori per la nuova illuminazione dell'Anfiteatro Flavio, impone una riflessione che va oltre la cronaca giudiziaria.
Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, il giovane stava lavorando in quota, utilizzando tecniche su fune, quando è precipitato da circa 10 metri di altezza. I soccorsi hanno tentato di rianimarlo, ma per Andrea non c'è stato nulla da fare. La Procura di Roma ha aperto un'inchiesta e, secondo le informazioni diffuse il 24 settembre, sono stati iscritti nel registro degli indagati sette soggetti per omicidio colposo in relazione alla sicurezza sul lavoro. La dinamica e le eventuali responsabilità dovranno però essere accertate dagli investigatori e dalle perizie.
Questo punto è fondamentale: non è corretto trasformare le prime informazioni in una sentenza tecnica o giudiziaria.
Le cronache riferiscono che Andrea sarebbe stato trovato con imbracatura e casco, mentre sono in corso accertamenti sulla fune e sul sistema di collegamento. Saranno le indagini, l'esame dell'attrezzatura e gli accertamenti tecnici a stabilire cosa sia effettivamente accaduto.
Ma per chi si occupa professionalmente di salute e sicurezza sul lavoro, la tragedia pone immediatamente una serie di interrogativi.
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La prima lezione: avere un DPI non significa automaticamente essere al sicuro
Nel dibattito pubblico capita spesso di sentire:
«"Aveva il casco."»
Oppure:
«"Aveva l'imbracatura."»
La sicurezza non funziona così.
Un dispositivo di protezione individuale deve essere correttamente scelto, compatibile con il sistema utilizzato, correttamente indossato, correttamente collegato, sottoposto alle necessarie verifiche e utilizzato secondo le procedure previste.
Nel caso dei lavori in quota, inoltre, occorre considerare l'intero sistema di protezione: punto di ancoraggio, collegamenti, dispositivi anticaduta, eventuale sistema di posizionamento, modalità operative, accesso, movimentazione, condizioni ambientali e procedure di emergenza.
INAIL evidenzia inoltre che l'utilizzo dei DPI anticaduta può introdurre ulteriori rischi, tra cui l'effetto pendolo, l'urto contro ostacoli e le conseguenze della permanenza prolungata in sospensione dopo una caduta.
La sicurezza, quindi, non è un oggetto.
È un sistema.
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Lavorare in quota: il rischio non è soltanto "cadere"
Un lavoro in quota presenta una serie di rischi che devono essere analizzati prima dell'inizio dell'attività.
Tra i principali:
- caduta dall'alto;
- caduta di materiali e attrezzature;
- cedimento o utilizzo improprio degli ancoraggi;
- effetto pendolo;
- sospensione inerte dopo una caduta;
- errato utilizzo dell'imbracatura;
- incompatibilità tra DPI e sistema di arresto caduta;
- condizioni meteorologiche sfavorevoli;
- scivolamento o perdita dell'equilibrio;
- interferenze con altre lavorazioni;
- rischio elettrico;
- rischio derivante da strutture o superfici non idonee;
- difficoltà di accesso e di evacuazione;
- assenza o inefficacia del sistema di recupero dell'operatore.
E c'è un altro elemento spesso sottovalutato:
il soccorso deve essere progettato prima dell'emergenza.
Non è sufficiente dire "se cade, chiamiamo il 112".
Un lavoratore sospeso dopo una caduta deve poter essere recuperato secondo una procedura definita. Il piano di emergenza deve tenere conto dell'ambiente, dell'accessibilità, delle attrezzature disponibili, delle competenze degli operatori e dei tempi di intervento.
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D.Lgs. 81/2008: la sicurezza parte dalla valutazione del rischio
Il D.Lgs. 81/2008 non deve essere interpretato come un insieme di documenti da produrre per superare un controllo.
È, prima di tutto, un sistema di prevenzione.
La formazione dei lavoratori è parte integrante di questo sistema. INAIL ricorda che la formazione dei lavoratori comprende una componente generale e una formazione specifica collegata ai rischi dell'attività svolta.
Questo significa che un lavoratore non deve semplicemente possedere "un attestato".
Deve essere formato rispetto al lavoro che realmente svolge.
Un conto è lavorare in un ufficio.
Un altro è operare in un cantiere.
Un altro ancora è lavorare su una copertura.
E ancora diverso è eseguire lavori su fune all'interno di un bene monumentale, in altezza, in orario notturno e in presenza di possibili interferenze.
La formazione deve essere coerente con il rischio reale.
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Quali corsi sono importanti per chi lavora in quota?
A seconda della mansione, del settore, delle attrezzature utilizzate e dell'organizzazione del lavoro, possono essere necessari diversi percorsi formativi.
1. Formazione generale e specifica dei lavoratori
È la base prevista dal sistema formativo del D.Lgs. 81/08.
La formazione generale affronta i principi della prevenzione e della sicurezza; quella specifica deve essere rapportata ai rischi effettivamente presenti nell'attività.
2. Formazione sui lavori in quota e DPI anticaduta
Per gli operatori che svolgono attività con rischio di caduta dall'alto, la formazione deve comprendere aspetti normativi, tecnici e soprattutto pratici.
L'Allegato XXI del D.Lgs. 81/08 riporta, per specifici percorsi formativi relativi ai lavori in quota, moduli giuridico-normativi, tecnici e pratici, con verifica delle competenze.
3. Addetti ai lavori su funi
Per chi opera attraverso sistemi di accesso e posizionamento mediante funi è necessaria una preparazione specialistica, con particolare attenzione a:
- tecniche di salita e discesa;
- posizionamento;
- sistemi di ancoraggio;
- DPI;
- gestione delle emergenze;
- recupero dell'operatore;
- tecniche di soccorso.
In questo tipo di attività la formazione pratica non può essere considerata un elemento secondario.
4. Addetti al montaggio, smontaggio e trasformazione dei ponteggi
Il percorso previsto dall'art. 136 e dall'Allegato XXI comprende 28 ore, articolate in 4 ore giuridico-normative, 10 ore tecniche e 14 ore pratiche, con verifica finale. INAIL specifica inoltre gli obblighi relativi a formazione e aggiornamento.
5. Formazione per l'utilizzo delle attrezzature di lavoro
Quando l'attività comporta l'utilizzo di specifiche attrezzature, occorre verificare gli obblighi formativi applicabili alla mansione e all'attrezzatura.
6. Formazione di preposti
Il preposto svolge un ruolo fondamentale nel controllo dell'attuazione delle misure di sicurezza e nella vigilanza sulle modalità operative.
7. Formazione per RLS, RSPP e ASPP
La sicurezza non riguarda solamente chi materialmente esegue il lavoro.
Coinvolge l'intera organizzazione aziendale.
INAIL dispone di percorsi formativi rivolti, tra gli altri, a RSPP, ASPP, RLS, lavoratori, dirigenti e preposti.
8. Formazione dei coordinatori per la sicurezza
Nei cantieri temporanei o mobili assumono particolare rilevanza anche le competenze dei coordinatori per la progettazione e per l'esecuzione.
INAIL indica per il relativo percorso una durata di 120 ore, oltre alla verifica finale, con contenuti relativi anche ai lavori in quota, ai rischi di cantiere, ai DPI, PSC, POS e Pi.M.U.S.
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Ma la formazione da sola non basta
Questo è forse il punto più importante.
Un attestato non protegge un lavoratore da una caduta.
Lo protegge un sistema organizzativo nel quale:
1. il rischio è stato identificato;
2. è stata effettuata una corretta valutazione;
3. sono state adottate misure di prevenzione;
4. sono state privilegiate, quando possibile, le protezioni collettive;
5. sono stati scelti DPI adeguati;
6. i DPI sono mantenuti e verificati;
7. gli operatori sono formati e addestrati;
8. le procedure operative sono chiare;
9. il personale è adeguatamente supervisionato;
10. le emergenze sono state pianificate;
11. le attrezzature sono idonee;
12. le interferenze sono state valutate;
13. il sistema viene verificato nel tempo.
La sicurezza efficace non nasce dalla firma su un registro.
Nasce dalla coerenza tra ciò che è scritto nel documento di valutazione dei rischi e ciò che avviene realmente sul luogo di lavoro.
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Il ruolo del datore di lavoro
Il messaggio deve essere rivolto anche alle imprese.
Essere in regola con il D.Lgs. 81/08 non significa semplicemente possedere un DVR, avere qualche attestato archiviato e una cartella piena di documenti.
Significa costruire e mantenere un'organizzazione capace di prevenire gli infortuni.
Un datore di lavoro dovrebbe poter rispondere con chiarezza a domande come:
Quali rischi corre realmente questo lavoratore?
È stato formato per quella specifica mansione?
È stato addestrato quando necessario?
I DPI sono adeguati?
Sono stati verificati?
Gli ancoraggi sono idonei?
Qual è la procedura in caso di caduta?
Chi effettua il recupero?
Il personale sa cosa fare?
Cosa succede se una condizione cambia?
Queste sono domande di sicurezza.
E dovrebbero essere poste prima dell'incidente, non dopo.
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La formazione non è un costo: è una misura di prevenzione
Ogni lavoratore dovrebbe comprendere una cosa fondamentale:
formarsi significa aumentare la propria capacità di riconoscere il pericolo prima che diventi un incidente.
Un lavoratore formato può riconoscere un ancoraggio non idoneo.
Può individuare un DPI danneggiato.
Può comprendere che una procedura non è applicabile nelle condizioni presenti.
Può interrompere un'attività quando esiste una situazione di rischio.
Può sapere come comportarsi in caso di emergenza.
La formazione crea competenza.
La competenza crea consapevolezza.
La consapevolezza può contribuire a prevenire l'evento.
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Andrea aveva 22 anni
Ed è forse questo l'aspetto che deve farci riflettere maggiormente.
Ventidue anni.
Un'età nella quale una persona dovrebbe avere davanti a sé decenni di vita, lavoro, famiglia, progetti e possibilità.
Andrea era un giovane lavoratore specializzato nelle tecniche di lavoro in quota e, secondo le ricostruzioni giornalistiche, aveva già esperienza nel settore.
Questo dimostra anche un principio fondamentale della sicurezza:
l'esperienza è importante, ma non rende invulnerabili.
Nemmeno il lavoratore più esperto può essere considerato immune dal rischio.
Ed è proprio per questo che la sicurezza deve essere strutturale e organizzativa, non affidata esclusivamente all'attenzione del singolo.
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Non cerchiamo un colpevole prima delle indagini. Cerchiamo le cause.
Da Safety Manager, davanti a una tragedia come questa, il compito non dovrebbe essere quello di indicare prematuramente un responsabile.
Il compito è chiedersi:
quale barriera di sicurezza potrebbe non aver funzionato?
Una moderna analisi dell'incidente dovrebbe prendere in considerazione non soltanto l'azione immediatamente precedente alla caduta, ma l'intero sistema:
organizzazione → valutazione del rischio → progettazione → procedure → formazione → addestramento → attrezzature → DPI → supervisione → condizioni operative → gestione dell'emergenza.
Perché un incidente grave raramente può essere compreso guardando un solo elemento.
La vera prevenzione consiste nell'individuare le condizioni che possono permettere all'evento di verificarsi e nel costruire barriere sufficientemente robuste da impedirlo.
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Ai lavoratori: formatevi. Fate domande. Non abbiate paura di fermarvi.
La cultura della sicurezza deve partire anche dai lavoratori.
Chiedere:
«"Come devo fare questa operazione?"»
non è segno di debolezza.
Chiedere:
«"Questo ancoraggio è verificato?"»
non è perdere tempo.
Segnalare:
«"Questa procedura non è sicura nelle condizioni attuali."»
è un comportamento responsabile.
Un lavoratore non dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra lavorare velocemente e lavorare in sicurezza.
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Ai datori di lavoro: la conformità non deve essere una formalità
Investire nella sicurezza significa investire nelle persone.
DVR, formazione, addestramento, DPI, manutenzione, procedure, sorveglianza, valutazione delle interferenze e gestione delle emergenze non devono essere considerati come una serie di caselle da spuntare.
Devono diventare parte della cultura aziendale.
INAIL continua a sviluppare attività formative e iniziative di prevenzione dedicate ai diversi soggetti della sicurezza e ai rischi professionali.
E la prevenzione deve essere aggiornata con l'evoluzione tecnica e normativa: nel 2026, ad esempio, INAIL ha evidenziato anche la pubblicazione della UNI 11996 sui parapetti anticaduta permanenti, a conferma dell'importanza della progettazione e delle protezioni contro le cadute dall'alto.
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La sicurezza deve arrivare prima della tragedia
La morte di Andrea Moretti non deve essere trasformata soltanto in una notizia.
Deve diventare un'occasione per interrogarsi.
Perché ogni volta che un lavoratore sale su un ponteggio, entra in un cantiere, sale su una copertura, utilizza una piattaforma o si collega a una fune, dietro quella persona c'è una famiglia che lo aspetta a casa.
La sicurezza non è burocrazia.
La sicurezza non è un attestato.
La sicurezza non è un DPI lasciato dentro un armadio.
La sicurezza è organizzazione, competenza, formazione, controllo e responsabilità.
E soprattutto:
NESSUN LAVORO È COSÌ URGENTE DA NON POTER ESSERE ESEGUITO IN SICUREZZA.
Andrea aveva 22 anni.
La prevenzione non può restituirgli la vita.
Ma può contribuire a evitare che un altro ragazzo, domani, non torni a casa dal lavoro.





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