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NON POSSIAMO LASCIARE LA CULTURA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: UN PERICOLO DA NON SOTTOVALUTARE (...per non parlare del “loro”rapporto). (dr.ssa Bellomi Daniela)



NON POSSIAMO LASCIARE LA CULTURA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: UN PERICOLO DA NON SOTTOVALUTARE (...per non parlare del “loro”rapporto).

 

L’Intelligenza Artificiale è, ormai, entrata a pieno titolo nelle nostre vite: personali e professionali. Stiamo, anche, assistendo ad una trasformazione radicale della produzione e della fruizione culturale. Almeno così sembra dal momento che qualcuno la utilizza come partner creativo e come strumento di analisi nelle professioni intellettuali. Non posso negare che la si stia – attualmente – utilizzando per ridisegnare la gestione del patrimonio culturale e per supportare l'artigianato evoluto. Ci sono anche tentativi riguardo alla riflessione filosofica e su come le macchine possano modificare il pensiero, la decisione e la responsabilità umana, evolvendo da semplice tecnologia a "lente" attraverso cui interpretare il mondo.  Qualcuno già la considera “ la collega intelligente” perché capace di gestire enormi moli di dati e mappare scenari complessi. In altri contesti si ritiene che la sua capacità di gestire progetti avanzati o di scoprire siti archeologici nascosti la renda indispensabile e di altissimo valore per la gestione del patrimonio Culturale e dell’Archeologia. E qualcuno ritiene che non debba più essere intesa come strumento – in una fase storica in cui non è ancora nemmeno chiara e palese a tutti – ma che la si debba considerare e guardare come un “nuovo scenario” che richiede una profonda riflessione sulle competenze umane, la creatività e il pensiero critico. La conoscenza non può essere ridotta a mera informazione e il pensiero umano non può essere equiparato ad un calcolo algoritmico. La cultura umana che mette il focus su interpretazione, intuizione ed esperienza vissuta e sui risultati equiparabili da un algoritmo paragonabile mi sembra irreale, non virtuale. Anzi, decisamente lo è. Ma il concetto che non si può accettare è che qualcuno comincia già a parlare dell’Intelligenza Artificiale come di una “Filosofia del presente” che trasforma  la comprensione dell'essere umano e del suo operato, spingendo a una necessaria evoluzione delle competenze nel mondo della scuola e del lavoro. La verità che non si vuole raccontare o che non si riesce a percepire – sempre ed in ogni contesto – è che l’IA ha bisogno della Cultura. E non viceversa. E’ incredibile come ci si dimentichi – spesso – del famoso inizio di ogni bella storia, il tanto conosciuto “C’era una volta….”.L’IA non è arrivata improvvisamente da chissà dove ma come tutto ciò che è umano è un fatto culturale, ovvero è il risultato dell’attività propria dell’uomo. Ma per comprenderla davvero servono gli strumenti adatti. L’alternativa è non sarà – mai - davvero accettata. Con una premessa del genere chiediamoci come siamo arrivati a pensare che potrebbe – ora – essere Lei a “fare cultura”, con rispetto parlando. Tralasciando la curiosa eccezione del 5G la maggior parte dei segmenti tecnologici sono stati percepiti come innocui da parte della massa. Ma L’IA no, la sua adozione è tutt’altro che scontata. L’informazione che l’IA, per poter essere adoperata, richiede la necessaria ed esplicita accettazione da parte dei futuri utilizzatori o semplici osservatori passivi – gli stakeholder – implica che ci sia cultura: e questo non è sempre certo. In poche parole potremmo dire che l’IA è anche – e dall’inizio – un fatto di cultura. Dobbiamo, quindi, guardare in faccia la realtà e considerare che i due mondi non si incrociano spesso, anzi. Lo fanno raramente e solo per il tempo necessario allo scambio di servizi o di utilità ma molto raramente si apprezzano, per non voler mettere attenzione sul fatto che il campo della tecnologia non offre – quasi mai – volentieri la propria collaborazione “concettuale” alle iniziative culturali ed artistiche. Dobbiamo riconoscere che chi si occupa di tecnologia mostra palesemente diffidenza verso le interpretazioni delle menti degli artisti, sapendole guardare e – purtroppo – anche giudicare solo come “troppe fantasiose”. Spesso aggiungono il carico che siano manchevoli di aspetti tecnici. E non di rado ignorano o banalizzano altri aspetti di tutto rilievo. Partono da una base errata, quella che ritiene che ci possa essere solo incomunicabilità tra arte e tecnologia. Solitamente chi lavora nel campo della tecnologia è convinto che – prima o poi – tutti i settori si dovranno presentare alla loro porta. Loro, nella loro solitaria tranquillità, che pare tutti aspettino. Altra distopia è la convinzione che il mondo della tecnologia non abbia bisogno di convincere nessuno perché tra prodotti, servizi e diverse forme di comunicazione il resto del mondo dovrà piegarsi – prima o poi – di necessità o virtù. Gli esperti di tecnologia sono convinti di essere sempre nella squadra vincente perché stanno assistendo – da anni – ad una crescita inarrestabile in ogni settore. E, paradossalmente, l’unica eccezione a questo automatismo è rappresentata dall’Intelligenza Artificiale. Eppure la tecnologia ha già assaggiato qualche resistenza, se vogliamo ricordarci del riconoscimento facciale. Chi si occupa di tecnologia e non è in grado di abbracciare una prospettiva più ampia non riesce a cogliere che numeri e statistiche trovano il loro più arduo nemico nella paura che prende in ostaggio il buon senso. Il caso più semplice è il rendersi conto che ciò che spaventa ogni essere umano è perdere il controllo o avere la sensazione di mancanza di controllo: la paura ha la grande forza di mandare a casa le statistiche. Gli errori umani sono sempre stati – con il tempo – perdonati proprio perché ci appelliamo alla nostra natura umana e, quindi, passibile di errore. Al contrario, gli errori delle macchine non godranno mai della nostra stessa comprensione ed indulgenza. E’ la nostra società civile che deve fare una dichiarazione di accettazione affinché l’IA entri a pieno titolo e favore nella nostra vita personale, lavorativa e sociale, con l’obiettivo di migliorarla. E perché questo avvenga le persone dovranno fidarsi. E per fidarsi dovranno passare attraverso il processo della “conoscenza”. E se di questo stiamo parlando è palese che – ad oggi – nemmeno quelli che ci lavorano sono pienamente al corrente di tutte le sue ramificazioni. E nella realtà quotidiana la maggior parte delle persone non conosce esattamente che cosa sia davvero l’IA. Quanto poi alle sue ramificazioni, alle sue possibilità, ai suoi limiti siamo nella quasi totale oscurità. La grande qualità della sua velocità è al tempo stesso uno dei suoi attuali limiti, dal momento che la società non è pronta per accettare una ricerca scientifica e un’acquisizione di nuovi concetti a tale velocità. Malgrado questo è innegabile che la ricerca proceda a folle velocità e che gli investimenti – di alto livello – diminuiscano il tempo tra la scoperta scientifica e l’applicazione pratica oltre alla diffusione sul mercato: quello che oggi è ancora in fase di teorizzazione domani lo potremo trovare già in pronta disponibilità d’uso. E mentre l’IA corre, la nostra società continua ad acquisire le novità ad un ritmo – oserei dire – più lento di prima ma – soprattutto – da fonti eterogenee, il che forse spiega, almeno in parte, il leggerissimo rallentamento: film, libri, serie TV, fumetti ci fanno incontrare strani soggetti, i cosidetti “concetti” che metabolizziamo con lentezza. Opere di divulgazione scientifica, convegni e riviste specialistiche raggiungono solo una minima parte della popolazione. E questi possono sembrare dettagli di poco conto se non teniamo in considerazione il fatto che molte persone – figure professionali – in molteplici settori devono esercitare l’arte della “governance” e decidere quali strade prenderanno le tecnologie dell’IA, loro che non parlano e non pensano allo stesso modo di chi quelle tecnologie le ha create e conosce il loro funzionamento e il loro potenziale. E torniamo al problema Culturale: è la Cultura di queste figure che potrebbe garantire la comprensione e la indiscutibile capacità di scelta: è la Cultura che permette all’essere umano di costruire ma anche di interpretare la conoscenza e il mondo. Ed è per lo stesso, basico principio, che l’IA debba essere considerata “un fatto di cultura” e non “un entità che produce Cultura, nel senso specifico di processi culturali e non di “collezionista di informazioni”. Ed avere Cultura significa, rimanendo pertinenti al tema, avere “strumenti” che ci permettano di comprendere – anche - cosa sia l’IA. Ma non solo: è necessario avere anche un approccio multidisciplinare che richiede tempo, fatica, impegno e “forma mentis”. La Cultura è il linguaggio universale che si rivolge a tutti e tutti raggiunge: permette la trasmissione di concetti e anche l’esorcizzazione delle paure, di incontrarsi ma, anche, di scontrarsi, se necessario. L’IA, dal suo lato, dovrà registrare input umani che arrivano dal mondo delle sensazioni che le persone sanno e possono provare e dalla creatività che immagina e comunica scenari, a volte del futuro, spesso in tempo reale. L’Intersezione tra IA e Cultura è un fattore di cui prendersi cura, oggi più che mai. Oggi più che mai perché già si parla di IA generativa, ovvero quella IA capace di creare quadri, immagini, musica e testi che è sempre più difficile distinguere dagli stessi ma di provenienza umana. Non dimentichiamo che tutto questo implica non pochi aspetti giuridici. Tra paura e speranza, con un misto di curiosità, l’IA, oggi, è a pieno titolo l’ossessione del nostro tempo presente perché si sta diffondendo a macchia d’olio e raggiunge, operando, miliardi di persone. Guardando il nostro presente non dobbiamo dimenticare che l’IA che conosciamo è alla sua prima fase di esistenza e che, tra le sue qualità, c’è certamente quella dell’adattabilità. Stiamo vivendo immersi in un transizione o rivoluzione che dir si voglia. E come la storia ci racconta ogni rivoluzione è un passo verso il futuro che viene vissuto con la percezione dell’ignoto, in un misto di curiosità, paure, fantasmi, mostri ed opportunità. Ci possiamo chiamare fuori ? No, dobbiamo aumentare la nostra responsabilità e il nostro impegno. Dobbiamo avere ancora più strumenti ed attrezzi ma soprattutto dobbiamo ampliare i nostri sguardi. Sono ugualmente implicate la nostra mente e la nostra elaborazione linguistica: i nostri discorsi, le nostre logiche e la nostra razionalità agiscono, interferiscono con la nostra mente, attraverso le sensazioni e la nostra capacità di percezione. Se l’IA è il grande contenitore dal quale attingere dati, è ovvio che gli aspetti caratteristici dell’umano vengono chiamati in gioco: le logiche operative, gli addestramenti e gli input per agire. Ed è infatti questo il momento per scendere in campo e mettere in gioco una capacità di attenzione specifica, approcci prudenziali, dibattiti culturali su valori e principi oltre che una crescente consapevolezza su come impiegare al meglio l’IA. La collega “ non più intelligente” delle altre ma quella “più bisognosa” di essere seguita e – mai – persa di vista. E’ una nostra responsabilità creare uno spazio dove Cultura ed IA lavorino in sinergia ma nessuna delle due voglia primeggiare: serve una collaborazione “guidata” dall’Essere Umano.

 

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