La sua famiglia è litigiosa: tolta l’arma alla guardia giurata
- squadsmpd

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La donna, guardia giurata, rimane senza lavoro. I carabinieri, che rilevano anche la frequentazione di persone con precedenti penali e di polizia, le hanno ritirato la pistola in via cautelare. Il Tar: «Scelta ragionevole: è una misura preventiva»

TRENTO. La donna, una cinquantenne di professione guardia giurata, è senza stipendio da tre mesi, da quando, lo scorso febbraio, i carabinieri le hanno tolto la pistola. Senza arma non può lavorare e, con atto del datore di lavoro, è stata sospesa dal servizio e dalla retribuzione. Il motivo del ritiro cautelare dell'arma viene ricondotto alla situazione familiare della donna: vivrebbe, secondo quanto rilevato dai carabinieri, in un contesto litigioso e frequenterebbe persone con precedenti penali e di polizia.
Non sono d'accordo i legali della donna, gli avvocati Alberto Cassin Codri e Francesco De Carlo, che si sono rivolti al Tar di Trento. Nel ricorso la difesa sostiene che non basta la sola esistenza di una querela, senza valutazione del fatto concreto, per procedere con il ritiro della pistola. Il provvedimento appare «sproporzionato ed irragionevole» in quanto ci sarebbero solo elementi indiziari che «non risultano né gravi, né precisi, né tantomeno concordanti». Il ritiro della pistola - ha evidenziato la difesa - ha avuto conseguenze non secondarie per la donna: la sospensione della licenza e dell'autorizzazione del decreto di guardia giurata, che significa lo stop dell'attività lavorativa e l' assenza di ogni fonte di reddito.
Ma per il Tar non c'è stata sproporzione o irragionevolezza nell'atto dei carabinieri, che hanno considerato i fatti contenuti nella querela presentata dall'ex genero (il giovane che è stato per un periodo compagno della figlia): questi aveva ricevuto una minaccia anonima per iscritto a seguito di un alterco familiare che aveva coinvolto anche la donna.
La circostanza della lite era stata confermata sia dalla guardia giurata che dalla figlia. Per i carabinieri c'era dunque l'evidenza di una situazione familiare ad alta tensione, con coinvolta una persona che detiene una pistola. A tal proposito, come il Tar ricorda, la Cassazione è chiara: «Nel caso di situazione familiare caratterizzata da tensioni e litigi, tali da causare apprensione nel vicinato e l'intervento delle forze dell'ordine, è ragionevole la scelta dell'Amministrazione sia di procedere al ritiro cautelare ex art. 39 Tulps, sia di vietare la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi ne risulti coinvolto, al fine di prevenire che la situazione possa degenerare e ciò anche in assenza dell'accertamento di condotte minacciose compiute con uso di armi». Il ricorso della donna non è stato accolto. Il Tar, presieduto da Alessandra Farina, ha innanzitutto precisato che il ritiro cautelare del porto d'armi costituisce una misura preventiva e anticipatoria «finalizzata ad evitare che la situazione di pericolo possa degenerare». I carabinieri, in quanto autorità di pubblica sicurezza, hanno potere di ritirare l'arma in caso di circostanze di urgenza. La donna, nonostante la giustizia amministrativa di primo grado le abbia dato torto, è fiduciosa di riottenere presto i titoli per poter tornare al lavoro.




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