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Bologna, chiede il congedo per assistere la madre disabile: l’azienda prima la pedina poi la licenzia

Congedo disabile, dipendente di Bologna pedinata dall’azienda: la Corte d’appello smonta le accuse e dichiara il licenziamento ritorsivo.

Una richiesta legittima si trasforma in un caso giudiziario: a Bologna una lavoratrice finisce sotto controllo dopo aver chiesto il congedo per assistere la madre disabile

Congedo disabile e pedinamenti: il caso esplode a Bologna

La vicenda nasce da una decisione personale che rientra nei diritti previsti dalla legge. La dipendente, residente a Modena, lavorava nella stessa azienda dal 2002 con contratto a tempo indeterminato.

Nel dicembre 2021 aveva chiesto e ottenuto i permessi per assistere la madre gravemente malata, residente in provincia di Reggio Emilia. Dal 15 dicembre 2021 al 31 marzo 2022 si era assentata per questo motivo, per poi richiedere un congedo biennale a partire dal primo aprile.

Una scelta che, però, ha innescato tensioni con l’azienda. A distanza di pochi mesi, infatti, la società ha deciso di avviare un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Il motivo: il sospetto che la lavoratrice stesse abusando dei permessi concessi.

Per verificare la situazione, l’azienda ha incaricato alcuni investigatori privati di seguirla, monitorando i suoi spostamenti e le sue attività quotidiane. Un’iniziativa che ha acceso il conflitto e portato la vicenda davanti ai giudici.


Le accuse dell’azienda e il licenziamento contestato

Secondo la società, la dipendente avrebbe “leso il vincolo fiduciario posto alla base del rapporto lavorativo”. L’accusa era chiara: aver utilizzato i permessi e il congedo non per assistere la madre, ma per finalità diverse.

Sulla base di queste conclusioni, a settembre 2022 è arrivata la comunicazione formale e, poco dopo, il licenziamento. Una decisione drastica che ha interrotto un rapporto di lavoro durato oltre vent’anni.

La lavoratrice ha però sempre respinto le accuse, sostenendo di aver agito nel pieno rispetto delle norme e delle esigenze familiari. Ha inoltre denunciato un clima di pressione e vessazioni già presente negli anni precedenti, che l’aveva portata anche a periodi di malattia e a conseguenze sul piano psico-fisico.

Il caso ha assunto rapidamente rilievo, sollevando interrogativi sull’uso degli strumenti di controllo da parte delle aziende e sulla tutela dei diritti dei lavoratori impegnati nell’assistenza familiare.

La decisione dei giudici e le conseguenze per l’azienda

La vicenda è stata esaminata nei dettagli dai giudici, fino alla sentenza della Corte d’appello di Bologna, che ha ribaltato completamente la posizione dell’azienda.

Durante il processo è emerso che le prove raccolte dagli investigatori non erano sufficienti a dimostrare alcun abuso. In particolare, è stato accertato che in alcuni giorni la madre si trovava presso l’abitazione dell’altra figlia, mentre negli altri casi non vi erano elementi per escludere la presenza della lavoratrice accanto alla madre.

Per i giudici, il licenziamento è risultato illegittimo e con carattere ritorsivo. Una valutazione che ha portato alla condanna della società al pagamento di 6mila euro di spese legali.

La decisione rafforza il principio secondo cui l’utilizzo dei congedi per assistenza familiare non può essere messo in discussione senza prove concrete, soprattutto quando si tratta di situazioni legate alla disabilità.


 
 
 

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