Trump e bin Salman, la crisi e le liti: così la guerra con l'Iran ha cambiato il rapporto tra USA e Arabia Saudita. «Nulla sarà più come prima»
- squadsmpd

- 2 lug
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L’Iran afferma che, dopo la guerra, nulla sarà come prima. Ed ha ragione. Non solo perché ha i pasdaran hanno trasformato Hormuz in una cosa «loro». Lo dimostra quanto accade nei rapporti non facili tra due alleati storici, Stati Uniti ed Arabia. Contrasti confermati dalle ricostruzioni dei media americani, con un primo scoop del Wall Street Journal e il rilancio del New York Times.
Quando Teheran ha deciso di chiudere lo Stretto Donald Trump ha ordinato Project Freedom, operazione per riaprire il passaggio. Ma lo ha fatto senza consultare Riad ed è nato uno scontro. I sauditi si sono opposti all’uso delle loro basi, il Pentagono è stato costretto ad una pausa mentre la Casa Bianca ha minacciato di bloccare le forniture di munizioni antimissile indispensabili per contenere i lanci iraniani.
Tra le due capitali è iniziato un fitto scambio di colloqui telefonici. Da una parte Mohammed bin Salman, il principe al comando del regno, dall’altra una fila di interlocutori importanti. Prima Trump, poi Vance, quindi l’inviato Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, nella doppia veste di mediatore ma anche socio in affari della casa regnante saudita. I toni non sono stati per nulla distesi.
Bin Salman ha manifestato il suo dissenso, ha disertato il G7 di Evian perché – hanno comunicato - aveva altri impegni (mentre c’erano qatarini ed emiratini), ha proseguito su una linea favorevole al negoziato con gli ayatollah. Gli articoli sostengono che The Donald abbia gradito poco la sfida e proprio durante il summit in Francia ha rimarcato in un discorso che gli Usa potevano utilizzare qualsiasi installazione militare.
Del resto, il presidente ha alternato, in passato, elogi senza limiti nei confronti di Mohammed a sortite feroci quando il principe non si è mostrato in sintonia. In mezzo il business per la famiglia Trump con una serie di progetti da realizzare in Arabia. Molto sfarzo, molto «oro», molto milioni.
Salman si fida poco degli americani, anche se lui stesso ha mantenuto una posizione non sempre chiara nei confronti della Repubblica islamica. Per alcune fonti i sauditi erano contrari alla guerra e cercavano un compromesso. Poi è apparsa una nuova versione: Riad voleva che Epic Fury completasse la missione riducendo drasticamente le capacità strategiche dei pasdaran. Ed è trapelato che caccia sauditi hanno partecipato a strike, stessa cosa per i velivoli emiratini. Altro giro: il principe, vista l’impossibilità di arrivare ad una vittoria certa e definitiva, ha puntato sul negoziato lavorando insieme alla diplomazia cinese. Il blocco di Hormuz, con le criticità per le esportazioni di greggio, ha rinforzato in Salman l’idea che non ci fossero alternative al dialogo con Teheran, una continuazione di un canale riaperto dopo anni di tensione e ben prima dell’inizio delle ostilità.
Al tempo stesso Riad ha esaminato gli sviluppi bellici. Lo scudo americano non ha potuto parare tutte le minacce. Alcune basi del Golfo si sono rivelate troppo esposte ai bombardamenti, prive di bunker e strutture in grado di assorbire colpi pesanti. Tanto è vero che gli Usa pensano di spostarne diverse in Israele. È esploso il problema delle scorte delle munizioni necessarie ad intercettare droni e missili: carenza nota ma sottovalutata. Forse perché pensavano ad una crisi più breve. I sauditi si sono trovati a dipendere dai rifornimenti americani e, nel frattempo, hanno acquistato sistemi israeliani, «copiando» le scelte di Qatar e Emirati. Anche qui riecco le sfumature mediorientali, con alcune petro-monarchie gelide con Israele per la tragedia di Gaza ma pragmatiche nel rifornirsi nello Stato ebraico.
Il punto è che gli emiri si ritrovano in una situazione complessa. L’Iran, pur martellato dalle bombe, è uscito più forte dal confronto e con in mano la carta Hormuz. Sarà il tempo a dire se il successo sarà duraturo. C’è la necessità di costruire un nuovo apparato di difesa regionale, obiettivo non agevole viste le scelte individuali dei singoli stati e le tradizionali diffidenze mescolate a dissidi personali. Ognuno va per la sua strada. L’esempio arriva dall’Oman: dice di non pretendere il pedaggio per lo Stretto ma è favorevole al versamento di un obolo come rimborso spese. Principi e sultani non possono rinunciare in toto al patto con Washington ma devono trovare anche soluzioni autonome. Infine, c’è l’imprevedibilità di Trump: è partito – a parole – dall’aiuto alla rivolta popolare, ha poi evocato il cambio di regime, ha promesso l’Inferno ed ha chiuso con un compromesso vago che non concede alcuna garanzia sul futuro.




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