Guardie particolari giurate: sicurezza, stress e fragilità nascoste (dr.ssa Maria Gaia Pensieri)
- dr.ssa Maria Gaia Pensieri

- 29 mar
- Tempo di lettura: 3 min

Nel dibattito pubblico si parla spesso di sicurezza, di controllo del territorio e di tutela dei cittadini, ma raramente si accende un riflettore su chi quella sicurezza, la garantisce ogni giorno: le Guardie Particolari Giurate.
Una categoria silenziosa, presente nei luoghi più sensibili – banche, infrastrutture, trasporti, siti strategici – eppure spesso invisibile quando si tratta di analizzarne le condizioni reali di lavoro e, soprattutto, il peso psicologico che queste comportano. Dietro la divisa e il ruolo operativo si nasconde infatti una realtà complessa, fatta di turni irregolari, isolamento, responsabilità elevate e, non di rado, una solitudine professionale che può trasformarsi in fragilità personale. In questo contesto, iniziano ad emergere dati e riflessioni che riguardano aspetti particolarmente delicati: il numero di suicidi all’interno della categoria, gli episodi di omicidio o uso improprio dell’arma e, più in generale, comportamenti devianti che non possono essere letti come casi isolati.
La disponibilità dell’arma di servizio, elemento distintivo della professione, rappresenta un fattore cruciale. Se da un lato è uno strumento necessario per garantire sicurezza, dall’altro, in presenza di condizioni di stress o disagio psicologico, può diventare un elemento di rischio.
Le cronache, seppur episodiche, raccontano situazioni in cui il confine tra controllo e perdita di equilibrio si assottiglia, fino a sfociare in gesti estremi. In particolare, il tema dei suicidi tra le guardie giurate merita un’attenzione maggiore: la combinazione tra accesso all’arma, stress lavorativo e mancanza di adeguati supporti psicologici rappresenta un terreno delicato che non può essere ignorato.
Accanto agli eventi più gravi, esiste poi un’area più ampia ma meno visibile, quella dei comportamenti devianti. Non si tratta soltanto di violazioni disciplinari o episodi isolati, ma spesso di segnali di un disagio più profondo. L’abuso di alcol, atteggiamenti aggressivi, difficoltà relazionali o errori operativi possono essere sintomi di una pressione costante che, nel tempo, logora l’equilibrio dell’individuo. In questo senso, la devianza non è solo un problema da sanzionare, ma un fenomeno da comprendere e prevenire.
Il nodo centrale, tuttavia, resta il burnout, una condizione di esaurimento psicofisico che nella vigilanza privata assume caratteristiche particolarmente critiche. Turni notturni, scarsa prevedibilità degli orari, responsabilità elevate e un riconoscimento sociale ed economico spesso limitato contribuiscono a creare un terreno fertile per lo sviluppo di stress cronico. Il rischio è duplice: da un lato si compromette la salute dell’operatore, dall’altro si incide sulla qualità e sull’efficacia del servizio di sicurezza.
Eppure, nonostante la rilevanza del problema, il supporto psicologico strutturato resta ancora marginale. Le valutazioni di idoneità, spesso percepite come meri adempimenti formali, difficilmente riescono a intercettare situazioni di disagio latente. Manca, in molti casi, una cultura della prevenzione che consideri il benessere dell’operatore come parte integrante della sicurezza stessa.
Parlare di suicidi, omicidi e comportamenti devianti tra le guardie giurate non significa mettere in discussione la professionalità della categoria, ma riconoscere che anche chi garantisce la sicurezza può trovarsi in condizioni di vulnerabilità. Anzi, è proprio questa consapevolezza che dovrebbe guidare un cambio di prospettiva: dalla semplice gestione operativa alla tutela complessiva della persona.
Perché la sicurezza non è solo una questione di presenza sul territorio o di strumenti operativi, ma anche di equilibrio psicologico, formazione e supporto. In una società che chiede sicurezza, non ci si può permettere di ignorare la condizione di chi, ogni giorno, quella sicurezza la rende possibile.
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